Balkan Bazaar: venti di nazionalismo nell'Europa dell'Est

Articolo pubblicato il 28 febbraio 2013
Articolo pubblicato il 28 febbraio 2013
Winston Churchill parlando dei Balcani diceva: “Producono più storia di quanta ne possano digerire”. Un’affermazione che resta d’attualità per questa regione. Dalla Grecia di Alba Dorata alla Grande Albania di Sali Berisha, fino agli ultimi venti di rivolta in Bulgaria, un tour dei Balcani e un'analisi sull'inevitabile inclinazione al nazionalismo.

Da secoli ci facciamo la guerra, ci odiamo, diamo vita a strane alleanze, siamo vittime di ricatto, facilmente influenzabili, corruttibili e mai nessuno dei popoli balcanici ha mai trovato la pace. Forse è nella nostra indole trovare una scusa per le difficoltà da affrontare. E colpevolizzare il vicino è più facile che ammettere un più sensato mea culpa. Uno scontro culturale, religioso ed etnico che non ha mai fine e che dura forse da sempre e in cui tutte le generazioni si identificano facendo del bisogno di odiare il vicino quasi una peculiarità nazionale, tramandata dalla Storia.

Nazionalismo: ultima risorsa conosciuta

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Ultimamente, in tempo di crisi economica e con l’avvicinamento delle elezioni, i vari “leader” dell’area balcanica, e gli esponenti più importanti della politica, privi di argomenti o piani lungimiranti, hanno preferito stuzzicare quella miccia, facilmente infiammabile in tutto l’est europeo, che si chiama nazionalismo. Dall’eterno Sali Berisha in Albania ad Alba Dorata in Grecia passando per la Macedonia di Nikola Gruevski, tali personalità usano per comunicare il sempre utile strumento del nazionalismo che, da queste parti, prende un valore pericoloso. I vicini croati non se la passano meglio. A Vukovar, città dove la guerra ha lasciato tragici ricordi, la protesta ha preso un taglio quasi linguistico: cirillico e latino insieme? Per la maggior parte dei manifestanti, venuti di proposito in città per dire No al cirillico, la convivenza dei due alfabeti è impossibile. In Bosnia Erzegovina, il censimento della popolazione, previsto per il prossimo mese di ottobre, fa paura soprattutto ai politici, timorosi di perdere cariche e consensi, e impauriti all’idea che possa finalmente affermarsi un concetto di cittadinanza civile, e non nazionale. In Bulgaria, il gesto di un giovane con tanto di pistola alla mano rivolta al leader del Partito della minoranza turca nel Paese in diretta TV ha scioccato l’intero paese. Ed è giunto a tre il numero di immolazioni negli ultimi dieci giorni, facendo del fuoco un estremo e terrificante segno di protesta contro il governo e un ingestibile caro vita. 

Durante i festeggiamenti per il centenario dell’indipendenza dall’Impero Ottomano, il primo ministro albanese, Sali Berisha, ha tentato un colpo ad effetto, cercando di contrastare l’abbassamento dei consensi in previsione delle elezioni a giugno, toccando un tasto tanto caro agli albanesi quanto pericoloso, dichiarando la propria intenzione di concretizzare l’ideale di Grande Albania, da Prescevo a Preveza, da Podgorica a Skopje, eliminando le frontiere, perché gli albanesi vivano finalmente tutti nella stessa nazione. In un colpo solo, si è quindi attirato le critiche della Serbia (la valle di Prescevo è un territorio a maggioranza albanese in Serbia), e della Grecia (Preveza si trova nel Nord del paese e di questi tempi parlare di territorio da quelle parti è come gettare benzina sul fuoco). Minaccia avvertita anche in Macedonia, dove l’equilibrio tra la maggioranza del paese macedone e la minoranza albanese è più che precario. Pochi sono coscienti dell’estremo nazionalismo di Berisha, ma quello che fa più male è usare il sentimento patriottico per nascondere la povertà in cui si trova il popolo.

In Grecia, il simbolo del nazionalismo è la crescita esponenziale della nuova forza politica di estrema destra Alba Dorata. Con la crisi che ha colpito il paese, questo movimento ha trovato terreno fertile tra i giovani provocando l’odio verso stranieri, anarchici, omosessuali e ogni altro tipo di categoria che potrebbe intaccare quello che si intende per il vero e puro greco, minacciando quella parola che nasce proprio dal greco, democrazia. Il consenso in favore di Alba Dorata sta crescendo anche fuori confine. Ne sono un esempio le nuove sedi del movimento in Albania e in Italia.

Il ruolo dell'Unione Europea

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E l’Unione Europea in tutto questo? Per l’Unione, approcciare la questione Balcani è come aprire il vaso di Pandora, cercare la soluzione a un problema potrebbe innescare una catena infinita di cause e concause con il rischio di non trovare soluzione alcuna. Da anni l’UE ha investito sia economicamente che politicamente in questi territori, mettendosi in gioco per consolidare il suo ruolo nell’arena degli affari internazionali. I Balcani sono un banco di prova per l’Unione nella sua capacità di “statebuilding” dove da diverso tempo cerca di dialogare e quasi di costringere al dialogo i leader di questi paesi. La strategia del bastone e al carota, tuttavia, non sempre funziona e l’UE per questi paesi resta un miraggio. Per quelli già ammessi, le cose non vanno meglio e la Grecia è la testimonianza che il sogno europeo non è poi tanto piacevole.

In questa confusione, che ricorda un bazaar, luogo tipico dei Balcani, dove s’incontrano e si scontrano culture talmente simili che si fa fatica a distinguere cos’è tipico di uno o dell’altro, l’unica vittima reale sono i popoli che, in piena crisi, non sanno più a chi rivolgersi. Il nazionalismo così servito è sufficiente solo per distogliere l’attenzione dai problemi reali del popolo, ma torna utile ai politici in cerca di qualche voto prima delle elezioni. E da queste parti, quando soffia questo tipo di vento, la guerra è dietro l’angolo!

Foto: © jaime.silva/flickr