Arafat prima di Saddam

Articolo pubblicato il 02 ottobre 2002
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Articolo pubblicato il 02 ottobre 2002

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Per i musulmani italiani è prioritario isolare Arafat. Una posizione filo-atlantica direttamente dall'altra "civiltà".

“Mentre Germania, Francia e Vaticano ormai remano apertamente contro l’intervento militare in Iraq, mentre crescono i distinguo, i ‘vorrei ma non posso’, le riserve pilatesche di quanti vogliono consentire a Saddam di farla franca per l’ennesima volta, noi musulmani italiani ci sentiamo parte integrante della coalizione anti-Saddam.”

A parlare così è il colonnello Ali Hussen, presidente dell’Associazione Musulmani Italiani (Ami). Per anni ambasciatore di Somalia presso la S. Sede, oggi Hussen è coordinatore dell’Alleanza Somala per la Repubblica, organismo che raccoglie gli esuli somali che si oppongono ai signori della guerra e al regime anti-occidentale e filo-saudita del dittatore Abdul Kassem Salat.

“Ai tempi della guerra-fredda - dice Hussen - si trattava principalmente di espandere la sfera d’influenza di un blocco politico-continentale ai danni di un altro blocco contrapposto. Oggi la posta in gioco è diversa, e diversa è anche la sfida: bisogna globalizzare la democrazia, isolare progressivamente i residui regimi totalitari, e espandere i benefici della

democrazia a quei popoli dell’Asia e dell’Africa a cui sono tuttora negati. Occorre cioè superare quell’atteggiamento ‘andreottiano’ per cui, nel loro rapporto con i paesi del Terzo Mondo, le democrazie dell’Occidente guardavano soprattutto al profitto nelle relazioni commerciali, infischiandosene di quali regimi prevalessero nei paesi in cui le multinazionali e gli imprenditori occidentali facevano ottimi affari.

Chi vuole mantenere relazioni di interscambio e solidarietà con l’Occidente deve accettare il pluralismo, indire libere elezioni e darsi un ordinamento basato sulla sovranità popolare e sulla separazione fra i poteri dello Stato.”

Piena sintonia con questo progetto di democrazia globale viene espressa da Massimo Pizza ed Antonio d’Andrea, gli ispettori italiani delle Nazioni Unite che da anni monitorano gli sviluppi politico-militari nello scenario

del Corno d’Africa e del Medio Oriente, anch’essi aderenti all’Ami. Dalla loro analisi Saddam è senz’altro un tiranno da abbattere tempestivamente, ma che prima di procedere contro il regime iracheno vi è un’altra priorità: liberare il Medio Oriente dal suo alleato Yasser Arafat e smantellare la struttura terroristica dell’Autorità palestinese.

“Se facciamo la lista dei dittatori che sono al potere dal maggior numero di anni - dicono gli ispettori dell’ONU - vediamo che in testa a quella lista vi è il capo dell’Olp. Se calcoliamo quale dittatore abbia compiuto il maggior numero di stragi contro ebrei, cristiani, musulmani, contro israeliani, giordani, libanesi, europei, americani e contro gli stessi palestinesi contrari al suo regime è sempre il nome di Arafat ad emergere.

Di recente, a costo di enormi sacrifici, Israele è riuscito per ben due volte a fare di quel dittatore sanguinario ciò che gli Alleati avevano

fatto di Hitler al termine della seconda guerra mondiale: chiuderlo in un bunker, isolarlo dai contatti col mondo esterno ed metterlo in condizione di non nuocere. Purtroppo, come già accaduto in passato, le pressioni internazionali hanno costretto il governo Sharon a fare marcia indietro. Eppure i vincoli politici e finanziari che legano Arafat ad organizzazioni terroristiche come i “Martiri di al-Aqsa” (direttamente finanziata da Saddam), “Tanzim”, “Hamas” e “Jihad Islamica” sono noti e documentati nei minimi dettagli dalle strutture di intelligence dell’intero Occidente. Nello stesso Occidente però la rete di chi vuole a tutti i costi salvare Arafat è ancor più vasta di quella che mira al salvataggio di Saddam. Per questo ad Israele si continua a chiedere di fare un passo indietro proprio nel momento il cui la partita col terrorismo mediorientale potrebbe finalmente chiudersi. C’è però un dato - concludono gli ispettori - che è impossibile negare: finché Arafat è prigioniero gli attentati dei terroristi suicidi cessano d’incanto. Non appena lo si rimette in libertà riprendono, e sempre con maggiore violenza.”

Che prima di dare inizio all’attacco contro Saddam sia essenziale chiudere i conti con Arafat è anche l'opinione dell'AMI che però non condivide l’idea già ventilata da alcuni

in Israele di esiliare Arafat al di fuori dell’area mediorientale.

“Un Arafat a piede libero continuerà pur sempre ad essere un pericolo. Gli Stati democratici non esiliano i criminali. Li catturano, li portano in tribunale e poi li giudicano in base ai crimini che hanno commesso. I talebani sono prigionieri a Guantanamo, Milosevic è già alla sbarra, e il terrorista Marwan Barghouti è in carcere e sotto processo. Non vediamo alcuna ragione per cui, se uno dei gregari dell’Olp viene processato con tutte le garanzie di legge, la cosa non debba essere possibile anche per il

boss dell’Olp, cioè per il più spietato terrorista del secondo dopoguerra.”