Asa: «L’Africa ha tutto ciò che ai paesi ricchi manca di più»

Articolo pubblicato il 03 novembre 2007
Articolo pubblicato il 03 novembre 2007

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Cantante nigeriana perennemente sospesa tra Parigi e Lagos, è la degna erede della musica afro-folk. L’artista, 25enne, è diventata l’idolo di Mtv e incarna il legame musicale tra Europa e Africa.

Ho un appuntamento con Asa, pronunciatelo “Asha”, nei locali dell’etichetta “Naive”, nel cuore del quartiere parigino di Pigalle. Ultima intervista di una giornata interamente dedicata alla promozione per la nuova rivelazione soul che ha appena pubblicato il suo album eponimo. Arrivo quando è appena terminata una sessione live. Con amorevole cura, la cantante ripone la sua chitarra in una custodia più grande di lei. Eppure l’impressione che traspare è quella di una ragazza tutt’altro che fragile: occhiali quadrati, dread ed un sorriso che gli divora il viso.

Una maledizione

Asa è nata nel 1982 a Parigi. Qui trascorre i primi due anni della sua vita prima che la sua famiglia decida di tornare a vivere in Africa, più precisamente in Nigeria. Una decisione che, nei primi tempi, non smette di rimproverare ai suoi genitori. Fino a quando comincia a vivere questo distacco dalla Francia in modo diverso e non più come una maledizione. È allora che impara ad amare l’Africa ed a non volerla più lasciare. Da allora è convinta che sia suo dovere spiegarlo ai giovani africani. «Perché voler andar in un Paese dove si verrà disprezzati?»,dice. Quando gli chiedo cosa vorrebbe dire a questi giovani che sognano i viaggi e l’Occidente, mi risponde che li comprende perfettamente. «Quando si è giovani è normale voler vedere altre cose».

Altrove

In effetti Asa è andata velocemente alla scoperta di questa diversità. All’inizio quando, ancora bambina, lascia la Francia per trasferirsi a Lagos. Poi, appena ventenne, partecipa ad un programma del Ministero per gli affari esteri finalizzato alla promozione dei giovani artisti ed ottiene una borsa di studio per trascorrere tre mesi proprio nel suo Paese d’origine. Così (ri)scopre la Francia, e poi l’Europa. Un’esperienza in cui vede «uno scenario di apertura e di opportunità, dove la cultura è più accessibile». E si sente «riconoscente», nei confronti di quelle persone che hanno saputo mostrarsi «accoglienti e l’hanno incoraggiata».

Certamente è a Laos, la capitale della Nigeria, che si sente a casa. Spesso messa a confronto con New York, questa città è una continua mescolanza: le religioni coabitano, le culture si confondono, si scontrano, si offendono e si prendono in giro. Non esita ad evocare la sua infanzia a Festac Town, un quartiere ghetto. «Preferisco parlare di progetto perché è questo ciò che era. Era un bel progetto che non è poi riuscito del tutto. Certamente era un quartiere piuttosto popolare e di conseguenza piuttosto povero, ma c’erano anche molti artisti che vivevano là. C’era dell’amicizia e si rideva molto». Per questo Asa si chiede se in effetti abbia avuto «un’infanzia davvero felice ». Nata in Francia dove torna regolarmente, Asa sa perfettamente che «ci torna come visitatrice».

Una folla immaginaria

Esploratrice assidua che non disdegna le proprie radici, può mantenere uno sguardo critico sulla nostra società. In Francia, Asa dice di prestarsi al gioco della critica costruita. Passa dall’improvvisazione, la sua forma di espressione privilegiata, alla scrittura. E come sembrano lontani i tempi delle radio pirata. Dei due concorsi ai quali ha preso parte conserva un buon ricordo e la soddisfazione di non aver vinto. «Quando riascolto la prima canzone che ho registrato mi dico che c’era ancora talmente tanta strada da fare», prosegue.

Asa, che le corali rifiutavano a causa di una voce giudicata troppo grave. Cullata da un padre appassionato dalla musica nera americana, con la tendenza per il soul-reggae, affascinata da Nina Simone, Marvin Gave, Aretha Franklin e poi dall’afro-folk sulle tracce di Tracey Chapman, Erikah Baduh e la stessa Ayo. Si ricorda di aver avuto per molto tempo «una folla immaginaria venuta ad ascoltarmi mentre giocavo con un pezzo di legno che utilizzavo come chitarra».

Amicizia, solidarietà e il sorriso

Sa di avere, da quando era piccola, «qualcosa da dire». Un messaggio che le sue melodie ancheggianti non alterano. Dedita a quello di cui parla come ad un «dovere», impegnata a far comprendere ciò che ha dentro, Asa parla e sorride. E quando l’addetto stampa le viene a ricordare che deve presenziare ad un pranzo, lei chiede una decina di minuti. Per spiegarmi meglio.

Mi racconta ancora che viaggia ed ama le novità. Che ha un «attaccamento particolare per la Francia». Tuttavia qui dice di non sentirsi a casa propria e sostiene di venire principalmente alla ricerca di «idee e talenti», che potrà liberamente utilizzare tornando a casa. E quando le chiedo se ritiene che l’Europa manchi di rispetto nei confronti degli immigrati di origine africana. Per rispondere, cita le prove del Dna, il controllo sull’immigrazione, visibilmente infastidita.

«Occorre che gli immigrati tornino pieni di nuove conoscenze», afferma infine. «Devono fare ritorno in patria, il solo posto dove possono essere davvero loro stessi. A che pro accettare di vivere oppressi altrove quando la nostra terra natia ha bisogno di noi?». Alza le spalle. «Si dice che l’Africa sia sottosviluppata, ma qui c’è tutto quello che ai paesi ricchi manca di più: l’amicizia, la solidarietà, l’aiuto reciproco e il sorriso».