Attentati a Bruxelles: quando la quotidianità mattutina viene stravolta

Articolo pubblicato il 23 marzo 2016
Articolo pubblicato il 23 marzo 2016

Martedì mattina, 22 marzo 2016, la capitale dell'Europa è stata colpita da due gravi attachi terroristici. Uno degli attacchi si è verificato alla stazione della metro di Maelbeek, nel cuore del quartiere delle istituzioni europee. Il racconto di una giornata interminabile.

Non sono in ufficio oggi. Eppure avrei dovuto esserci per via di un lavoro importante da finire prima delle vacanze pasquali. L'edificio dove lavoro, a 400 metri della stazione Maelbeek, nel quartiere europeo, è recintato. L'accesso è fortemente limitato in seguito agli attentati di martedì mattina.

"Sono i terroristi che hanno cambiato le regole"

Di solito prendo la metropolitana per andare a lavoro, molto più rapida rispetto al bus, che si trova spesso bloccato in mezzo al traffico. Tuttavia, martedì, essendo in anticipo per un importante appuntamento fissato alle 9, ho preso l'autobus delle 8:20, che riesce ad evitare il via vai di auto. E' sul bus stesso che ho saputo delle due esplosioni all'aeroporto Zaventem. Ho subito pensato ad un attacco terroristico, come molta gente immagino. Però in quel momento non c'era nessuna prova, si poteva anche trattare benissimo di una fuga di gas...

Arrivo pertanto attraverso place du Luxembourg quella mattina, e non da Maelbeek come faccio abitualmente. Di fronte si trova il Parlamento europeo, i militari sembrano più tesi del solito: comprensibile visto la situazione. Arrivata al Comitato delle Regioni dell'UE, inizio a capire la gravità della situazione: anche con il badge di accesso, che mi permette di entrare facilmente nell'edificio, passano la mia borsa sotto i raggi X e siamo tutti perquisiti e controllati. Una collega chiede: «Avete cambiato le regole di controllo?». L'agente di sicurezza: «Sono i terroristi che hanno cambiato le regole». Ho la conferma dei miei sospetti...

Ore 9:10. Attendo nella hall del Comitato il mio appuntamento. All'improvviso l'atmosfera, già tesa di suo, diventa elettrica, i militari che erano in pausa nella sala relax escono precipitosamente per raggiungere i colleghi in strada, col casco e l'arma automatica in mano. Si sente urlare: «Putain, putain! (cazzo, cazzo! n.d.t.)», si percepisce all'istante agitazione tra gli agenti di sicurezza. Le voci corrono: «Esplosione a Schuman e a Maelbeek!». All'istante realizzo, la paura mi assale solo all'idea che possa essere sucesso qualcosa ai miei amici che prendono anche loro quella linea di metro ogni mattina.

Bruxelles, 22 marzo 2016: la giornata interminabile

La sicurezza decide intanto di chiudere l'intero edificio: nessuno deve entrare o uscire. Di fronte all'edificio, via Belliard, si distinguono l'esercito e la polizia che prendono posizione. Il quartiere europeo è chiuso. Sembra allora l'inizio di una giornata interminabile, tra elicotteri e antenne mobili, siamo confinati nel palazzo, ad informarci con Messenger o WhatsApp se gli altri sono in salvo, le linee telefoniche sono intasate. Vengo a sapere dal mio fidanzato che si trovava in stazione Maelbeek cinque minuti prima dell'esplosione, stessa cosa per alcuni colleghi. Qualcuno di loro si trova ancora fuori, nell'attesa di essere autorizzato ad entrare nell'edificio, con l'ansia che un altro collega sia stato meno fortunato.

Per tutto il giorno, faccio fatica a realizzare quanto possa essere reale una tale situazione, brancolando con la mia testa in una nebbia confusa. Impossibile concentrarsi. Navigango sui social, mi imbatto in una foto del vagone della metro che prendiamo ogni mattina: sventrato, nero, carbonizzato. Posso solo immaginare il terrore vissuto dalla gente presente in quel momento. Come una nota stonata, il sole, così sporadico di solito in questa città, oggi risplende su tutta Bruxelles. Ore 16: finalmente possiamo andarcene. Senza metro, bus, tram. Niente. Camminiamo in mezzo ad un traffico spaventoso, la città è di nuovo immobilizzata, l'atmosfera è pesante. In place Jourdan incrocio una donna che scoppia in lacrime di fronte ai militari.

Nei giorni successivi, il quartiere europeo è rimasto circondato dai cordoni di sicurezza, continuano le indagini intorno a Maelbeek. E' mercoledì, mi trovo a casa, con questo tempo grigio.

Il rifiuto dell'abitudine

Sono francese, vivo a Bruxelles da quasi 3 anni. Pertanto ho vissuto dall'esterno gli attentati a Parigi contro Charlie Hebdo e quelli del 13 novembre. Oggi non è più il mio Paese di origine che è colpito da attentati ciechi e crudeli, ma il mio Paese e la mia città di adozione. Le immagini di orrore che si vedono a ciclo continuo sui televisori di tutto il mondo rappresentano luoghi familiari che frequento ogni giorno. L'ufficio di cafébabel Bruxelles si trova nello stesso quartiere. Questo sentimento è probabilmente lo stesso provato dai parigini a novembre scorso, il sentimento che l'orrore ci tocchi ormai sempre più da vicino.

Dovremmo "abituarci" a questa situazione, come si è sentito dire? Non ho voglia di abituarmi alla paura, all'ansia, all'impressione che la routine possa essere stravolta da eventi tragici in un instante. Mi rifiuto di farne un abitudine.

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Bruxelles.