Attentati e perdita di senso

Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002
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Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002

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Col World Trade Center, i terroristi hanno attaccato anche il nostro, sempre più vacillante, sistema di valori. Café babel dà spazio ad una prospettiva cristiana.

Gli eventi dell'11 Settembre che hanno colpito gli Stati Uniti hanno cambiato irrimediabilmente il mondo in cui viviamo. Non possiamo ignorare ciò che è successo e non dobbiamo rifiutare l'occasione che ci viene data di interrogarci su noi stessi e sul tipo di società che costruiamo. E' ormai tempo di riflettere su questi avvenimenti, sulle loro cause e sugli insegnamenti da trarne.

Attaccando il World Trade Center ed il Pentagono, i terroristi hanno colpito due simboli: quello della supremazia militare degli USA e licona della loro potenza finanziaria. Lulteriore minaccia del bio-terrorismo - per quanto si protraggano i danni degli attentati - mostra d'altronde una volontà di nuocere, di voler distruggere questo modello e non solo di colpirne i simboli.

Ma non sbagliamo bersaglio. Dietro gli Stati Uniti anche noi siamo nel mirino, in qualità di occidentali. Più precisamente è il nostro modello di sviluppo economico e culturale così come la nostra propensione ad imporlo come unico modo per accedere alla felicità ad essere attaccato. Tuttavia, più che il fatto di avere tendenza ad imporre il nostro modello di sviluppo, si tratta di cercare di comprendere in che modo siamo arrivati fin qui.

Individualismo e perdita di senso

Una prima contraddizione appare nell'individualismo che ispira la maggior parte delle nostre azioni. Dire che i paesi occidentali si arricchiscono sempre più mentre quelli del terzo mondo s'impoveriscono e vedono le loro prospettive di sviluppo assottigliarsi in egual misura, oggi è un luogo comune. Che in seno alle nostre "società sviluppate" una parte della popolazione è lasciata ai margini dello sviluppo.

Ma dietro questo fenomeno c'è una semplice tendenza del nostro sistema attuale: l'individualismo che consiste nel dare il primato al nostro successo e alla nostra felicità individuale prima di occuparci degli altri e

di altro. Caratteristica fondamentale della nostra società, l'individualismo ci spinge a migliorare sempre più la nostra situazione personale. Questo ci porta a produrre beni e servizi che soddisfino i nostri desideri più

sofisticati arrivando anche ad inventare nuovi bisogni mentre un gran numero di nostri simili non riesce a soddisfare le aspirazioni più elementari. Cosa ne è della crescita in Francia delle violenze urbane in occasione delle

festività natalizie se non il sentimento di essere esclusi da tutta una frangia della popolazione perché non si hanno le risorse per "consumare" e manca il passaporto indispensabile per entrare a far parte della nostra società di consumo? Lo stesso esempio si trova sul piano mondiale con alcuni paesi e società a cui si è proposto e spesso imposto un modello di sviluppo al quale non potranno mai accedere, non fossaltro che per mancanza di risorse. Il sentimento di frustrazione di queste popolazioni è quindi facile da gestire

da alcuni fondamentalisti che non avranno grosse difficoltà ad incitarli a combattere contro un modello in seno al quale essi non hanno un proprio posto.

Una seconda contraddizione fondamentale risiede nel fatto che la nostra società non ha più senso: è sempre un luogo comune il fatto che i nostri politici di sinistra non hanno più progetti politici. Ma noi dobbiamo farci lo stesso

rimprovero. Noi non facciamo più il minimo sforzo per dare un senso alla nostra vita. Consumiamo questa vita allo stesso modo con cui consumiamo i

prodotti. Questo consumo torna sempre ad approfittare di ogni opportunità che ci ha dato di vivere. E tutto ciò non è fondamentalmente negativo. Ma agendo in questo modo rifiutiamo di fare delle scelte, di cercare di dare una direzione ed un senso alla nostra vita e alle nostre azioni. La nostra società ci spinge in questa direzione in modo irrimediabile. Dire "no" oggi è una prova di coraggio poiché ogni scelta

impone una rinuncia e l'idea stessa di provarci, di esserne privati, in qualche modo ci

angoscia. Ma non è proprio grazie all'insoddisfazione dei propri desideri che

l'uomo cerca di superare se stesso, cresce, si sviluppa e finalmente

costruisce la sua vita?

Ridiventiamo uomini!

E' perché la nostra società deve evolvere, è perché noi la costruiamo continuamente, che dobbiamo definire un punto di riferimento nel quale crediamo e che sia in grado di identificarci in qualcosa, di orientare le nostre azioni, le nostre decisioni in funzione di questa cosa. Una cosa della quale siamo pronti a privarci, a fare delle concessioni. Se ognuno fosse fortunatamente libero di riferirsi a ciò che vuole, di mettere l'uomo al centro della società, potrebbe essere un modo di ricostruire una società che abbia un senso.

L'uomo diventerebbe quindi l'oggetto delle nostre azioni, delle nostre decisioni, dei nostri progetti.

Ma attraverso l'uomo, è anche dell'altro che bisogna occuparsi. Prendere l'altro o l'uomo come referente consiste anche nell'interrogarsi sulle conseguenze che hanno le nostre decisioni sulle

altre, nel pensare che queste decisioni possano nuocere loro e che ciò merita che le si esamini due volte. Che si tratti dell'uomo o dell'altro,

ciò richiede anche una visione a lungo termine delle azioni spesso impopolari se non addirittura difficili da assumere a breve termine o per noi stessi, ma delle azioni sensate.

Esiste un modo per arrivare a questa fine: il ritorno alla politica come luogo reale d'azione e di iniziativa. I nostri responsabili politici sono spodestati del loro potere dal peso dell'opinione pubblica e dalla pressione degli ambienti finanziari che li costringono a prendere delle decisioni non più riconducibili ad una logica umana. Infatti, la necessaria mediatizzazione dell'azione politica -

pegno di ogni democrazia - impedisce la presa di decisioni impopolari ma necessarie.

Oggi la scuola non forma degli uomini pronti ad assumere le proprie responsabilità e a fare delle scelte, ma essa plasma direttori e tecnici senza forza, sensa carattere, senza diversità. I giovani diplomati di oggi arrivano ad un livello di competenza e di sapere mai raggiunto. Ma parallelamente non sono più capaci di

assumersi le responsabilità elementari della loro condizione di uomini come quella per esempio di formare una famiglia.

Urge quindi rivedere il nostro sistema di educazione: che sia la scuola, la famiglia o ancora tutti gli altri luoghi, ma gli uomini che dovranno assumersi le responsabilità di domani devono sapere ciò che ha dato senso ai

loro occhi. E' in questo che saranno uomini.

E anche perchè l'uomo e gli uomini meritano molto di più di ciò a cui sono

ridotti oggi, perchè c'è un'emergenza nel nostro mondo, che dobbiamo ridargli un senso.

Rifocalizziamoci sui valori fondamentali. E per fare questo dobbiamo avere il

coraggio di dire no,dobbiamo avere il coraggio di fare delle scelte.

Lasciamo il posto alle novità, lasciamo emergere le idee differenti e costruiamo insieme un modello di società che abbia un senso per

l'uomo.