Attentati: l'ossessione del "giorno dopo"

Articolo pubblicato il 31 marzo 2016
Articolo pubblicato il 31 marzo 2016

Se dopo gli attentati di Parigi la vita di tutti i giorni ha ripreso il suo corso, permangono ancora dubbi, timori e domande. Le risposte vanno cercate altrove, nei luoghi in cui il terrore, in passato, ha cambiato la vita di altre persone. I giovani di Madrid, Bruxelles, Londra e Tunisi danno voce ai propri ricordi.

«A Bruxelles non abbiamo avuto il tempo di rielaborare i fatti di Parigi. A novembre, la settimana successiva agli attentati, colpiti da un’ondata di incomprensione mista a incredulità, si è affacciato un sentimento nuovo, come anche altrove: l’amore per la vita, il poter dire agli amici che gli vogliamo bene, trarre il massimo vantaggio dalla nostra libertà, uscire. Come se avessimo dimenticato l’importanza di queste piccole cose. Ma quando siamo passati al livello di allerta 4, siamo stati privati di tutto ciò per far spazio ad un altro sentimento: la paura. 

«La paura quando abbiamo chiuso scuole, metropolitana, ristoranti, bar, cinema, discoteche. E per noi belgi, che siamo un po’ menefreghisti, è stato come uno schiaffo. In tutto ciò avevamo capito che un giorno avremmo dovuto vivere sotto la minaccia del terrorismo, perché può accadere qui o altrove, come ci hanno dimostrato gli attentati di Parigi. Ma non sapevamo che la minaccia avrebbe preso queste sembianze: strade chiuse, pattuglie di militari dovunque ci trovavamo, perquisizioni prima di varcare la soglia di qualsiasi edificio. Nessuno aveva mai vissuto una situazione del genere. Ci è stata imposta la paura e ci è sembrato di uscirne perdenti. Non potevamo prendercela con l’OCAM (Organo di coordinamento per l’analisi delle minacce terroristiche, n.d.r.) o col Governo perché, in fondo, non sapevamo se sarebbe stato meglio.

«Abbiamo iniziato a riderci su, dicendoci che ben presto la vita sarebbe ricominciata. Il vero choc lo abbiamo avuto il mercoledì, quando tutto è stato riaperto, quando tutto era uguale a prima eppure nulla era più come prima. I miei coinquilini sono stati rimandati a casa dai datori di lavoro, i bambini chiedevano ai genitori se i soldati davanti alle loro scuole sarebbero rimasti lì per sempre. Andando al lavoro, ho sentito una donna dire che non avrebbe più preso la metropolitana, perché aveva troppa paura. Il #BrusselsLockDown ci ha fatto capire che non si era trattato di una breve parentesi e che bisognava davvero abituarsi alla presenza dei militari ogni volta che si girava l’angolo. E per noi, che siamo un po’ menefreghisti, questo ha rimesso tutto in discussione».

Sarah, a Bruxelles dopo che è stato decretato il coprifuoco della città il 21 novembre 2015.

«È un momento che ho ancora impresso nella mente. Mi stavo sistemando nello studio di casa mia, per fare un rapporto sulla mia tesi di laurea. Come spesso mi succede, ho voluto controllare Facebook prima di disconnettermi del tutto e di dare inizio a una serata di intenso lavoro. In quel preciso istante è arrivata la notizia e la pagina degli aggiornamenti è andata in tilt: esploso un bus in avenue Mohamed 5.

«La mia prima reazione è stata quella di verificare che mia sorella fosse a casa, sapendo che viaggia in autobus quasi ogni giorno. È stata una lunga serata d’inverno che non finiva più. Poco dopo ho iniziato a chiedermi: come ci si rialza dopo aver perso una battaglia? Le stazioni radio mandano canzoni patriottiche, in televisione si infiammano dibattiti che non di rado sfiorano il propagandismo sovietico, le suonerie di attesa delle segreterie telefoniche passano dalla Quinta sinfonia di Beethoven all’inno nazionale.

«Ma nonostante tutto questo, per me e per milioni di miei concittadini la risposta è altrove ed è l’amore. I terroristi vogliono seminare l’odio, noi coltiveremo l’amore. Oggi, per la prima volta, ho voluto abbracciare i miei compatrioti poliziotti, dopo aver guardato un film al cinema e aver preso un caffè con gli amici. Cosa c’è di meglio per scacciare questi mostri?»

Chérif, a Tunisi dopo gli attentati di martedì 24 novembre 2015.

«Ho l’impressione che i ricchi che si spostino in città in auto e che non si mescolino all’odore mattutino di caffè e sudore, che non abbiano vissuto quello che è accaduto nella mia stessa misura. Abitando in periferia, gli attentati avevano colpito il mezzo per me più rapido per raggiungere il centro di Madrid. Mi ricordo che ogni giorno indossavo la kefiah palestinese. In quei momenti, nessun discorso di stampo fascista può far presa.

«Ricordo di aver ripreso uno di quei treni due giorni dopo la tragedia. Silenzio assoluto. Gli sguardi si incrociavano, ma nessuno sembrava voler essere lì. All’improvviso il treno si ferma in galleria. Panico. Sorrisi nervosi e nella mente di tutti il pensiero: "Maledizione, non ricomincerà mica un'altra volta?". Non è successo nulla, ma bisognava salire ogni giorno su quel treno, salire su un treno come fosse una protesta. E guardare negli occhi le persone nel vagone, col sorriso».

Manu, a Madrid dopo gli attentati dell'11 marzo 2004.

«Come la maggior parte delle grandi città, Londra è sempre stata un esempio vivace di multiculturalità. Si respirava un’aria festosa, data dal fatto che la città aveva ottenuto il grande incarico di organizzare le Olimpiadi del 2012. Pochi giorni dopo, tutto è precipitato in un’atmosfera di terrore indescrivibile. Allora avevo 14 anni, abitavo nella periferia sud di Londra e il concetto di "guerra al terrore", War on Terror, mi era sempre sembrato lontano dalla realtà, limitato all’Afghanistan, all’Iraq, ma ovviamente anche alla città di New York.

«Una settimana dopo si percepiva un clima di diffidenza. Se avevi la pelle un po’ più scura degli altri, lo sentivi ancora di più, come quando il posto accanto al tuo restava vuoto mentre l’autobus era sovraffollato. Ma la vita cittadina non si è fermata, non poteva permettersi di farlo. I londinesi, così come i parigini, hanno unito le forze. Era questa – e lo sarà sempre – la sola cosa da fare».

Viral, a Londra dopo gli attentati del 7 luglio 2005.