Anche l’Europa centrale trema

Articolo pubblicato il 17 ottobre 2005
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Articolo pubblicato il 17 ottobre 2005

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Prima i vecchi Paesi membri dell’Ue temevano la spartizione della "Torta" europea con i nuovi arrivati. Ora, con Romania e Bulgaria alle porte, sono i quattro Paesi del Visegrad Group a temere che il prossimo allargamento intacchi la loro porzione.

Nonostante la maggioranza degli intervistati nei nuovi Paesi membri si mostri contenta dell’adesione all’Ue, tra molti regna lo scontento per non aver guadagnato da tale entrata quanto avevano sperato. Di conseguenza è inevitabile che non sia accolta a braccia aperte la prospettiva che ulteriori Stati vi partecipino.

Sollievo in Polonia

Secondo l’indagine pubblicata questo settembre da Eurobarometro, istituto di sondaggi finanziato dalla Commissione Europea, il sostegno dato da cechi, slovacchi e polacchi all’appartenza all’Ue è aumentato dopo la loro entrata nel Maggio 2004. L’unica a distinguersi tra gli i quattro Paesi del Visegrad Group è l'Ungheria, dove il consenso per la partecipazione del Paese all’Unione è sceso a percentuali record (42%). Secondo Gábor András, dell’istituto ungherese di sondaggio pubblico Tarki, tale calo «potrebbe essere spiegato dal fatto che l’adesione all’Unione non è stata all’altezza delle aspettative del popolo ungherese». D’altro canto Michal Wenzel, dell’istituto polacco di sondaggio pubblico Cbos, dice a proposito della tendenza contraria regnante in Polonia : «Il popolo polacco si è sentito sollevato dalla mancanza di cambiamenti drammatici a seguito dell’adesione. La maggior parte della gente non ha ricevuto benefici dall’integrazione, ma neanche le loro peggiori preoccupazioni sono diventate realtà».

Il sondaggio di Eurobarometer indica, inoltre, che nel dedalo delle paure di cui soffrono i Quattro del Visegrad Group rientrano questioni come quella delle prospettive future per gli agricoltori , dell’ outsourcing (esternalizzazione del lavoro), della crescita del crimine organizzato e del traffico di droga. E anche della possibilità di perdita di influenza da parte degli Stati più piccoli. È comunque importante precisare quanto, nonostante esistano degli aspetti in comune, le preoccupazioni siano più o meno intense a seconda dei Paesi: i cechi sono, ad esempio, tra i più inquieti in materia di denaro.

Ungheresi euroscettici

Le differenze di atteggiamento tra i Paesi del Visegrad sono inoltre chiaramente evincibili dai loro diversi livelli di entusiasmo in quanto ad un ulteriore espansione dell’Ue. Zuzana Kršjaková , di Praga, fa notare che «fondamentalmente la loro paura rispetto ad un ulteriore allargamento ha le stesse motivazioni di quella provata dai vecchi stati membri nel 2004: l’invasione della manodopera a buon mercato proveniente dai Paesi dell’Est e lo stanziamento dei fondi strutturali ai nuovi arrivati». Eppure la maggior parte dei cechi, nonostante le ansie finanziarie, è a favore dell’adesione di nuovi Stati, supportata anche da polacchi e slovacchi. Dei dieci nuovi Stati membri l’Ungheria è tra i più scettici, ma continua nonostante tutto a sostenere il diritto di adesione dei suoi vicini. «La società ungherese nel suo complesso non ha paura dell’entrata di Romania e Bulgaria. Il fatto è che gli ungheresi nutrono delle riserve verso la Romania per ragioni di tipo storico, ed è questo che rende le cose più difficili», dichiara l’europarlamentare ungherese István Szent-Iványi.

Tra i magiari di Romania adesione rima con ricongiungimento

Le origini del rancore odierno risalgono al 1920, quando, in seguito alla conclusione della prima guerra mondiale, la Transilvania fu annessa alla Romania. Oggi la popolazione di quest’area, che copre pressapoco 102.000 kilometri quadrati, conta tra i suoi abitanti circa 1,4 milioni di ungheresi, i quali sperano in un ritorno simbolico alla madrepatria. Sotto la bandiera dell’Ue. Così Erika Törzsök, dell’Istituto di ricerca comparativa sulle minoranze europee, dichiara che l’adesione da parte della Romania rappresenterebbe per la nazione ungherese «una significativa possibilità storica di vivere sotto le stesse condizioni politico-economiche».

È interessante notare come i nuovi Paesi membri, nonostante il passato antagonismo e la paura che i nuovi, nonché più poveri, partecipanti, riducano le loro quote dei fondi strutturali, continuino ad essere più a favore di un ulteriore allargamento di quanto non lo sia la Vecchia Europa. Questo è spiegato in parte dal fatto che i nuovi Stati membri, a differenza dei vecchi, contribuiscono al budget comune con quantità di denaro minori di quelle che poi ricevono dall'Unione stessa. In più le loro popolazioni, avendo vissuto per decenni dietro la cortina di ferro, nutrono maggiore comprensione per quei Paesi con i quali condividono delle esperienze storiche simili.

Soldi, soldi, soldi

Pur condividendo con loro un certo legame storico, gli Stati del Visegrad Group stanno facendo il possibile affinché l'adesione di altri membri non comporti che siano loro stessi a rimetterci. Le trattative riguardo al budget dell’Ue per il periodo 2007-2013 hanno già avuto inizio ed i nuovi Stati membri si vedono costretti ad una dura lotta con i membri fondatori, al fine di ottenere una fetta soddisfacente della "Torta" europea. È per questo che Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia, temendo di ricevere di meno in seguito all’entrata di Romania e Bulgaria nell’Ue, ritengono una priorità il consolidamento del budget nel minor tempo possibile. E c'è anche timore che l’adesione di Romania e Bulgaria comporti per il Visegrad Group una perdita di competitività.

Secondo l’Eurostat (l’ufficio statistico dell’Ue con sede nel Lussemburgo) il tasso di crescita economica in Romania e Bulgaria è più alto di quasi il 2% rispetto alla regione del Visegrad. Per di più i costi di manodopera e le tasse sono ancora più bassi di quelli dei nuovi membri dell’Ue. Al fine di attenuare tali preoccupazioni, vale la pena dare un’occhiata al verbale dell’ultima Conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo (Unctad)), che dimostra come l’afflusso di capitali stranieri nei dieci nuovi Stati membri sia balzato al 69% a partire dalla loro entrata nell’Ue. Oltre a questo i due Stati candidati, nonostante rappresentino i principali destinatari degli investimenti diretti stranieri, sono comunque meno popolari presso gli investitori di quanto non lo siano gli Stati del Visegrad, entrati a far parte dell’Unione Europea lo scorso maggio.

Qualunque sarà l’esito del budget, è comunque chiaro che Romania e Bulgaria – così come gli altri nuovi Stati membri – riceveranno dai fondi europei molto meno di quanto ricevuto dagli Stati entrati a far parte dell’Unione negli anni Ottanta e Novanta (Grecia, Portogallo, Spagna, Austria, Finlandia e Svezia), all’epoca della loro adesione. Come fa osservare Mr Szent-Iványi, è tempo che «gli Stati membri la smettano di disputare sulle piccole somme e ricordino quello che è il loro scopo comune: l’incremento della competitività della Comunità».