Arkady Babtchenko: «La Russia di oggi è come la Germania degli anni Trenta»

Articolo pubblicato il 29 febbraio 2008
Articolo pubblicato il 29 febbraio 2008
Lo scrittore russo, reduce dai due conflitti in Cecenia, lavora oggi alla Novaya Gazeta, giornale di opposizione dove lavorava Anna Politkovskaya, uccisa un anno fa. Un sopravvissuto alla follia della guerra che si scaglia contro Putin e la Russia.

Arkady Babtchenko non ha peli sulla lingua. Se il suo viso non tradisce alcuna emozione, le sue parole sono uno schiaffo: «La società russa è estremamente crudele. La xenofobia e il nazionalismo sono molto diffusi: credo che il mio Paese possa essere comparato alla Germania del 1934».

L'incontro con questo giovane alto, con i capelli rasati e i lineamenti fini avviene a Londra, in un bar di Soho, accompagnato dalla sua traduttrice.

Guardandolo non posso fare a meno di cercare sul suo volto i segni della sua esperienza in guerra, sul fronte ceceno.

Nel 1995 Babtchenko ha 18 anni ed è studente di legge a Mosca. Il suo futuro sembra già tracciato: «Una carriera da avvocato, molti soldi e una bella macchina», ci dice. Perché non aveva ancora fatto i conti con la voglia di Boris Eltsin di sedare le velleità indipendentiste dei ceceni.

Picchiato ogni giorno

Arkady deve arruolarsi, e dopo sei mesi di addestramento è mandato a combattere. I mesi successivi il soldato Babtchenko è quotidianamente picchiato: dagli ufficiali e dai suoi compagni. Lotta contro la fame, il freddo, la pazzia, gli attacchi dei nemici e la tortura fisica che gli è inflitta all'interno del suo stesso campo.

Dopo aver combattuto la prima guerra cecena (scoppiata nel 1994 e conclusa con un trattato di pace nel 1997, ndr), Arkady torna a casa per terminare gli studi. Nel 1999, con lo scoppio del secondo conflitto in Cecenia, si arruola volontario per tornare a combattere. Perché? Dopo qualche istante rompe il silenzio: «Non sono mai davvero tornato a casa. Il mio corpo era lì, ma i miei pensieri, la mia anima, erano in Cecenia. Ero come pazzo». Dice di non essersi mai sentito veramente accettato una volta ritornato: «Non riuscivo a sopportare questa situazione e, tornare in guerra una seconda volta, mi ha fatto sentire liberato: era come se dovessi completare una parte della mia vita».

Ritornato per la seconda volta in Russia nasce il bisogno di “purificarsi”: l'esperienza violenta di una guerra sporca e di un esercito disumano andavano messi per iscritto. Così è nata la sua raccolta di racconti, pubblicata in inglese con il titolo:

One Soldier’s War in Chechnya (La guerra di un soldato in Cecenia). I pezzi, apparsi prima separatamente su vari quotidiani, sono poi stati raccolti in un libro.

«Il processo di scrittura è stato catartico: non potendo tenere tutto dentro ho usato i lettori come psicoterapeuti. Quando leggete voi vi sentite male, ed io sto meglio!», ci dice un po' sorridendo.

(Clicca sulla "X" in alto a destra per rivedere le foto di Arkady durante la guerra)

Una bomba molotov alle frontiere d’Europa

Leggere i suoi libri è un'esercizio faticoso: ti immergono nell’orrore e ti stregano. Ti trovi di fronte una verità violenta, fatta di sangue, armi, follia, umiliazione e incomprensione. Una bomba molotov alle frontiere d’Europa.

Nonostante questo i lettori si sono moltiplicati: il libro è stato tradotto in diverse lingue e il suo autore, paragonato a Tolstoï e Isaak Babel'.

Faccio qualche domanda sui maltrattamenti fisici all’interno dell’esercito russo: «Non è più un segreto: in Russia questa pratica persiste da più di trent’anni. Se ne è parlato sui media, ma non è cambiato nulla. Sono le regole del gioco. Se hai un figlio, sai che un giorno dovrà partire per il servizio militare per due anni e che per due anni lo picchieranno».

Il problema? È nel cuore della società russa: «L’esercito rispecchia la società. Se la società è crudele, l’esercito è crudele», conclude.

Come credere nell’umanità dopo questi anni terribili? «Niet!», risponde Babtchenko in russo. «Solo adesso ricomincio a credere negli uomini, il tempo guarisce».

Lo scrittore vive ora a Mosca con la moglie e il figlio. È giornalista a Novaya Gazeta, il principale giornale d'opposizione, lo stesso dove lavorava Anna Politkovskaya, la giornalista uccisa un anno fa. Arkady sa perché è stata assassinata? La sua risposta è prudente: ha qualche idea, ma «non vuole ostacolare il corso della giustizia».

Ed effettivamente è corso un'inchiesta.

«Riabilitare gli ex-soldati»

Ad ogni modo, lui continua a scrivere sull’esercito, sulla vita dei soldati durante e dopo i due conflitti in Cecenia. Considera la scrittura un modo di saldare il suo debito, lui che è uscito vivo dal pantano ceceno. «Non penso che scrivere di guerra impedirà ai popoli di combattere. Ma spero che questo susciti delle reazioni, anche minime: se un ragazzo di 15 anni capisce, leggendomi, che non bisogna uccidere, questo basterà già a giustificare quello che faccio».

Babtchenko vuole anche testimoniare l'esperienza degli ex-combattenti, e riabilitarli. Per questo ha appoggiato l’iniziativa di un ex-soldato che ha combattuto in Afghanistan e che ha creato, nel 1998, un sito internet, The Art of War. Più di 200 ex-soldati delle ultime guerre hanno modo di esprimersi su questo sito, e su magazine, Iskusstvo Voyny, con testi, poesie o disegni. «Non ce ne stiamo in silenzio», dichiara Bab

Si lamenta spesso dell'assenza di un sistema di riabilitazione degli ex-combattenti in Russia. Secondo lui questo è un ulteriore esempio di una società crudele e apatica.

«Più di un milione di soldati hanno combattuto in Afghanistan e in Cecenia. E nessuno ne parla, non ci sono cerimonie di commemorazione. Noi non vogliamo smettere di esistere, vogliamo che la gente sappia che abbiamo combattuto, che sia informata di cosa è la guerra. Non vogliamo che passi solo la versione ufficiale della storia».

Un diritto, una libertà che reclamano da «ragazzi di 18 anni strappati alle loro famiglie e spediti al fronte per colpa di macchinazioni politiche. Giovani che tornano a casa senza braccia, senza gambe o che hanno perso la ragione. E che vengono messi al bando dalla società».

ARKADY BABTCHENKO SU…

…la Russia

«La Russia non ha mai aspirato ad essere una nazione libera. La mentalità dello schiavo fa parte della nostra mentalità. Credo faccia parte di noi. È una cosa terribile».

…Putin

«Ci sono tre persone al mondo che odio con tutto me stesso: Boris Eltsin, Graciov (il Ministro della Difesa che ha deciso, con il presidente Eltsin, di lanciare la repressione su Grozny nel 1994, ndr) e Putin. Due di loro sono ancora al potere».

…il magazine Iskusstvo Voyny con il quale collabora insieme ad altri ex soldati

«Il primo numero è uscito nel novembre del 2006. Ci autofinanziamo e vorremo pubblicarlo anche in inglese per raggiungere un pubblico più vasto».»

One Soldier’s War in Chechnya, di Arkady Babchenko