Attivista angolano condannato a 5 anni di carcere per aver formato un gruppo di discussione

Articolo pubblicato il 31 marzo 2016
Articolo pubblicato il 31 marzo 2016

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Dopo un anno di detenzione e più di un mese di sciopero della fame, Luaty Beirão finalmente conoscerà il suo destino.

Lunedì 28 marzo, in un tribunale di Luanda, in Angola, Luaty Beirão, rapper attivista portoghese-angolano (nome d'arte: Ikonoklasta), è stato condannato a 5 anni di prigione per i crimini di "ribellione" e "associazione a delinquere" a seguito delle accuse formulate dal pubblico ministero angolano più di un anno fa.

Il 2o giugno, diciassette attivisti tra i 19 e i 37 anni sono stati arrestati per essersi riuniti per discutere del libro del giornalista angolano Domingos da Cruz "Strumenti per destituire il dittatore ed evitare una nuova dittatura – Filosofia politica per liberare l'Angola". Lo stesso autore del libro è poi stato condannato a 8 anni di reclusione, mentre il resto del gruppo a quattro.

ll libro in questione è un adattamento dell'opera di Gene Sharp del 1993 “Dalla dittatura alla democrazia" che ha ispirato la protesta pacifica contro la dittatura in Myanmar e gli attivisti della Primavera Araba in Egitto e Tunisia prima, per poi arrivare in Angola nel 2015. La versione angolana del libro di Sharp è caratterizzata da una forte dicotomia tra "dittatore" e "forze rivoluzionarie", per cui le negoziazioni fra le due fazioni sembrano essere fuori questione. Tuttavia, anche se nel libro si fa due volte riferimento ad atti violenti, l'autore ha precisato che l'obiettivo non sono persone o beni e proprietà acquisiti in modo onesto. Una chiarificazione che non è stata però sufficiente a fermare le persecuzioni.

La maggior parte degli attivisti si è già scontrata con il regime in passato e Luaty Beirão, come rapper, aveva scritto canzoni contro il governo e il presidente. L'imputato più giovane del gruppo è il diciannovenne Manuel Nito Alves, che nel 2013 è stato rinchiuso in un carcere minorile per aver offeso il presidente José Eduardo dos Santos ordinando t-shirts con la scritta “schifoso dittatore”.

Il gruppo è stato poi sciolto e arrestato grazie a poliziotti sotto copertura che si sono infiltrati nelle riunioni a porte aperte. Proprio in quelle occasioni sono stati girati alcuni video diventati poi l'asso nella manica dell'accusa.

Lo sciopero della fame

Da quel fatidico 21 settembre 2015 gli attivisti sono in carcere o sotto custodia nella prigione di Calomboloca, a 100km da Luanda. Secondo la Legge angolana, coloro che sono sospettati di crimini contro la sicurezza nazionale possono essere sottoposti a fermo per 90 giorni. Il regime però li ha trattenuti oltre il termine e gli attivisti hanno risposto con lo sciopero della fame.

Alcuni non sono riusciti a resistere, ad eccezione di Luaty che non ha desistito portando in questo modo il caso all'attenzione dei media internazionali. Sono successe molte cose nei 36 giorni di sciopero della fame. Luaty è stato trasferito prima in un ospedale penitenziario poi in una clinica privata dove, sotto lo sguardo attento delle guardie, ha ricevuto visite e lettere da numerosi paesi di lingua portoghese. Nel frattempo, a Lisbona ci sono state proteste per ottenere l'immediato rilascio.

Molti hanno cercato di fermarlo. Le autorità angolane hanno minacciato di obbligarlo a mangiare varie volte, perfino sua moglie preferirebbe che fosse "marito, padre e amico" anziché "martire". Il 27 ottobre, dopo molte pressioni, solo dopo che il suo caso ha ottenuto l'attenzione di tutto il mondo, il rapper ha ceduto.

Dal 19 dicembre ad oggi, Luaty e gli altri attivisti sono agli arresti domiciliari e, nonostante le proteste della comunità internazionale e di Amnesty International, dopo più di un anno di tribolazioni, tutti e 17 finiranno in prigione.