Balcani: l'editoria soffre ma respira grazie alla Yugosfera

Articolo pubblicato il 29 agosto 2011
Articolo pubblicato il 29 agosto 2011
"Restare indifferenti ai libri, vuol dire impoverire sconsideratamente la tua vita”, diceva il famoso autore yugoslavo Ivo Andric, che nel 1961 vinse il premio Nobel per la letteratura. Cinquant'anni dopo questo sano avvertimento rischia di essere ignorato da i suoi concittadini.

Sempre meno persone leggono libri, scrittori ed editori ne soffrono. Seid Serdarevic, della casa editrice croata Fraktura riassume chiaramente la situazione. Parte dei motivi per cui si legge così poco sono economici; molte persone nei paesi dell'ex Yugoslavia non possono permettersi a sostenere l'acquisto di libri. “La gente lavora ma non viene pagata. Chiede prestiti per poter sostenere le spese quotidiane”, spiega la scrittrice Sladjana Bukovac, socia di Fraktura.

Condizioni di vita e ostacoli alla lettura

Le condizioni di vita sono peggiori nella vicina Bosnia, dove la forbice tra spese ed entrate è molto ampia. Nel Marzo 2011, lo stipendio medio mensile era di 818 marks (circa 400 euro). Nello stesso mese, un paniere per una famiglia di quattro persone costava più del doppio, 1800 marks (un libro costa in media circa 10 marks). Sia in Bosnia che in Serbia gli editori devono affrontare un IVA molto elevata, rispettivamente 17% e 8%, che porta a diminuire la produzione libraria e abbassare i guadagni per autori e traduttori. In media i croati guadagnano il doppio dei loro vicini bosniaci, intorno alle 5.480 HRK (735 euro), mentre il costo medio dei libri equivale al costo di un libro con copertina rigida in Inghilterra (tra i 15 e i 20 pounds). Una paga da fame e la mancanza di aiuti statali agli scrittori li costringono quasi sempre a fare un secondo lavoro per poter tirare avanti. “Gli scrittori non hanno abbastanza tempo per dedicarsi ad entrambi i lavori e finiscono per essere cattivi giornalisti e cattivi scrittori”, dice Nenad Popovic, fondatore di Duriex editrice a Zagabria.

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Tuttavia, abbassare il prezzo dei libri e aumentare i guadagni non porterebbe necessariamente ad incoraggiare il mercato librario. Le persone hanno perso l'abitudine di leggere. I croati comprano in media tre libri all'anno. Il bestseller del 2008 Naš čovjek na terenu ("Il nostro inviato sul campo"), opera prima dello scrittore croato Robert Periscic, vendette solo 1904 copie, in un paese di 4 milioni di abitanti. “La classe media fruitrice di libri lasciò la Yugoslavia durante le guerre; quelli rimasti non vogliono spendere i loro soldi in libri”, lamenta Sladjana Bukovac.

Foto del 2004.

La Yugosfera aiuta

Nei Balcani, l'esistenza della Yugosfera salva dalla bancarotta editori e scrittori. Questo spazio comune di idee e tradizioni, inizialmente identificato dal giornalista britannico Tim Judah in un articolo sull'Economist, sopravvisse quando la Yugoslavia si frammentò. Croati e serbi avevano rimarcato le differenze con le loro lingue, come per esempio inventare nuove parole per accentuare le differenze regionali e, in un'occasione, addirittura sovrapporre i sottotitoli croati in un film serbo. A parte tutto, una lingua comune rimane. La gente in tutta l'ex Yugoslavia vede e apprezza gli stessi film, ascolta la stessa musica e le compagnie di teatro vanno in tournée in tutta la regione. La stessa cosa riguarda la letteratura. Belgrado, Zagabria e Sarajevo hanno già un mercato comune. La lingua condivisa è stata la salvezza di scrittori bosniaci e montenegrini, i cui paesi sono troppo poveri e troppo piccoli per sostenere un mercato librario autonomo e la lingua comune dà loro la possibilità di vendere libri all'interno di una piattaforma più grande rispetto ai loro singoli paesi.

“Visto che è impossibile modificare a tal punto la lingua da farla diventare incomprensibile, di fatto gli scrittori balcani si relazionano con tutta la regione iugoslava”, dice lo scrittore bosniaco Igor Stiks. La necessità economica ha anche incoraggiato scrittori ed editori a lavorare insieme per costruire un futuro migliore per l'editoria iugoslava. I croati partecipano alla fiera del libro di Belgrado da due anni, mentre la rivista Sarajevo Notebooks, mezzo di espressione culturale di cui gli autori di tutta la regione si servono per favorire lo scambio e sanare le divisioni create dalla guerra, ha recentemente celebrato il suo decimo compleanno.

Non citare la guerra

Il suo secondo romanzo, "Mentre Alma dorme" è stato pubblicato in dieci lingue.

"Gli scrittori sperano che questa cultura letteraria condivisa possa creare uno spazio per fare i conti col recente passato”, dice Igor Stiks. “Gli scrittori dovrebbero essere intellettuali che vanno oltre l'attualità. Dovrebbero fornirci dei paradigmi con cui capire ed elaborare il nostro passato”. L'autore trentatreenne, che lasciò la nativa Sarajevo all'inizio della guerra del 1992-1995 ed ora emigrato a Edimburgo, ammette che i suoi ricordi della guerra erano troppo recenti e dolorosi per poter essere elaborati nel suo primo libro “Un castello in Romagna” (Dvorac u Romagni, 2000). Solo più tardi realizzò che doveva scrivere della guerra per purificare se stesso da quelle memorie e riuscire a voltare pagina. Stiks crede che gli autori dovrebbero scrivere riguardo a tematiche relative alla loro vita personale, altrimenti diventano delle macchine di storie popolari. Scrivere Mentre Alma dorme (Elijahova stolica, 2006), la cui buona parte è ambientata durante l'assedio di Sarajevo, fu un'esperienza catartica”, spiega.

Piuttosto di rischiare di ferire i vicini, molti scrittori evitano di confrontarsi direttamente con la guerra

Oggi, la Yugosfera letteraria è ancora fragile e antichi rancori e paure possono essere riportati in superficie. “A vent'anni dallo scoppio della guerra, siamo ancora vittime del “politically correct””, dice Sladjana Bukovac. “Piuttosto di rischiare di ferire i vicini, molti scrittori evitano di confrontarsi direttamente con la guerra. Il loro modo di trattarla è troppo cauto e pacato, inoltre usano frasi come “il male”, oppure evitano di parlare direttamente dell'argomento. Questo rifiuto di confrontarsi col passato va bene per la politica ma non per la letteratura”. Purtroppo la catarsi è l'ultima cosa che vogliono, questo vale per molti scrittori come per molti lettori, .

Foto: Home-page (cc) Igor Stik et La sedia d'Elijah cortesia di ©Fraktura ; Testo: Libro giallo (cc) Jian Awe/ Flickr; Biblioteca di Sarajevo (cc) ronantighe/ Flickr; Igor Stiks © Ema Szab