Balarm, l'anello mancante tra Oriente e Occidente

Articolo pubblicato il 16 marzo 2016
Articolo pubblicato il 16 marzo 2016

Nel numero di marzo 2016 National Geographic Italia ha dedicato un corposo servizio a Palermo, raccontando al Paese e all'Occidente di "Quando eravamo arabi". Abbiamo incontrato gli autori, il fotoreporter iraniano Manoocher Deghati e l'archeologa tedesca Ursula Janssen ed è venuta fuori una lezione di vita e giornalismo. 

"Palermo è l'anello mancante tra Oriente e Occidente". Siamo nella sala consiliare del Palazzo delle Aquile, stanno presentando l'ultimo numero del National Geographic Italia che parla di Palermo e un uomo venuto da lontano, da Oriente, pronuncia una frase che ha un forte sapore di evoluzionismo. E lo fa a pochi metri dal Cassaro, l'asse più antico della città che viene dall'arabo Al Qasr, ("la fortificata"), perché l'area strategica fu appunto fortificata dall'Emirato. Lo ha ripetuto al Circolo Arci Porco Rosso , occasione in cui ha ripercorso una carriera straordinaria da fotoreporter giramondo, a pochi metri dall'Albergheria e dal mercato di Ballarò, miracolo antropologico della società divisa dalle guerre di civiltà, dove gli abitanti dei quartieri popolari senza tempo convivono con decine di etnie e religioni nell'equilibrio colorato della lotta per la sopravvivenza.  

Manocher Deghati è piccolo di statura e porta i capelli lunghi legati con un codino, ma le sue gambe hanno avuto la forza di percorrere continenti in fiamme, rivoluzioni, povertà e meraviglie, che ha catturato con l'obiettivo nella sua macchina fotografica. L'ultima è l'Italia Meridionale araba, tra il bastione di Lucera in Puglia, il castello e l'hammam di Cefalà Diana e il percorso Unesco arabo normanno di Palermo. Qui, il fotoreporter iraniano, che da 37 anni non smette di girare il mondo, si è fermato alcuni giorni per raccontare, con il prezioso contributo degli studi dell'archeologa tedesca Ursula Janssen, sua moglie, di "Quando eravamo arabi".  Una ricerca partita da lontano: "Abbiamo iniziato a lavorarci un anno fa", raccontano i due. Ma anche da una semplice domanda: perché nel bene o nel male alcuni secoli fa due civilità profondamente diverse riuscirono a convivere e oggi si fa fatica? 

Quando i siciliani cambiarono religione

"Girando per le strade del centro storico di Palermo si respira un'aria di multiculturalismo", racconta Manoocher Deghati. "Io che sono iraniano qui mi sento a casa". La ricerca di Ursula Janssen è un viaggio che parte dalla nascita dell'Emirato di Sicilia con la presa di Palermo nell'831 d.C, quando la città ripopolata divenne in breve tempo il centro con più abitanti sul suolo italiano e con ben 300 moschee, fino alla capitolazione dell'ultimo baluardo di Lucera nel 1300. In mezzo ci sono anni di guerre, deportazioni, ma anche scambi culturali, multilinguismo se non bilinguismo, assimilazioni, riforme coraggiose, conversioni, riconversioni e persino aneddoti. Come ad esempio il fatto che molti siciliani si convertirono alla religione islamica e impararono la lingua araba perchè i cristiani e gli ebrei furono soggetti alla jiiza, una tassa imposta agli infedeli (salvo poi tornare cristiani due secoli dopo con la dominazione normanna, perché anche questi tassavano gli infedeli)Una pratica camaleontica che è stata una costante della popolazione dell'isola.  O ancora, il fatto che Federico II, oltre al latino, siciliano, francese, tedesco e greco, parlasse correntemente proprio l'arabo. "Se il multiculturalismo ha funzionato in qualche modo mille anni fa, perché non può funzionare oggi?, si chiede Manoocher. "In Sicilia ho trovato l'anello mancante..." .

Già venuto in città una ventina d'anni fa, il fotografo traccia le differenza con la sua prima visita: "Oggi rispetto ad allora ho notato l'area pedonale con poliziotti a cavallo o in bicicletta accanto le piccole vie con i nomi arabi e la moschea di via del Celso. Per un fotografo Palermo è una miniera d'oro". E gli fa eco la moglie Ursula Janssen. "Qui c'è un profondo legame con il Medioriente, lo respiri nei mercati o con il calore umano della popolazione. Ma allo stesso tempo c'è un contrasto con elementi europei che non si percepisce in Puglia, per esempio. Il resto lo hanno fotografato e scritto con una spedizione arabo-normanna in un bastione europeo che confuta tutte le teorie sullo scontro tra civiltà. 

Il reportage si trova in edicola all'interno del numero di marzo 2016 del National Geographic Italia. Per vedere una fotogallery clicca qui. Manoocher Deghati è un fotoreporter iraniano (in esilio dal 1985) che ha girato il mondo collaborando con le principali agenzie internazionali. Ha trascorso una parte importante della sua carriera in Afghanistanm dove nel 2002 ha fondato AINA, la prima agenzia fotogiornalistica del Paese. Ursula Janssen è un'archeologa specializzata in studi mediorientali che si è occupata di molti progetti in giro per il mondo, i Africa e appunto nel Medioriente. I due vivono hanno scelto di vivere In Puglia, a metà strada, come raccontano, tra i due paesi d'origine.