Assist francese, goal di Blair

Articolo pubblicato il 09 giugno 2005
Articolo pubblicato il 09 giugno 2005

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Il dietrofront britannico sul referendum sulla Costituzione europea non siginifica la fine dell’Europa. Semmai una rinegoziazione in salsa inglese.

L’annuncio di lunedì scorso da parte del ministro degli esteri inglese, Jack Straw, che il Regno Unito farà un passo indietro sul referendum sulla martoriata Costituzione europea ignora gli appelli lanciati da Francia e Germania verso gli altri Stati membri a continuare il processo di ratifiche. Eppure, facendo ciò, il Labour sta rispettando gli impegni presi con l’elettorato euro-scettico, mettendo il Paese in una posizione ottima per mercanteggiare nel corso dell’ormai prossima presidenza Ue.

Merci pour le «Non»

In maniera calzante, le affermazioni di Straw giungono trent’anni dopo l’unico precedente referendum votato dal popolo inglese sull’Europa, per restare nel Mercato Comune nel quale erano entrati nel 1973. Nel 1975 il Regno Unito si trovava anche allora sotto un governo laburista, e tuttavia l’amministrazione attuale non se la sente oggi di mettere l’Europa al voto. In effetti, fu solo dopo aver perso terreno nei confronti dell’opposizione nel corso delle Europee del giugno dello scorso anno che il Labour fu spinto, sotto le crescenti pressioni dell’opinione pubblica a permettere un referendum. Venne anticipato che il voto si sarebbe tenuto nella primavera del 2006, il che avrebbe significato per l’euroscettica Inghilterra esser l’ultimo paese a ratificare la Costituzione. Un No deciso sarebbe probabilmente apparso, un No che sarebbe stato di grande imbarazzo per il governo britannico. Il voto contrario di Francia e Paesi Bassi ha invece permesso a Londra di rivalutare la situazione e servirsene ai propri fini interni ed internazionali.

Il Regno Unito può adesso assumere la guida dell’Europa

Un’analisi della retorica di Straw rivela le ragioni machiavelliche sottostanti l’annuncio fatto lunedì. In primo luogo, congelando il voto referendario in un futuro prevedibile, il Labour può spostare l’attenzione dalla controversa questione dell’Europa verso un’agenda nazionale di miglior qualità dei servizi pubblici, bassa inflazione, bassa disoccupazione e consolidamento della crescita economica. Il che frena i conservatori sul loro campo, rendendo impossibile utilizzare l’argomento Costituzione per metter a segno punti politici. L’intelligenza del Labour di concentrarsi sui problemi nazionali fu chiaro nella recente campagna elettorale, e questo approccio venne acutamente perseguito anche in seguito data la maggioranza parlamentare oggi assai ridotta. In secondo luogo, è ben evidente il fatto che Straw non abbia dichiarato «morto» il Trattato, parlando soltanto di impasse. Questo permetterà al Regno Unito di usare la sua presidenza Ue per assumere la guida in modo da riformare l’Europa, tenendo buoni i pezzi migliori della Costituzione (come il veto britannico sulle tasse) da usare come punto iniziale per costruire un nuovo Trattato. La rinegoziazione può consentire inoltre al Regno Unito di mantenere il controverso “rimborso” guadagnato sotto Margaret Thatcher. Il che permetterebbe al governo di sfidare l’accusa degli euro-scettici secondo la quale l’Ue sarebbe una cospirazione franco-tedesca che mira ad indebolire l’influenza inglese, e consentirebbe altresì al governo di riuscire a far “vendere” bene all’elettorato qualsiasi testo futuro.

L’eredità di Blair

Sappiamo già che Blair non si ricandiderà, e l’Europa gli dà ora un’opportunità per assicurare la propria eredità e prolungare la sua vita politica. Se si mostrerà in grado di guidare una rinegoziazione, avrà la possibilità di puntare molto in alto. Il narcisista che è in lui preferirebbe certamente essere ricordato dalla storia non come colui che perpetrò una guerra illegittima in Iraq ma come l'uomo che tentò di riunificare l’Europa.