"Barcelona è cultura"?

Articolo pubblicato il 19 maggio 2003
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Articolo pubblicato il 19 maggio 2003

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La politica culturale della cipolla, ovvero come Barcelona si è creata un’immagine di capitale culturale vuota di sostanza, basata su una campagna pubblicitaria orchestrata a beneficio dei turisti (che ci credono). Ma non per gli artisti.

Forum 2004 delle Culture, Giochi Olimpici 1992, ‘2002 Anno Gaudí’, ‘2003 Anno del Design’. A prima vista, gli indizi segnalano Barcellona come una città in cui lo Stato ha risorse sufficienti, o un’amministrazione tanto efficiente o una politica tanto aperta per occuparsi di tutto, tant’è che quanto non considerato dal governo centrale e dalla Generalitat, o dalle altre città, è lasciato nelle mani di fondazioni e sponsor privati. Sembrerebbe che Barcelona “è” cultura. Vediamo cosa succede una volta superato questo primo ed affascinante impatto, quando lo sguardo si trattiene un po’ di più sui dettagli e cominciamo a formulare domande cui nessuno desidera rispondere. Quando la cipolla perde il suo primo strato.

La città conta un patrimonio storico e architettonico ricchissimo. Nei secoli addietro furono i romani a darle una fisionomia speciale. Meno di un secolo fa, fu la vigorosa borghesia industriale catalana, mecenate dei modernisti, che fece spiccare il volo a Gaudí e a tanti altri talenti delle cui opere gode ancora il visitatore. È anche una città con un vasto calendario di spettacoli - molti pubblici e gratuiti -, varia in materia musicale, un po’ più ripetitiva e affettata nella danza e nel teatro. Per il consumatore, lo spettatore, sembrerebbe che sì, che Barcellona è cultura. Ma, senza accontentarci, passiamo al seguente strato della cipolla intera.

La cultura come strategia commerciale

“Barcellona è cultura” è lo slogan con cui firma le sue pubblicazioni l’Icub, Istituto di Cultura di Barcellona, dipendente dal comune. “È parte della nostra strategia di vendita; vogliamo posizionare la città come attrazione culturale a livello europeo”, afferma Conchita Rodá, Direttrice di Comunicazione dell’Icub, davanti ad una platea costituita da studenti di un master in relazioni pubbliche. Alcuni anni fa, in un’altra conferenza, il francese Patrick Lamarque, esperto in comunicazione locale, ex assessore di questa città tra le altre, segnalava che il primo passo per definire un programma d’identità di una città è scegliere un tratto geografico, un’attività importante o una caratteristica dei suoi abitanti e sottolinearla fino a che rimanga associata al nome della città nell’inconscio collettivo. Forse Conchita avrà ascoltato Patrick? Penso proprio di sì.

Convinti che “Barcellona è cultura”, migliaia di artisti di ogni provenienza arrivano qui ogni anno, con la speranza di poter insegnare, trovare dove pubblicare, esporre, suonare ed ottenere sussidi. La speranza dura poco. Presto scoprono che si tratta di due mondi che non si sfiorano; i funzionari da una parte, generalmente nei quartieri alti e gli artisti dall’altra, nel centro storico, finiscono per realizzare le loro performances in case occupate, con i loro mezzi e davanti ai loro pari. Quello che lo slogan nasconde è il clientelismo imperante al momento di ripartire quei fondi, l’unica spiegazione al groviglio burocratico che neanche Kafka avrebbe osato sognare, nella quale la lingua catalana è una scusa per non dismettere privilegi più che una lecita espressione di nazionalismo. Gli alunni del master prendono nota della formula, sicuri del suo successo, disposti a ripeterla quando diventeranno funzionari.

Cultura, sì. Ma della comunicazione.

Ed è lì che risiede una delle spiegazioni possibili, il terzo strato della cipolla che si va rimpicciolendo: Barcellona è una città sovraffolata - quasi intossicata - di master e lauree in comunicazione, di agenzie di marketing e relazioni pubbliche, di esperti in comunicazione istituzionale ed identità corporativa, di assessori che vendono le loro idee a funzionari che non ne hanno o non hanno la fiducia in se stessi per portarle avanti. Nel paese dei ciechi, gli orbi propongono mega eventi perché il denaro strabocca, e si prendono una fetta della succulenta torta, mentre gli altri restano, in mezzo ai tradizionali cognomi catalani, affascinati per il nuovo specchio di colori che hanno acquisito. Si stabilizza così un precedente “di successo” che verrà imitato fino alla nausea. Poiché questo è l’ultimo strato della cipolla, quello che precede il vuoto. I piani di comunicazione, le formule di marketing e i grandi eventi che costituiscono la gran parte dell’industria di questa piccola élite, rappresentano solo una messa in scena incapace di affrontare una minuta analisi e si sgretola come castello di carte di fronte ad un paio di domande di puro buonsenso.

Nel frattempo, gli artisti giovani continuano a suonare i tamburi o a dipingere per le strade, al margine di qualunque compromesso, e la democrazia perde un’altra opportunità di realizzarsi pienamente. I veri produttori di cultura, restano orfani, abbandonati, poiché la mano dello Stato, rappresentata dalle istituzioni della cultura, si mostra a loro come un pugno chiuso, che tien ben stretto tutto ciò che potrebbe servire a irrigare i suoi talenti.