Barboni, migranti, studenti e precari

Articolo pubblicato il 28 novembre 2016
Articolo pubblicato il 28 novembre 2016

Il sistema capitalistico avanzato preferisce il single alla comunità, l’individualismo alla condivisione, il mercato alla gratuità. Non accetta lo scandalo della richiesta di aiuto, dell’errore, della sincerità.

Esistono ancora gli operai? Chiaramente no, sennò ne parleremmo.

Di certo non si nascondono, non ne avrebbero motivo. Conoscono la linea sottile che separa la povertà dalla miseria, hanno coscienza di classe, progetti per il futuro realizzabili mediante il lavoro presente. Peccato solo che non esistano più, persi nell’oblio della storia.

Saranno giusto 8 o 9 milioni di italiani. Poca roba. Ininfluente. Nessuno li rappresenta, sono i nuovi invisibili, non sono utili alla società. Non hanno nemmeno valore estetico. Non incutono timore, sono ignoranti, vogliono solo guardare la partita la domenica. Ecco le uniche informazioni che abbiamo riguardo questa strana tipologia di uomo.

Esistono però i barboni, quelli sì. Servono come monito, come avvertimento per il passante che non può non vederli. Il precario, vero eroe contemporaneo, passa davanti al senzatetto, ne incrocia lo sguardo, impallidisce di paura. Sa che chiedere qualche diritto in più, un regolare contratto di lavoro, l’uscita dall’eterna precarietà esistenziale può costargli molto caro. Vede il marciapiede e non ci pensa due volte, sono fortunato io, ho un materasso, un cesso e un lavandino. Magari un “pozzi ginori” nuovo nuovo.

L’industriale, il parlamentare, lo speculatore no. Lui non cammina per le strade. Non  si confronta con la tristezza e la paura di chi “sta fuori”. Però sa che esiste e che è utile a sostenere il suo sistema, non solo economicamente, ma anche dal punto di vista ideologico.

“La precarité est partout aujourd’hui”

Lo sappiamo tutti, ne parliamo tutti, la viviamo tutti. There is no alternative. Il barbone sporco, puzzolente e incompetente è sempre lì a ricordarcelo. La povertà ha perso la sua dignità, la sua collocazione sociale, il suo orgoglio di classe. Il lavoratore non rivendica più il suo ruolo, si percepisce come un semplice miserabile. Questo è il messaggio che è passato. La nuova equazione del poco reddito equivale al poco valore personale oltre ad essere estremamente scorretta e banalizzante porta con sé gravi ripercussioni psicologiche.

Ed ecco che arriva lo studente. A volte con il precario, a volte con il migrante, nella maggior parte dei casi solo. Si sente perso nel marasma della società delle semplificazioni estreme. Lui pensa, è il suo ruolo, il suo mestiere. Vabbé dipende anche dalla facoltà e dalle inclinazioni personali, ma non stiamo a farla troppo lunga. Cerca di capire perché tantissimi sono poveri e pochissimi ricchi. Perché nelle parole indigenza e solitudine sono racchiusi la maggioranza degli uomini e delle donne del nostro tempo. Perché la nostra società non accetta la contraddizione, fingendo di poter banalizzare tutto. Sa che ciò non è possibile, che il reale è contraddittorio, che senza confrontarci con questo problema non giungeremo mai né alla verità né alla giustizia.

Vive le contraddizioni dei suoi tempi. Sa che c’è differenza tra l’imprevisto e l’involuzione neoliberista in atto. A volte si chiede se fra dieci anni ci saranno ancora scuola, mobilità e sanità pubbliche. Cambia però subito discorso.

 L’importante oggi è essere leggeri.

Sa che sua nonna ha bisogno di aiuto, che sua madre da sola non ce la fa, che suo padre è in crisi con il lavoro. Sa che può aiutare e aiutarsi se vuole, ma quasi mai lo fa. Sa che i suoi amici non sono nulla senza di lui e che lui non è nulla senza di loro. Sa che la famiglia, ultimo baluardo di resistenza ad un sistema capitalistico avanzato che preferisce il consumatore single alla comunità, vale più di tutto il resto. Però l’estetica trionfalistica dell’uomo solo, della libertà, magari con appartamentino agli champs elysées, ha avuto la meglio anche su di lui. Per questo rifugge lo scandalo del contatto, della richiesta d’aiuto e della sincerità.

L’importante oggi è essere individualisti.

Sa che tutto si vende e tutto si compra. Ripudia la gratuità, simbolo di un passato retrogrado ormai superato. Retaggio di un’epoca primitiva, sottosviluppata. Solo i poveri e gli immigrati ridono sempre, mostrando la propria presunta stupidità a chi ha interiorizzato il dictat del sistema. Cerca continue approvazioni senza nemmeno sapere il perché. Il suo ego conta, il resto no.

L’importante oggi è creare un personal brand.

Sa che ci sono tanti ragazzi come lui che vivono perennemente chiusi in una stanza. Più di centomila solo in Italia. Non studiano, non lavorano. Sono depressi, demotivati, affranti. Sono dei deboli, dei loosers da tenere lontani. Vittime di una società che non sa cosa farsene dei perdenti, degli ultimi, dei meno forti, dei meno intelligenti. Sempre, ovviamente, secondo una scala di valori totalmente arbitraria. A volte meditano anche il suicidio, per carità, che cosa assurda.

L’importante oggi è essere felici.

O almeno sembrarlo.