Austria: l'estrema destra che spaventa l'Europa

Articolo pubblicato il 25 aprile 2016
Articolo pubblicato il 25 aprile 2016

Al primo giro delle elezioni presidenziali austriache, Norbert Hofer, il candidato del partito FPÖ, domenica ha ottenuto più del 36% dei voti. Si tratta del miglior risultato ottenuto dal partito di estrema destra a livello nazionale. Gli osservatori vi leggono un voto di protesta contro l'establishlment politico.

La fine di un'epoca

Né i conservatori né i socialdemocratici hanno potuto imporsi. Al secondo giro, il 22 maggioNorbert Hofer, il candidato del Partito della Libertà austriaco (FPÖ) sfiderà Alexander Van der Bellen, dei Verdi. I grandi partiti tradizionali austriaci sono disorientati, analizza il giornale Die Presse: «Se la vecchia politica non comprende che i fautori dell'estrema destra da una parte e i giovani elettori dal pensiero scandinavo (progressivo e liberale n.d.r.) dall'altra esigono e impongono un cambiamento globale della politica, dello stile e del Paese, allora sarà la fine di un'epoca. Che cosa succederà poi? Tutto è possibile, un regno di mezzo non è mai stato piacevole. Un'evoluzione come quella ungherese o polacca non è concepibile, così come il trionfo di un nuovo demagogo che si guadagnerà gli elettori cercando di accontentarli, nato dalle ceneri dei grandi partiti tradizionali. Una girandola di elezioni a ripetizione, come quelle che ha conosciuto l'Italia a suo tempo. O ancora delle esperienze come quelle della Danimarca o di altre democrazie creative. Non ci sarà uno status quo. È un brutto momento che deve passare».

Die Presse, Austria, 25 aprile 2016

Caricature della disfatta

I candidati dei partiti al potere, il Partito socialdemocratico d'Austria (SPÖ) e il Partito popolare austriaco (ÖVP) hanno una forte responsabilità nellla disfatta, ironizza Péter Techet, giornalista di Magyar Nemzet: «I due partiti al potere sono entrati in lizza con dei candidati quanto più deboli: i rappresentanti sindacali degli impiegati nella costruzione degli alloggi sociali, Rudolf Hundstorfer e il presidente della federazione dei pensionati, Andreas Khol. Solo delle caricature del pessimo stato in cui si trovano i rispettivi partiti. Hundstorfer appartiene a questo movimento sindacale polveroso da quando ha 15 anni, mentre Khol è il rappresentante di una borghesia cattolica disconessa dalla realtà, che si stupisce che una pensione da 8.000 euro non sia la media austriaca».

 Magyar Nemzet, Ungheria, 24 aprile 2016

Elettori non così folli

Dopo il loro disastro elettorale, i partiti al potere in Austria dovranno barattare il loro populismo contro una politica obiettiva, consiglia il giornale liberal conservatore Neue Zürcher Zeitung: «Il verdetto delle urne ha dimostrato che sarebbe un errore riprendere le ricette deel partito FPÖ in forma edulcorata. È vero che la crisi dei rifugiati ha dominato questa campagna elettorale, quello che ha dato vento alle vele dell'estrema destra. Ma anche se la coalizione avesse seguito una politica inflessibile in questo campo, tuttavia ciò non avrebbe aiutato i candidati. E la collera degli austriaci non si è solo cristallizzata sotto la forma del sostegno all'FPÖ. Al contrario, i due candidati moderati Alexander Van der Bellen e Irmgard Griss hanno riunito in due 40% dei voti. Hanno entrambi tenuto un discorso piuttosto secco, risolutamente non populista e con un'argomentazione mitigata. Questo denota la maturità degli elettori, che vogliono che le cose cambino senza soccombere alla tentazione delle false soluzioni. Il governo dovrà interpretare questo fiasco come un appello a seguire un politica più onesta e più assestata sulle soluzioni».

Neue Zürcher Zeitung, Svizzera, 25 aprile 2016

Lo spettro che infesta l'Europa

Quello che è accaduto in Austria conferma una tendenza visibile in tutti gli Stati dell'Unione europea, scrive La Stampa: «Lo spettro che infesta l'Europa da qualche tempo sta per per prendere forma in Austria: la vittoria delle forze anti sistema che si propagano dalla Francia alla Germania, passando per l'Italia e la Gran Bretagna (…). Una vittoria che non testimonia un'alternatva logica a quello che l'Europa ha creato, ma un movimento che rinnega tutto l'ideale (…). Le idee erano ancora il motore del nostro continente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Di fronte alla crisi dei rifugiati, di una gravità inedita, i partiti tradizionali non hanno proposto alcuna alternativa umanitaria, sociale o politica tale da corrispondere ai valori europei e tale da dare una risposta al malessere e ai lamenti legittimi degli elettori».

La Stampa, Italia, 25 aprile 2016

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