Arte, 20 anni di programmi franco-tedeschi

Articolo pubblicato il 13 luglio 2012
Articolo pubblicato il 13 luglio 2012
19:15, telecamere pronte, audio sotto controllo, e.. azione! Nazan Gökdemir, una giornalista tedesca di origini turche, sta scandendo le principali notizie del giorno. Non molto dopo di lei, alle 19:45, sarà la volta delle notizie in francese, presentate da Leila Kaddour-Budadi, francese di origini algerina.
Benvenuti nel mondo di Arte, una televisione franco-tedesca che ha da poco celebrato il suo ventesimo anno di attività.

La rumorosa mensa della televisione ARTE. Affamati giornalisti di ogni età occupano i tavolini con piatti a prezzi appetitosi. Con imbarazzo ordino al bancone un succo d'arancia e timidamente confesso di non avere il tesserino, perché sono qui solo un giorno per fare un reportage su questa televisione, dove ogni giorno si cuociono notizie servite all'europea. Siedo nella terrazza soleggiata con vista su uno dei numerosi e affascinanti canali di Strasburgo. Ad alcuni tavolini si parla in francese, ad altri in tedesco. I gruppetti misti sono piuttosto rari. È ora di mettersi a lavorare insieme.

E come ci si capisce qui?

Non è sempre facile, infatti i giornalisti francesi e tedeschi di solito hanno imparato il mestiere nei propri paesi. Lingue differenti, metodi di lavoro giornalistico differenti. Ad ARTE bisogna ricordarsi dell'altro lato, non solo dei giornalisti con i quali si lavora, ma anche del pubblico dell'altro paese.

Patrick Schulze-Heil, uno dei redattori, ammette: "in redazione si arriva spesso a discutere. La parte francese e la parte tedesca non sempre hanno lo stesso punto di vista sulle questioni, non sempre hanno le stesse priorità informative". Dopo un attimo di riflessione aggiunge: "francesi e tedeschi si spiegano incessantemente qualcosa e questo è importante, perché si ricordano la responsabilità che abbiamo ogni volta che esprimiamo le nostre opinioni".

Dello stesso parere è Singe Matzner, caporedattore, che prima lavorava per il plurilingue Deutsche Welle: "ciò che mi pare interessante ad ARTE è l'equilibrio raggiunto attraverso le discussioni fra le due parti. Si può facilmente mitigare l'altra parte, quando esagera, e ricordare costantemente che non c'è un solo modo di guardare il mondo". Vale la pena ricordare che sull'opinione dei giornalisti spesso influiscono i media nazionali, nonché i diversi standard nella professione giornalistica. Lo sforzo per comprendere è quindi pane quotidiano ad ARTE. I traduttori lavorano senza sosta e i cosiddetti "poliglotti" hanno come compito la coordinazione tecnica di questo caos linguistico, che si deve gestire ogni giorno.

Dietro le quinte della tv bilingue

10.30, prima riunione della redazione. Sono presenti non solo i giornalisti, ma anche i traduttori e i "poliglotti". Il caporedattore e la direttrice del giornale della sera distribuiscono ai giornalisti i temi del giorno. Sebbene entrambe siano tedesche, predomina il francese, a volte si butta una frase in tedesco. I temi sono divisi secondo gli interessi dei giornalisti, ma anche secondo l'interesse del pubblico tedesco e francese. Così Hollande in Afganistan tocca ad un giornalista francese, mentre la decisione riguardo la catena tedesca di negoziSchlecker tocca ad un giornalista tedesco, che tra l'altro si era già occupato dell'argomento. E così con la maggioranza delle storie.

Tutti si mettono al lavoro. I giornalisti rifiniscono i testi e collaborano con gli operatori che monitorano le immagini dall'agenzia. Insieme le appaiano per andare poi dai montatori. Lì le assemblano e registrano il testo con la propria voce. I traduttori intanto traducono tutto con il programma informatico speciale della redazione, che utilizzano anche i giornalisti. I “poliglotti”, a loro volta, gestiscono la coordinazione tecnico-linguistica del tutto, per esempio la revisione finale di entrambe le versioni in lingua, il controllo delle sfumature di significato, i sottotitoli bilingue, il dubbing e l'archiviazione. Gli errori accadono quotidianamente, ma per lo più passano inosservati nella massa dell'informazione bilingue. È proprio questa la corsa in direzione del “giornalismo europeo”?

Una televisione con una prospettiva europea?

Questa prospettiva europea è lo slogan con il quale ARTE si pubblicizza nelle proprie brochure. Per quanto riguarda il programma d'informazione, questa espressione diventa tuttavia abbastanza problematica. Per Karen Strupp, direttore dell'edizione serale del giornale, la prospettiva europea dipende da un'appropriata scelta dei temi, anche se ammette che si tratta principalmente delle aeree di interesse del pubblico francese e tedesco, in Europa e nel mondo.

Perché ARTE è senza dubbio un progetto franco-tedesco, creato nel 1990 dai politici dei due paesi. Dopo aver ottenuto il sostegno di François Miterrand e Helmut Kohl, inizia le trasmissioni il 30 maggio del 1992. Da allora ARTE prova a fare della franchezza il proprio marchio.

Jean-Michel Utard, sociologo dei media, negli anni '90 si interessò alla specificità della televisione ARTE. Secondo lui “sguardi incrociati” , slogan pubblicitario di ARTE, non è altro che guardare quello che accade in un altro paese. Tuttavia i giornalisti hanno un problema con la definizione dei codici transnazionali e la spiegazione da cui dipende la “prospettiva europea” o “giornalismo europeo”.

Questa apertura all'Europa appare significativa seppur timida, poiché ARTE cade facilmente nella trappola di fornire informazioni in stile franco-tedesco, il che contraddice la prospettiva europea, ma si adatta a quello che questo progetto è davvero: una tv franco-tedesca che vuole aprirsi ad altre culture, creando un canale dedicato proprio alla cultura.

Vent'anni di “sguardi incrociati”

Jean-Michel Utard afferma: “fin dall'inizio la concezione su cui si basa ARTE è stata intellettuale. Mentre la televisione come tale è uno specchio delle nazioni, ARTE è un esperimento interessante di pluralismo nazionale, anche se il pluralismo sociale rimane irrealizzato, perché ARTE resta nelle mani dell'élite europea”. Questa identità complicata e gli “sguardi incrociati” rimangono per ora l'utopia di un'élite, ma a cosa ci serve un modello multiculturale europeo di alto livello? L'esperimento ha, checché si dica, già vent'anni e per ora sono pochi i sociologi che si sono interessati di ARTE o del potenziale degli altri media internazionali. Questi vent'anni di “sguardi incrociati” creeranno davvero qualcosa di nuovo nel giornalismo e nei media?

Questo articolo fa parte della settima edizione dei reportage speciali di cafebabel.com sul  multiculturalismo in Europa. Si ringrazia la redazione locale di cafebabel.com Strasburgo.