Ballarò, quella piazza che unisce ma che deve allargarsi 

Articolo pubblicato il 12 aprile 2016
Articolo pubblicato il 12 aprile 2016

Palermo non è una città razzista e non serviva la manifestazione in onore di Yusupa Susso per dimostrarlo. Il corteo di Sos Ballarò è stato un trionfo di tolleranza e immagini che rimaranno impresse nel cuore di chi c'era, ma c'è ancora tanto lavoro da fare per coinvolgere, risvegliare e rinnovare un quartiere che rappresenta la città tra bellezza e contraddizioni. [Opinione e racconto]. 

"Non spegni il sole se gli spari addosso", lo hanno scritto con tutti i colori per ricordare quel tragico pomeriggio di Far West in cui hanno sparato a Yusupha Susso, il ragazzo gambiano che ha rischiato la vita per arrivare qui e che per poco non l'ha persa in modo violento. E che "Cafébabel Palermo" avevamo già intervistato una volta, quando sognava l'Europa e Bruxelles. Quegli stessi colori erano le migliaia di ombrelli che si sono fatti avanti nella pioggia battente per dire no alla violenza e al razzismo. Palermo non è una città razzista, non lo è mai stata nella storia e forse non lo sarà mai. 

Ci sono tante immagini che mi sono rimaste impresse. La prima sono tre ragazze, una di origini africane, una con lo hijab e un'altra palermitana che insieme raggiungono la manifestazione. Passano dallo stretto vicolo Panormita, seguite da gruppi di persone di tutte le culture che si affrettano per raggiungere Piazza Bologni. Qui un'altra istantanea: la statua di Carlo V d'Asburgo che per un attimo sembra una nuova Place della Bastille quando si manifesta per la libertà, presidiata dai giovani alfieri della pace e della tollerenza. Sono gli amici di Yusupha, il ragazzo gambiano venuto da lontano per avere una vita migliore, che posano felici per delle foto che ricorderanno. Uno somiglia al presidente degli Stati Uniti Barack Obama, qualcuno glielo fa notare e lui ne è orgoglioso. 

We Are One 

Al corteo organizzato da Sos Ballarò, che sta facendo un lavoro prezioso per rinnovare il tessuto sociale ed economico della partecipazione del quartiere, ci sono tantissime persone, forse migliaia, e anche personalità come Rita Borsellino, Antonio D'Agostino, il sindaco Leoluca Orlando. Si intravede persino l'ex ministro all'integrazione Cecile Kyenge. E poi i protagonisti: i ragazzi del Centro Astalli, quelli di Santa Chiara, i minori non accompagnati della Scuola d'Italiano per Stranieri (Itastra), i volontari di quel mondo di associazioni che ogni giorno animano e dedicano la loro vita per un quartiere che rappresenta Palermo nella sua bellezza, nelle sue diversità e nelle sue contraddizioni. E ancora tanta gente comune che vive il quartiere o viene da fuori. Ecco un'altra immagine: la piazza che comincia a muoversi sulle note di Stand For Your Right di Bob Marley, portate in piazza da Adu, il ragazzo ghanese che tutti conoscono perché di mestiere porta musica e allegria. Poi la marcia prosegue scandendo slogan come We are One e con immagini di dignità e ombrelli colorati scattate dall'alto, dal bellissimo prospetto della Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio. 

Ora, questa è la pagina che ho visto e che mi ha emozionato. L'hanno raccontata a modo loro tanti altri giornali, blog, bacheche di facebook o diari personali di chi c'era. Poi però ho visto altro. Mentre la pioggia cadeva più fitta il corteo ha stretto le sue ali ed è entrato dove nel cuore del mercato di Ballarò. Il corteo è passato per la via delle Case Nuove, dove vive la famiglia di Emanuele Rubino, il 28enne del quartiere che come in una scena di Gomorra ha preso la pistola e ha fatto senza pensare quello che era il suo "dovere" per avere "rispetto". Ho visto una signora gridare contro quel corteo multiculturale, di immigrati e palermitani. Anche questa pagina la raccontano i media, con i momenti di tensione che sono seguiti, il lancio di oggetti e insulti.   

A partire da lì, qualcosa è cambiato, l'ho percepito nell'aria e istintivamente l'ho descritto nella mia testa come una scena da film Western, o da Sicilia di altri tempi. Sarebbe inutile negare quello che qualsiasi osservatore esterno poteva notare. Quei ragazzi riparati sotto le tettoie del bar che osservano un corteo che non li appartiene mentre ridono, quei volti che sbucano dalle persiane e dai balconi e osservano. Alcuni passanti e mercatari che si fermano a osservare, ma che restano indifferenti se non ostili a una fiumana di gente che non si ferma a comprare, ma che al massimo fa scolare l'acqua sulla merce. Un vecchio che apre una tapparella ed esclama che adesso "I turchi vogliono pure le case!". Già i "turchi", termine che a Palermo delinea qualsiasi persone venuta da lontano con la pelle un po' più scura: dall'indiano, all'africano, al maghrebino, tutti "turchi".

Altri che si fermano impassibili e in silenzio, con aria di disapprovazione, davanti ai ragazzi di Itastra che gridano "Ballarò si studia e non si spara". Oppure gridano che quello che i manifestanti scrivono negli striscioni è falso. Palermo non è una città razzista, ma la contrapposizione c'è e delimita il controllo del territorio e le dure logiche della lotta alla sopravvivenza. Una contrapposizione e una guerra tra poveri, troppo spesso e da troppo tempo ignorati dalle istituzioni e dalla "Palermo bene". Ha ragione Padre Scordato, rettore di San Saverio all'Albergheria, quando, in un'intervista a "Repubblica", dice che la gente di Ballarò si dissocia dalla violenza, ma che "non è abituata a scendere in piazza". E che per integrare e coinvolgere le anime del quartiere bisogna avviare "una progettualità seria legata allo sviluppo economico della zona". Il lavoro di Sos Ballarò e altre realtà è straordinario e ne va dato atto. Qualcosa è vero sta cambiando, ma resta molto da fare e non bisogna illudersi. Lavorare perché l'immagine finale nella piazza diventata campetto di calcio diventi la quotidianità. Quei ragazzini di quartiere, bianchi e neri che distribuiscono volantini e panini alla mortadella del mercato per i più piccoli. Senza chiedere nulla in cambio.