Aris Nalci, giornalista armeno in Turchia: «La paura è sempre accanto a me»

Articolo pubblicato il 11 maggio 2010
Articolo pubblicato il 11 maggio 2010
Quando i conflitti etnici uccidono la libertà di stampa: dialogo con Aris Nalci, uno dei successori di Hrant Dink - caporedattore del settimanale Agos - assassinato nel 2007 a Istanbul.

L’abitazione, in stile tra fine e inizio secolo, si fa subito notare in una delle più strade più trafficate di Istanbul: nessuna insegna sulla grande porta d’ingresso color marrone scuro, molti citofoni. Da qualche parte all'interno di quell’edificio, venticinque collaboratori producono l’oggetto d’odio di molti fanatici nazionalisti turchi: il settimanale Agos, l'unico in Turchia ad essere stampato sia in lingua turca sia armena.

Giornalista di AgorTre anni fa un giovane di Trabzon, città che si affaccia su Mar Nero, uccise Hrant Dink, uno tra i giornalisti più noti del paese e caporedattore di Agos . Il motivo per cui Hrant Dink si è tirato addosso l’odio dei nazionalisti turchi è stato l’impegno per una maggiore democrazia nella sua terra, unito alla lotta per i diritti della minoranza armena. L’articolo 301 del codice penale turco proibisce il “vilipendio dell'identità turca”. Non è solo Amnesty Internationala ritenere tale paragrafo una minaccia per la libertà di pensiero: gli spiriti critici — soprattutto quelli che si riferiscono alla questione armena con il termine “genocidio” — deplorano sempre più l’autorità statale a questo proposito. Anche oltre tre anni dopo l’omicidio di Hrant Dink, arrivano alla redazione telefonate ed e-mail piene di insulti. Nel 2007 il ventinovenne Aris Nalci ha assunto la guida della redazione e poco a poco il faticoso lavoro di Agos, che continua ad adoperarsi per una maggiore democrazia in territorio turco, comincia ad avere effetto. La strada per la normalità però è ancora lunga.

cafebabel.com: Da quanto tempo esiste il settimanale turco-armeno Agos?

Aris Nalci: Agos è stato fondato nel 1996 da Hrant Dink, la sua famiglia ed i suoi amici. Allora, dodici persone lavoravano per il giornale, che in un primo tempo veniva stampato in turco. Abbiamo iniziato prima con la lingua turca, perché le famiglie rimaste in Anatolia dopo il 1915 non avevano imparato l’armeno. Chiese e scuole erano state chiuse. Solo dopo il 1947 gli armeni emigrarono raggiungendo l'Armenia, gli Stati Uniti e le grandi città turche come Istanbul.

cafebabel.com: Quanto è pericoloso essere capo-redattore di Agos?

Aris Nalci: È un lavoro pericoloso, ma chiunque lavori qui ne è cosciente. Per questo, dopo il 2007, nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di Agos: si viene accusati, citati in giudizio, convocati in tribunale. Noi abbiamo imparato da Hrant Dink che non bisogna avere paura delle accuse, delle citazioni in giudizio, del tribunale. Riceviamo minacce via e-mail, attacchi hacker... prima o poi diventerà tutto normale, anche se non è affatto normale. La sensazione di aver paura di qualcosa l’ho persa il giorno della morte di Hrant Dink. Parlo e scrivo sempre più apertamente dei fatti. E vedo che funziona. Tuttavia, quando sono alla scrivania, la paura siede sempre accanto a me.

cafebabel.com: Come sono cambiate le relazioni all'interno di Agos dalla morte di Hrant Dink?

Aris Nalci: Un tempo Hrant Dink era l’unico a parlare pubblicamente di temi riguardanti l’Armenia e l’unico ad averne scritto sui media. Ora siamo in molti. Solo qui ad Agos abbiamo 24 colonnisti. Quindi le minacce adesso sono dirette contro 24 persone. Lo stesso vale per l’intera comunità armena: ricevono minacce come totalità. Proprio a questo proposito la comunità armena ha una responsabilità, quella di aver lasciato Hrant Dink solo.

cafebabel.com: Si prevede un inasprimento dei conflitti etnici in Turchia?

Aris Nalci: In Turchia si parla da relativamente poco di vita multiculturale. La nostra terra è un mosaico di Turchi, Curdi e Armeni. In Canada o in Norvegia convivono persone di diverse nazionalità senza lotte e conflitti, qui in Turchia abbiamo solo 5 nazionalità e ci sono sempre problemi. Quando dici che sei armeno, ti chiedono sempre quando sei arrivato in Turchia e da dove vieni. Alcuni non fanno solo domande, ma anche minacce. Ora si dice sempre che siamo tutti uguali, che viviamo tutti assieme — ma non siamo tutti uguali. Siamo diversi. Quando ci accetteremo l’uno con l’altro e dialogheremo fra noi, potremo dire di essere un paese democratico.

Foto: gecetreni/flickr; Necat Nazaroğlu/100100 Project; Video: PressTV/Youtube