Azerbaigian, l'oro nero di Baku che finanzia l'Eurovision

Articolo pubblicato il 26 giugno 2012
Articolo pubblicato il 26 giugno 2012
La campagna pubblicitaria lanciata dal governo dell'Azerbaigian su scala mondiale in preparazione all'Eurovision 2012 non dovrebbe eclissare il desiderio del popolo azero di essere compreso. Non essendoci il rischio per l'Eurovision di ricevere scarsa attenzione mediatica, lascio questa incombenza ai più qualificati e mi appresto invece a incontrare gli "anonimi" di Baku.

Prima parte: il petrolio come sponsor

L'Azerbaigian, paese organizzatore che ha ospitato l'Eurovision a Maggio 2012, aveva stabilito un itinerario ben preciso per la schiera di giornalisti europei e non è stato molto entusiasta di chi ha deciso di allontanarsi da questa "strada di mattoni gialli" cautamente lastricata. Nonostante il suo ruolo di importante esportatore di petrolio (con un milione di barili venduti ogni giorno), l'Azerbaigian sfugge all'attenzione dei più. Cuneo tra Russia e Iran e appendice dell'Europa, il Paese non ha mai costituito una meta turistica tradizionale. Turco dal punto di vista etnico, con un sapore persiano, occupato in passato dai soviet e ospitale nei confronti delle compagnie internazionali, lo stato affacciato sul mar Caspio è stato plasmato da una moltitudine di influssi contrastanti.

C'era una volta il petrolio

Il petrolio è stato senza ombra di dubbio il catalizzatore della crescita della città. Tutto iniziò a Balakhani, un agglomerato di 11.000 abitanti alla periferia della capitale, Baku. Fu uno dei primi punti dai quali il petrolio sgorgò dal terreno; questo avvenne centinaia di anni fa ed ora si ha l'impressione che il paese sia tornato ancor più indietro nel tempo. Usciti dalla scintillante stazione della metropolitana, ci imbattiamo in una serie di maršrutka malandati che lentamente lasciano l'autostrada per attraversare gruppetti di case dai tetti di latta arrugginita lungo strade accidentate dalle quali si alzano nuvole di polvere. Svoltano l'angolo... ed ecco che li vedo. In lontananza, come una foresta nera, si ergono centinaia di pompe petrolifere che risucchiano avidamente dalla terra bruciata i dollari rimasti. Qui la gente vive all'ombra della notevole ricchezza dell'Azerbaigian. Così vicino, eppure così lontano.

"Alcuni proprietari dei terreni in cui stato scoperto il petrolio si sono arricchiti". Zaka, un calzolaio locale, sfoggia un sorriso mezzo d'oro. "Ma qui si vende tutto agli stranieri, mentre noi viviamo nella sporcizia". A casa di un vicino ci vengono immediatamente offerti del tè e un vassoio a tre strati di dolci canditi assai invitanti. Un bimbo di quattro mesi dorme sul letto in un angolo, Zaka e i suoi amici fumano indolenti, giocano a nard (il backgammon, ossessione nazionale) e mi dicono cosa ne pensano della Baku attuale. "In questi giorni le persone come noi non possono accedere al centro della città, per via dell'Eurovision. Vogliono che gli stranieri vedano solo la gente vestita bene che ostenta la sua ricchezza". Circola voce che gli abitanti della periferia siano stati caricati su degli autobus a Baku e rispediti a casa.

Terra di frutta, verdura e pollo

"In questi giorni le persone come noi non possono accedere al centro della città, per via dell'Eurovision"

Le cisterne dell'acqua ci passano davanti rombando ogni cinque minuti; il rifornimento dall'esterno è indispensabile a causa della totale contaminazione del terreno. Il prezzo di una partita d'acqua fresca da 5 litri si aggira intorno ai 15 euro ma lo stipendio medio è di 55 euro. Zaka e i suoi amici fanno parte delle persone costrette all'emigrazione forzata (IDP), che abbandonarono la loro terra nel 1993 a seguito della guerra con l'Armenia nella zona di Nagorno-Karabakh. Vengono da Agdam che contava 150.000 abitanti ma che ora è un'inquietante città fantasma coperta di macerie ed erbacce. Nel 1988, negli ultimi sussulti dell'Unione Sovietica, un contrasto all'interno della regione degenerò in un grave conflitto perpetrato da entrambi i lati attraverso stupri, pogrom e massacri. Nel 1994, anno in cui la situazione si calmò, l'Azerbaigian aveva perso il 10% del suo territorio, abbandonando la repubblica autonoma di Naxchivan nel mare del cosiddetto "territorio di occupazione armena". Circa un milione di Azeri furono cacciati e le ardue condizioni in cui versano tutt'oggi gli emigrati sono ancora oggetto di divisioni.

"Prima della guerra, Agdam era un luogo vitale e colorato dove coltivavamo frutta e verdura e allevavamo polli - mi racconta Mehman - Se qui avessimo degli animali, morirebbero. Il governo parla tutti i giorni dell'Armenia e della guerra. Tutti abbiamo combattuto per il nostro paese ma non abbiamo avuto nulla in cambio. Sto aspettando di tornare a casa. Qui non sento più niente". Il lamento di Mehman è interrotto dall'avvicinarsi di una macchina nera. Alcuni amici di Zaka vanno a vedere di chi si tratta. Mentre parlano, i personaggi nella macchina, che indossano degli occhiali da sole, sbirciano dal finestrino all'interno della stanza, scrutando qua e là finché il loro sguardo non si fissa su di noi, gli stranieri. Gli amici di Zaka rispondono: "non abbiamo idea di cosa volessero. Hanno detto che stavano cercando un amico ma non li ho mai visti prima".

Stato di sorveglianza

Ci sono ragioni più che fondate per diffidare dei controlli onnipresenti dei servizi di sicurezza. Ad aprile il giornalista pionieristico Idrak Abbasov è stato picchiato ferocemente da alcune guardie giurate che lavoravano per la SOCAR, compagnia petrolifera statale, per averle filmate mentre distruggevano le case del suo quartiere. Il giornalista è andato all'ospedale in stato di coma. Tuttavia, ci dirigiamo verso i campi petroliferi serpeggiando tra le pompe che oscillano, ipnotiche; alcune case sono situate proprio accanto a questi macchinari. Non sono affatto al sicuro: potrebbero essere sequestrate e distrutte da un momento all'altro.

Risalendo una collina circondata da insediamenti di un'altezza pericolante che ospitano altri rifugiati di Karabakh, e attraversando un vecchio cimitero con le fotografie dei morti che tappezzano le lapidi, scorgiamo un lago in lontananza. Una volta arrivati, vediamo la laguna che si distende verso un orizzonte cosparso di piccole baracche mentre, sulla riva, un vasto acquitrino nero di petrolio è ricoperto di borse di plastica, scarpe da bambino e uccelli quasi fossilizzati.

Il giorno seguente, alla Crystal Hall, ho aperto il pacchetto contenente il kit promozionale dell'Eurovision. Tra i vistosi volantini pubblicitari e i CD che segnalano i vari eventi dell'Eurovision, c'è una scatoletta rivestita di velluto. La apro ed estraggo un cristallo di plastica con all'interno una gocciolina di petrolio grezzo. Per gentile concessione della SOCAR, sponsor ufficiale dell'Eurovision.

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Foto di copertina: Pirallahi Island, situata nel nord-est di Baku (cc) Marco Fieber/ flickr/ marco-fieber.com; nel testo: © Andrew Connelly/ video (cc) Obyektivtv/ youtube.