Associazione europea: all’UE non serve

Articolo pubblicato il 16 settembre 2004
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Articolo pubblicato il 16 settembre 2004

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La possibilità per gli europei di agire in modo collettivo non interessa più la Commissione. Come potrà allora esistere quella società civile europea da questa tanto anelata?

Il 13 settembre scorso l’ong brussellese European Citizen Action Service ha organizzato un seminario sulla democrazia participativa al Parlamento Europeo. Universitari, funzionari della Commissione Europea e rappresentanti di ong o della società civile europea si esprimevano sulle cosiddette “3 C”: consultazione, contratto, costituzione.

Associazione europea: rischio uniformazione?

Jens Nymand-Christensen, Direttore delle relazioni con la società civile presso la Segreteria generale della Commissione Europea, ha aperto le danze. La Commissione porta avanti parecchi sforzi di consultazione della società civile ma, confessa Nymand-Christensen, accusa un grave ritardo nella gestione delle risposte che le sono indirizzate. Nella sala una mano si leva. Il rappresentante di una ong solleva la spinosa questione del bilancio destinato alla società civile europea e delle complessità amministrative del processo di finanziamento per le strutture nascenti, sguarnite, ma interamente rappresentative. La Commissione fa già molto – insiste Nymand-Christensen – tenuto conto dei mezzi a disposizione e in relazione a quanto messo a disposizione dagli Stati membri. Prosegue poi: “non vedo oggi l’interesse per la Commissione di creare uno statuto di associazione europea data la dispersione delle tradizioni e delle cornici culturali nazionali che rendono difficile imporre un modello unico”. Tra i suoi timori anche il rischio di vedere in ciò un passo più esclusivo che non inclusivo, o peggio ancora di stringere nella morsa di Bruxelles il fenomeno associativo.

Questo rischio di uniformazione non è tuttavia condiviso dai membri delle ong presenti, che insistono sull’importanza di un metodo chiaro ed universale: più che altro per ragioni pratiche. Nymand-Christensen assicura che la Commissione vuole ascoltare la società civile europea, anche a livello locale. Ma con quali mezzi?

Niente spazio pubblico europeo senza un’associazione europea

Ascoltare la società civile è un obbligo per la democrazia europea. Costruire una società civile artificiale falserebbe la distribuzione delle carte in tavola. La Commissione non ha altra scelta dunque che prestare reale attenzione, visto che il Comitato Economico e Sociale Europeo ha già provato a rubarle la scena proclamandosi luogo di incontro della società civile europea.

Ed intanto due “C” vengon trattate: consultazione, contratti. Infine ecco la Costituzione ed il suo articolo 47 sull’iniziativa cittadina, che istituisce la possibilità per un milione di cittadini europei di diversi stati membri di portare singole questioni all’attenzione della Commissione che successivamente potrà farle proprie. I giuristi apprezzano la finezza del testo mentre i funzionari della Commissione sottolineano l’audacia di quest’articolo in un’Europa di 350 milioni di individui. Uno dei rischi tuttavia, secondo le stime di un altro funzionario, è di creare delle fratture nella società civile europea – per esempio tra gruppi di Stati membri. La questione di uno spazio pubblico europeo, a conclusione di questi dibattiti, torna instancabilmente sulla scena.

La strada verso la creazione di uno spazio pubblico europeo passa certamente per lo statuto di associazione europea, complementare agli statuti nazionali. Uno statuto per il quale café babel si batte da anni. I funzionari della Commissione tuttavia non sembrano ancora pronti, mentre il presidente Barroso sembra propenso ad affermare il contrario. Non ci resta che aspettare fatti concreti.