Atene, o la ridefinizione del limes

Articolo pubblicato il 14 aprile 2003
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Articolo pubblicato il 14 aprile 2003

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Atene, 16-17 aprile: un summit informale ma vitale, marcato dalle divisioni dell’Unione Europea e dagli interrogativi sul futuro del continente.

L'agorà di Atene è uno spazio simbolico come pochi: luogo di scambio delle merci e di circolazione delle idee, di dialogo e di costruzione della prima democrazia della storia. Questa culla della civiltà occidentale è lo spazio scelto per celebrare la firma dei Trattati di adesione il prossimo 16 aprile da parte di 10 dei 13 paesi candidati. Non è difficile interpretare il carattere simbolico della scelta dello scenario della cerimonia: il limes, la frontiera tra l’area civilizzata ed il mondo dei barbari si sposta verso l’Est ma non scompare. Di fatto, le conseguenze pratiche si faranno sentire attraverso un cambiamento dello statuto dei paesi candidati firmatari che, durante il periodo di transizione che porta all’adesione il primo maggio 2004 diverranno “paesi osservatori”. Come tali avranno diritto ad assistere alle riunioni del Consiglio dei Ministri, a quelle del Parlamento Europeo e persino ai gruppi di lavoro della Commissione.

Ma il 17 aprile Atene riceverà in uno spazio asettico tutti gli invitati della Conferenza Europea. Si tratta di una riunione senza agenda precisa che riunirà Stati membri dell’Unione, candidati, così come altri Stati europei e che farà toccare con mano l’evoluzione dei rapporti esistenti e le possibilità di espansione dell’Unione. Pertanto, insieme ai membri dello spazio civilizzato ad ovest del limes, si incontreranno ad Atene una serie di paesi esclusi da questo spazio per varie ragioni.

L’Europa di domani: i paesi candidati

Due paesi candidati che negoziano ormai da anni la loro adesione (Romani e Bulgaria) ed uno che ancora non ha cominciato (Turchia) non cambieranno statuto il 16 aprile. Per i primi due le condizioni che impone l’Unione sono conosciute: assimilazione dell’acquis comunitario e sviluppo di un corpo di funzionari che assicurino la sua stretta applicazione. Più implicitamente si esige da questi paesi che controllino il fenomeno dell’immigrazione illegale in provenienza da Est e che stabiliscano frontiere chiare con i loro vicini extracomunitari. Cioè che comincino a stabilire il nuovo limes (1).

Per la Turchia la questione è più complessa: applicazione delle leggi approvate l’estate passata, rispetto della minoranza curda, così come dei diritti umani, e limitazione del potere dell’esercito. Senza dubbio, a causa dei tentativi di penetrare nel nord dell’Irak, la Turchia riceverà dei rimproveri ed il suo cammino verso l’adesione potrà essere molto lungo.

L’Europa del futuro: i Balcani

All’indomani della guerra del Kosovo Joschka Fischer propose un “patto di stabilità per il sud-est europeo” che costringesse al dialogo gli Stati balcanici e fosse una condizione necessaria per poter aspirare all’integrazione all’Unione Europea. Da allora l’evoluzione è stata globalmente positiva. Nonostante delle crisi come quella che vive attualmente la Serbia, questa regione è considerata come lo spazio naturale verso il quale si dirigerà il prossimo allargamento. Evidentemente si tratta di Stati fragili e scomposti, la ricostruzione sarà lunga ed ardua. Ma non hanno vocazione a restare esclusi.

L’Europa barbara nell’orbita di Mosca

Bielorussia, Ucraina e, in minor misura, Moldavia, sono i paesi che, oggi come oggi, delimitano quel limes. I primi due sono governati in modo autoritario, senza alcun rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione. Tutti e tre, geopoliticamente, si volgono verso Mosca per compensare l’isolamento al quale li condanna l’Unione. Quest’ultima sembra disposta a stabilire rapporti puramente commerciali con i tre paesi, ma senza prendere in considerazione una possibile adesione, se non in cambio di un controllo più stretto delle loro frontiere. D’altro canto la Russia, anch’essa invitata ad Atene, appare a volte come il principale rivale dell’UE in questa determinata zona di influenza, responsabile di un genocidio nel suo proprio territorio, a volte come un alleato inevitabile.

Se aggiungiamo il caso dei paesi ricchi neutrali dell’Europa occidentale (3), questo vertice informale permette di comprendere quale mappa dell’Europa può andar disegnandosi durante i prossimi anni. In ogni caso è evidente che l’Unione ha un ruolo attivo da giocare in tutti gli ambiti, in particolare per la possibilità, sempre aperta, di ulteriori allargamenti, ma anche attraverso nuovi modi di associazione con i paesi terzi. E’ questa la prima è più importante PESC europea, la cui missione principale deve essere l’estensione della democrazia e la difesa della pace, la stabilità ed i diritti umani. In questo senso sarebbe desiderabile che anche il sud del Mediterraneo, l’Europa che non è, sia considerato come un alleato vitale.

(1) Sulla questione vedi “La Moldavie repoussée vers l’Est” di Guy-Pierre Chomette in Le Monde Diplomatique dell’inverno 2002 (vedi link).

(2) I paesi balcanici che godono degli aiuti del Patto di Stabilità sono: Albania, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Macedonia, Moldavia, Romania e Serbia-Montenegro.

(3) Svizzera, Islanda, Norvegia e Liechstenstein, riuniti nell’Associazione Europea di Libero Scambio (AELC).