Azerbaigian, il lato oscuro del potere

Articolo pubblicato il 27 maggio 2005
Articolo pubblicato il 27 maggio 2005

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Mentre viene aperto l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan, l’ opposizione in Azerbaigian si consolida. Il regime autoritario di certo non resta a guardare: il 19 maggio scorso è stato arrestato Ravi Nurullayev, portavoce del movimento non violento YOX.

Il 19 maggio, soltanto poche ore dopo che gli attivisti del movimento di opposizione YOX, nome che alla lettera significa «no», avevano decretato lo svolgimento di una grande dimostrazione da tenersi di lì a due giorni, la polizia si era già fatta trovare davanti alla porta di Razi Nurullayev. Prontamente arrestato e condannato a cinque giorni di prigione. Il giovane coordinatore del movimento YOX –fondato a febbraio – tornava da poco da una riunione internazionale ad Amsterdam, da un incontro con i rappresentanti dei raggruppamenti non violenti di giovani dell’ex-blocco orientale come PORA in Ucraina o lo stesso YOX. La decisione degli attivisti di YOX di aderire alla grande dimostrazione fissata per il 21 maggio ha condotto a un’ondata di arresti. Accanto a Razi Nurullayev anche i dirigenti dei tre maggiori partiti all’opposizione (il Musavat, il Fronte Popolare ed il Partito Democratico Azero) sono stati fermati dalla polizia alla vigilia dell'azione di protesta. L’attivista YOX è tornato a piede libero il 25 maggio, quattro giorni dopo la dimostrazione.

Fine del silenzio

Per la prima volta dal brutale sabotaggio dell'opposizione all’epoca delle elezioni presidenziali dell’ottobre 2003, Ugur (letteralmente «successo»), il nuovo blocco recentemente fondato che riunisce i summenzionati partiti di opposizione ha osato organizzare una dimostrazione di massa. «Fine di un silenzio durato 19 mesi», ha titolato il giornale Yeni Müsavat, megafono del partito Musavat. Sebbene il governo avesse proibito la marcia di protesta per oscuri motivi, secondo fonti dell’opposizione diverse migliaia di dimostranti si sono riunite insieme. I partecipanti alla dimostrazione hanno richiesto elezioni democratiche e trasparenti per novembre 2005 e la possibilità di rimpatrio per i numerosi esuli politici, centinaia di azeri che dagli eventi dell’ottobre 2003 vivono esiliati in Europa. I leader dell’opposizione avevano fatto appello a non opporre alcuna resistenza fisica alla polizia e al servizio di sicurezza e a non fare provocazioni in alcun modo. Tuttavia si è giunti a scontri cruenti. Secondo i resoconti della stampa sono stati arrestati fino a cento manifestanti.

Il potere a colpi di manganello

Sebbene solo alcune settimane prima governo ed opposizione si erano riavvicinati, il dialogo appare oggi piuttosto improbabile dopo l’insanguinato scontro tra dimostranti e poliziotti. Ali Kerimli, alla testa dell’ala riformista del partito del Fronte Popolare, dubita che il governo sia realmente interessato a uno sviluppo democratico. Il regime vuole allungare la propria esistenza a colpi di manganello, come riassume Kerimli al giornale Nezavisimaja Gazeta. Isa Gambar, presidente del partito Musavat, ha invece espresso la propria speranza che, di fronte alla mobilitazione del 21 maggio, il governo non riesca a manipolare le prossime elezioni parlamentari.

L'ambasciata americana di Baku ha condannato la dispersione dei dimostranti, e ha sottolineato al governo azero il diritto di riunione. Il sostegno occidentale è ora di enorme importanza per le forze democratiche in Azerbaigian. Mentre il mondo guarda all’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan, inaugurato di recente, non può chiudere gli occhi davanti alle limitazioni dei diritti umani perpetrate sotto il regime dell’autoritario Ilham Alijew.