Anziani (molto) poco vecchi

Articolo pubblicato il 03 novembre 2003
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Articolo pubblicato il 03 novembre 2003

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Il sistema pensionistico va in fumo, ma dov’è che brucia esattamente?

Si afferma che l’invecchiamento demografico dell’UE sarà la peste che porterà alla saturazione del sistema sanitario, all’incapacità di sostenere lo Stato sociale, alla carenza di manodopera, alla perdita di creatività e perfino al conservatorismo nella politica. Si suppone così che i tratti tipici della terza età siano conosciuti ed inalterabili.

Abbiamo la tendenza ad assimilare i caratteri sociali che caratterizzano la vecchiaia di oggi in base agli effetti biologici della senilità sul corpo umano. Come se non bastasse, con le basse intenzioni del buon samaritano neghiamo agli anziani perfino il loro nome, utilizzando eufemismi, ed associandoli alla necessità di aiuti economici, all’incapacità di svolgere del lavoro produttivo, alla solitudine e alla staticità, alla povertà ed al conservatorismo. Il tono assistenziale e protettivo verso i vecchi ha portato come effetto negativo la condanna ad una visione di commiserazione (“povero nonnino!”).

Lo stereotipo della vecchiaia che ha preso quartiere nel nostro immaginario corrisponde a quello relativo ad una generazione troppo in là con l’età già quando ebbe fine il processo di industrializzazione, una generazione che non seppe aggiornarsi e sottomettersi al dinamico mercato del consumismo di massa.

Una visione stroboscopica

Eppure le nuove tecnologie rendono obsolete le conoscenze dei lavoratori maturi e hanno accelerato, ed accelerano, il loro pensionamento. Di conseguenza, oggi non possiamo associare la pensione all’età. Ricorrendo all’euristica, possiamo assicurare che nel futuro immediato la vecchiaia sarà meno solitaria: dotati di indipendenza domiciliare ed economica, saranno i vecchi ad aiutare i giovani. Una vecchiaia urbana con mobilità spaziale, com’è già possibile osservare nei paesi d’Europa (Francia, Germania) nei quali il processo di industrializzazione è cominciato prima. Il sud dell’Europa, soprattutto, deve eliminare quel concetto retrogrado dell’inutilità dell’anziano: concetto che ci porta a pensare non al fatto che viviamo più anni, ma che più anni tardiamo a morire. Gli anziani non sono più dei vecchi e dobbiamo tenerne conto al momento di fare previsioni.

Le relazioni catastrofistiche, compresa quella del 2001, a cura del Comitato di Politica Economica del Consiglio dell’UE, basano le loro conclusioni su un’immutabile bassa natalità, e su una scarsa crescita economica (PIL), oltre a non tener conto del nuovo concetto di vecchiaia.

Intestardirsi a modificare il sistema pensionistico per ottenere un sollievo momentaneo e non attaccare il nucleo della malattia – la perdita di popolazione, la disoccupazione per negligenza – è un errore che forse, soltanto forse, nasconde interessi malsani. Diceva lo scrittore uruguaiano Mario Benedetti nel suo libro La Tregua: “Mi mancano solo sei mesi e ventotto giorni per essere nelle condizioni di andare in pensione. Ma ho davvero bisogno di ozio? E mi dico che no, non è di ozio che ho bisogno, ma del diritto di lavorare come voglio”. Suggerendoci, quindi, l’interrelazione tra pensione e qualità lavorativa. Sbrogliamo allora questo groviglio in maniera globale e stroboscopica, sapendo che il sistema pensionistico a capitalizzazione non è una panacea universale.

La soluzione al problema la troveremo nel medio-lungo termine: agendo sull’eccessivo prezzo delle abitazioni, facilitando ai giovani la formazione di nuove unità familiari, incorporando le donne nel mercato del lavoro remunerato nei paesi del sud dell’UE, creando impiego di qualità e a tempo determinato, come reddito supplementare e non come l’unica cosa a cui aggrapparsi. Tutto ciò con una politica di immigrazione adeguata.

Lo sforzo che dovrà esser realizzato nei prossimi cinquanta anni, sarà accessibile se teniamo conto che disporremo di una base di ricchezza decisamente superiore a quella di solo qualche anno fa, grazie agli incrementi massicci di immigrazione chiesti dalla Commissione europea fino al 2030 e alla logica crescita del PIL dell’UE. La solvibilità del sistema pensionistico pubblico è garantita se si realizzano certe condizioni (in Spagna, ad esempio, basterebbe una crescita annuale del PIL del 2,5%, secondo un recente studio del sindacato Comisiones Obreras).

Nonostante il nuovo concetto di vecchiaia, dobbiamo evitare che gli alberi ideologici c’impediscano di vedere il bosco della conoscenza. Non è un assioma che i sistemi pubblici pensionistici basati sul principio della ripartizione e della prestazione siano più equi dei sistemi a capitalizzazione e di contribuzione. In un sistema a ripartizione, il governo impone imposte ai lavoratori attivi per pagare le pensioni dei lavoratori pensionati, rompendo in questo modo il dualismo sforzo-ricompensa. Il sistema privato di capitalizzazione individuale ha funzionato bene in paesi dell’America latina come il Cile, stabilendo un vincolo logico tra lo sforzo individuale ed i benefici, ma è preoccupante la debolezza innanzi all’inflazione di questo tipo di sistemi previsidenziali.

Non aver paura del sistema pubblico

E’ evidente che i fondi pensionistici privati presuppongono un commercio molto redditizio per le entità finanziarie. E’ anche indiscutibile che queste imprese abbiano influito e molto nella creazione di correnti di opinione che annunciano l’Apocalisse se si continua con l’attuale sistema. Nonostante ciò, è chiaro che per consolidare un sistema previdenziale pubblico deve esistere un sistema privato di capitalizzazione a carattere volontario, a cui non si acceda semplicemente per paura di un cataclisma nella cosa pubblica.

Visto in questo modo, un sistema previdenziale pubblico complementare sembra una buona alternativa dietro cui si celerebbe realmente la soluzione più facile: che lo Stato restituisca alla famiglia il suo tradizionale ruolo di sorvegliante anziano. Per magia si alleggerirebbero i carichi preventivi destinati alla protezione della vecchiaia, diminuendo la pressione fiscale dispiegata sui giovani; questi disporrebbero di risorse necessarie per la formazione di nuove famiglie, così la natalità potrebbe aumentare ed invertire il processo di invecchiamento demografico. Tuttavia, questa magistrale ricetta della nonna sembra non avere cittadinanza nell’attuale e diluito concetto di famiglia. Il nonno, senza dubbio, sta meglio nella casa di riposo.