Arte, cinema, tv: è l'anno di David Lynch

Articolo pubblicato il 23 febbraio 2017
Articolo pubblicato il 23 febbraio 2017

Abbiamo visto David Lynch: The Art Life, documentario sul regista della rinascita del cinema americano. Concentrato sulla sua pittura e vita pre-cinematografica, è una gradevole immersione nella sottile inquietitudine dell'immaginario lynchiano, una calma tappa introspettiva in vista dell'eclatante ritorno della terza stagione di Twin Peaks, attesa in primavera.

Il regista di The Elephant Man, Velluto Blu e Mulholland Drive (quest’ultimo eletto miglior film della storia dalla BBC) ha visitato Palermo due volte, nel 2007 e nel 2014, per parlare più di meditazione trascendentale e altre iniziative benefiche che di cinema, notando “un’atmosfera di giocosa intelligenza che svolazza per l’aria” e definendo i siciliani “persone piene di vita”. Nel 2017 i suoi fan hanno risposto creando un gruppo su Facebook che ha raccolto le adesioni del pubblico e permesso al distributore Wanted e al Cinema Rouge et Noir di proporre anche a Palermo (originariamente era prevista solo a Catania) la proiezione di David Lynch: The Art Life, documentario presentato a Venezia 73 e in uscita in tutta Italia il 20 febbraio. 

Diretto da Rick Barnes, Jon Nguuyen e Olivia Neegaard – Holm, tre registi danesi, The Art Life nasce da ben dodici anni di lavoro e capitali produttivi raccolti grazie al crowdfunding, scegliendo bene l’angolazione attraverso cui raccontare Lynch. È una storia che parte dalle foto di David bambino e termina agli albori del suo cinema, con le scene tagliate di Alpabhet, The GrandmotherEraserhead – La Mente Che Cancella. La parola chiave che si può utilizzare per inquadrare il documentario è intimità: Lynch narra in campo e in voice over, prestandosi ad essere ripreso nella sua villa-atelier di Los Angeles mentre dipinge, in compagnia della sua piccola, biondissima figlia.

Presenza non casuale questa, perché la seconda parola chiave per descrive The Art Life è infanzia. La sua, il regista di Missoula, Montana, la descrive assolutamente libera, felice e rassicurante grazie all’amore di due bravi genitori. Presto, però, l’idillio viene sconvolto da un paio di strani episodi accaduti in giardino, improvvisi come le scene più tese e oniriche di tanti film del regista, raccontati da egli stesso in modo contorto, mentre il sound design del documentario ricorda il lavoro di Angelo Badalamenti in Inland Empire.

Che qualcosa di quegli episodi abbia continuato a risuonare nelle gesta artistiche di Lynch è più che un sospetto: la sua pittura è un diario di frammenti di vita attraverso immagini e disegni dal tratto infantile, accompagnati da segni contorti, marcati, colori sbavati oltre il confine delle forme, come una tormenta che abita nella mente. Sono trasposizioni di sogni su carta e tela con corte frasi che raccontano interi aneddoti della vita di Lynch. Volutamente semplice è la resa di molti dipinti, ma in realtà siamo davanti a un linguaggio artistico maturo.

Se vogliamo cercare qualche riferimento pittorico noi italiani non possiamo non citare Burri per la dimensione materica, le forme, le macchie di colore primitive. Lynch impasta, modella, incide la materia per arrivare a una figuratività che racconta episodi della sua giovinezza.

La stessa sincerità giovane e innocente che si ritrova anche nel racconto della figura del padre, che lo aiutava a conseguire ogni obiettivo a patto che lui desse qualcosa in cambio incontrandolo a metà strada, conquistandosi da se parte del traguardo (ottimo metodo educativo). O quando Lynch ricorda le incomprensioni e la disistima dei suoi familiari verso i suoi esperimenti artistici di putrefazione ai tempi del liceo. O la candida avventatezza con cui ammette il ruolo di alcune lettere di referenze scritte da artisti affermati e spedite agli istituti giusti, accanto al suo talento. Naturalmente c’è anche tanto americanissimo self made man nella vincita di una importante borsa di studio, così come il passaggio dagli anni bui di Philadelphia “dove la follia si respirava ovunque, era palpabile nell’aria” (ottimo l’archivio fotografico sfoggiato a riguardo), alla rinascita professionale sotto al sole della California.

Non è sprovvisto di una morale potente, The Art Life, rintracciabile nell’assioma che “dalla distruzione, dall’evento più devastante può generarsi qualcosa di nuovo, struttura, bellezza”. Quello che ci ha più conquistato, tuttavia, è il carattere confidenziale del documentario, l’aver potuto conoscere la pittura e la storia pre-cinematografica di Lynch. Un’interessante bussola di orientamento in vista del 21 maggio, quando, dopo 25 anni dalla prima stagione, Showtime in Usa e Sky Atlantic in Italia trasmetteranno la terza stagione di Twin Peaks, la madre di tutte le serie tv. Scritti insieme a Mark Frost, tutti i 18 episodi saranno diretti da David Lynch, musicati da Angelo Badalamenti e recitati da tantissimi membri del vecchio cast (Sheryl Lee/Laura Palmer, Kyle MacLachalan/Tenente Cooper in testa), con l’aggiunta di nomi altisonanti: Tim Roth, Naomi Watts, Monica Bellucci e Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam. Chiaro che tutto il mondo si troverà davanti a un evento televisivo dalla portata storica: se ne scriverà tanto e ognuno darà la propria opinione, ma chi ha guardato David Lynch: The Art Life avrà una chiave in più per interpretare l’ennesima, deformante gabbia lynchiana.