Argentina: cronaca di una dipendenza

Articolo pubblicato il 12 marzo 2003
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 12 marzo 2003

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Ad un anno dallo scoppio della crisi, viaggio dentro un sistema perverso. Cui i governi e le imprese europee hanno contribuito da protagonisti.

A partire dal Consenso di Washington (1) e durante tutto lo scorso decennio, l’Argentina fu per l’establishment economico e finanziario mondiale il miglior alunno, l’esempio da seguire che si insegnava agli altri paesi del terzo mondo. Ma nel lasso di appena un anno, l’Argentina ha smesso di essere il figlio prediletto degli organismi finanziari internazionali, per diventare “l’esempio di una società disorganizzata” (Paul O’Neill)e “incapace di presentare un piano sostenibile” (Ann Krueger). Che è successo nel frattempo? Come si è potuto assistere a questa improvvisa metamorfosi? Qual è stato il ruolo dell’Europa?

Cominciamo con un po’ di storia. I tentativi per sviluppare in Argentina un autentico capitalismo furono sistematicamente sconfitti dagli alleati interni della corona britannica. In nome del libero scambio, si consolidò un modello economico, definito erroneamente “agro-esportatore”, nel quale l’Argentina vendeva la sua carne alla Gran Bretagna, adeguando sempre la sua produzione alla domanda di quel mercato, e importava prodotti manufatturieri strozzando qualsiasi possibilità di industrializzazione, devastando la bilancia commerciale del paese e condannandolo alla caduta del suo rapporto reale di scambio. Si consolidò così una struttura del paese che, senza grandi modifiche, arrivò a metà del XX secolo.

È il momento di smentire un luogo comune che dice che “l’Argentina è un paese ricco”. È certamente un paese con enormi ricchezze naturali, le cui strategie di produzione e modelli di accumulazione furono sempre pianificati all'estero, a vantaggio degli stranieri, con la complicità di una oligarchia latifondista disposta a sacrificare il progresso nazionale in favore dei suoi interessi personali. L’Argentina “granaio del mondo” fu un paese di ricchi straordinariamente ricchi, con una terra divisa in enormi latifondi, con uno dei peggiori indici di distribuzione della ricchezza a livello mondiale. Lo sfruttamento dell’allevamento intensivo di bestiame lasciava, già all’epoca, milioni di abitanti fuori dell’economia visibile. Per dare un’idea dell’influenza britannica nel Río de la Plata, bastano due citazioni. “L’Argentina è virtualmente parte dell’Impero Britannico”, disse nel 1934 il vicepresidente del paese, Julio Roca, nella Borsa di Londra, mentre negoziava un accordo commerciale. E le sue parole non esprimevano il dolore di chi si rende conto di un fatto umiliante, bensì la soddisfazione di chi porta a termine un destino storico. Anni più tardi, nella lettera nella quale Winston Churchill dava istruzioni a Lord Halifax al momento di negoziare l’intervento statunitense nella seconda guerra mondiale, dichiarava: “noi seguiamo la linea degli Stati Uniti in America del Sud il più possibile, a meno che non ci sia in mezzo carne di manzo o di agnello” (2).

Durante gli anni ’40, però, ci fu l’unico tentativo di industrializzazione e di sostituzione delle importazioni, che significò per il paese l’allontanamento da molte potenze. Negli anni ’50, i cambiamenti politici portarono ad una nuova legislazione che apriva le porte agli investimenti dall’estero. I capitali statunitensi furono all’epoca i più beneficiati. Subito dopo si aprì una fase di conflitto tra le diverse parti sociali, senza che nessuno riuscisse ad ottenere sugli altri una vittoria sufficientemente significativa per imporre la propria egemonia. Fino al momento in cui, nel 1976, il sanguinoso colpo di stato inaugurò un periodo di ruberie del patrimonio statale e di deindustralizzazione del paese, che culminò, negli anni ’90, con la totale sconfitta dei settori popolari e la formazione di un nuovo blocco storico, nel quale avranno un ruolo da protagonisti le grandi imprese europee, di proprietà mista o semipubblica.

Per spiegare il processo di privatizzazione delle imprese pubbliche argentine inaugurato nel 1990, è necessario ricorrere alla nozione gramsciana di “trasformismo politico”. Il trasformismo era, per Gramsci, l’appropriazione sistematica dei leader popolari da parte delle élites attraverso la corruzione, con lo scopo di stroncare qualsiasi protesta. Il trasformismo in Argentina coinvolse i due maggiori partiti separandoli dalla loro tradizionale base e facendo loro stipulare l’alleanza con il capitale straniero. Questo trasformismo permise alle imprese offerenti di decidere in pratica il prezzo degli attivi da comprare, il risultato delle aste e i quadri normativi per ogni settore economico.

In sintesi, la corruzione argentina, alla quale si fa spesso riferimento, fu spinta e alimentata, dato che era uno dei pilastri sui quali si reggeva la strategia di accumulazione del capitale straniero. Si trattò di una corruzione strutturale, permanente e generale. Spesso la retorica dei media “politically correct” condanna, giustamente, la corruzione dei funzionari pubblici. Però dimentica che, per ogni mano di funzionario che riceve la tangente, c’è una mano di imprenditore che la paga. Durante tutto il processo di privatizzazione, le denunce per corruzione furono presentate dalla stampa, da avvocati, o da normali (e spesso anonimi) cittadini. Si registrò appena qualche caso di imprenditori che denunciavano richieste di tangenti. Molte di queste imprese –Telefónica, Repsol, Aerolíneas-, si assicurano in questo modo lo sfruttamento di monopoli o di oligopoli, ciò che, a parte la garanzia di profitti straordinari, concedeva loro un potere determinante nella formazione della struttura dei prezzi e delle redditività comparate del paese (in pratica, della loro competitività).

Le imprese spagnole furono quelle che ottennero la fetta più grande. A titolo d’esempio, solo a causa del trasformismo una impresa petrolifera come Repsol può, senza pozzi propri, acquistarne un’altra come YPF, ricca di riserve di greggio, a prezzo di saldo: 13 milioni di dollari, che recuperò in due anni. Nemmeno in un bar o un ristorante si recupera così velocemente un investimento.

Ma non finisce qui. Lo svuotamento di Aerolíneas Argentinas, controllata da Iberia, è un altro capitolo vergognoso della storia recente. Le quote della privatizzazione furono pagate... liquidando gli attivi! Il processo finì, come ci si poteva aspettare, alla fine del 2000 con un’Argentina asfissiata dal deficit, senza credito dall’estero e quasi senza attivi da vendere, dopo che, durante un decennio, l’assurda parità nel cambio garantì alle imprese privatizzate una divisa forte con la quale cambiare i profitti alle rispettive case madri. A scapito, ovviamente, delle casse dello Stato.

Ma qual è l'importanza degli investimenti spagnoli in Argentina? Enorme. A tal punto che, in piena crisi, furono prima il ministro degli Esteri Piqué e poi lo stesso Aznar, che chiamarono le autorità argentine per chiedere di non svalutare. Hanno creato lavoro? No, hanno aumentato la redditività riducendo costi, ovvero, personale. Hanno aggiunto valore all’economia? No, si sono limitati a comprare attivi già esistenti, lontani da rischi, in posizioni di oligopolio o di monopolio, paradossalmente senza smettere di chiedere sussidi statali. Hanno perso denaro? No. Continuano a guadagnare, perfino con una moneta svalutata in un anno del 300%. Semplicemente guadagnano di meno, se si fa un paragone con i fantastici profitti che ottennero nello scorso decennio. Perché allora denunciano delle perdite, causate secondo loro dalla loro attività in Argentina? Per giustificare nuove riduzioni di personale e nuovi aumenti di bollette... in Spagna.

Il capitale non ha una nazionalità. Successe in Malesia, ma pure in Russia e poi in Argentina. Nessuno è al sicuro. Come iniziava la poesia di Bertold Brecht? “All’inizio si portarono ai…”

(1): Per “Consenso di Washington” si intende l’accordo tra le istituzioni finanziarie internazionali a partire dalla metà degli anni ’70 che consacrarono i principi del neoliberalismo internazionale e la fine del keynesianismo del “welfare state”. L’espressione è dovuta al fatto che sia la Banca Mondiale che il Fondo Monetario Internazionale hanno la loro sede nella capitale statunitense.

(2): “Memorias de Winston Churchill”, Tomo VIII, Editorial Boston, Buenos Aires