Amsterdam: nel cuore dell'occupazione studentesca

Articolo pubblicato il 11 maggio 2015
Articolo pubblicato il 11 maggio 2015

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L’Europa sta vivendo una nuova ondata di movimenti e manifestazioni studentesche. Ad Amsterdam, lo scorso 25 marzo, il movimento Nieuwe Universiteit (Nuova Università) celebrava un mese d’occupazione del Maagdenhuis, sede del rettorato dell’Università di Amsterdam, nel cuore della città.

Per più di un mese un gruppo di studenti ha occupato il Maagdenhuis, organizzandovi diverse attività: dalle letture e i workshop agli incontri con alcuni intellettuali locali e internazionali a favore del movimento di protesta per ottenere democrazia e partecipazione diretta, il blocco dei dei tagli e della progressiva privatizzazione delle università, sempre più guidate dalla logica del profitto.

I movimenti studenteschi che stanno sorgendo in tutt’Europa sono prova di uno dei maggiori problemi della società contemporanea: la crisi del sapere. Quando il sapere diventa insindacabile e non ammette il confronto, è lì che si avverte la perdita di contatto col mondo e che si smette di apportare un contributo alla società.

L’assenza di un’agorà

L’istruzione è una finestra sul mondo. Dovrebbe innescare la curiosità, dare accesso al sogno, all’immaginazione e alla creazione di un mondo migliore. Tuttavia, quando le università sono costrette a rispecchiare le strutture dell’attuale sistema economico e finanziario, non c’è più spazio (agorà) per il dialogo e il confronto. Nessuno spazio creativo.  Nessuna alternativa a questa fase della storia dell’umanità che possa anche solo essere ipotizzata. 

In questo scenario dai toni così cupi, diversi gruppi di studenti, delusi dalle prospettive del presente ma animati da nuovi ideali, hanno scelto di opporsi alla commercializzazione delle strutture del sapere riprendendosi gli edifici universitari. E così, lo scorso 13 febbraio, alcuni professori e studenti del movimento Nieuwe Universiteit hanno occupato il “Bungehuis”, la sede delle facoltà umanistiche, in risposta alle riforme della University van Amsterdam (UvA). 

Dopo alcuni tentativi di trattativa con il consiglio d’amministrazione, gli occupanti che rifiutavano di lasciare l’edificio sono stati allontanati dalla polizia. Quella stessa sera, un gruppo di studenti ha forzato le porte del Maagdenhuis, il principale edificio amministrativo dell’UvA, situato nel cuore della città, dando vita a una nuova occupazione.

Per cercare di raggiungere gli obiettivi, il movimento ha fatto ricorso alla democrazia diretta e all’autogestione. Nel manifesto e nella rivista autopubblicata Antithese, gli studenti e i professori del movimento Nieuwe Universiteit di Amsterdam hanno affermato che durante l’occupazione «ci siamo finalmente sbarazzati di una sorta di cinismo postmoderno». In questo senso, la protesta e l’occupazione sono una reazione alla «crescente apatia delle generazioni più giovani, schiave degli schermi televisivi e che hanno interiorizzato un sentimento di impotenza». 

È una liberazione, non un’occupazione

La logica del sistema è quella di creare individui «che si sentono incapaci e che sembrano essere d’accordo sul loro essere incapaci», afferma Jacques Rancière, filosofo francese che ha partecipato ad una conferenza al Maagdenhuis, dove il movimento ha organizzato workshop, proiezioni di film e di documentari, concerti e dibattiti con professori e intellettuali del calibro di David Graeber, antropologo che ha fatto parte del movimento Occupy Wall Street

Nicola Zolin's Twitter account

Durante quelle settimane, alla parola “occupazione” il Nieuwe Universiteit ha preferito quella di “liberazione”.  «Non si tratta solo di occupare uno spazio», afferma Michiel, uno studente che si è unito al movimento dopo l’inizio dell’occupazione del Maagdenhuis. «Man mano che si verificano nuove occupazioni in tutta Europa, ci sentiamo sempre più parte di una grande famiglia». 

Effetto domino da Amsterdam a Londra 

La notizia dell’occupazione di un edificio amministrativo alla London School of Economics avvenuta a Londra il 18 marzo ha rinvigorito le speranze degli studenti di Amsterdam. Da Londra, i manifestanti hanno spiegato che «il potere delle occupazioni è quell’effetto domino che ne scaturisce: e questo è solo l’inizio». Alcune settimane prima, in Canada, alcuni studenti avevano organizzato uno sciopero nelle università di York e Toronto, denunciando l’allocazione insufficiente e diseguale di risorse per insegnanti e assistenti.

Gli studenti di Amsterdam sono convinti che le loro richieste saranno ascoltate. «Una delle richieste è la fine della speculazione sul denaro che si suppone essere destinato alla ricerca e all'instruzione», afferma Joyce Pijnenburg, ex studentessa dell’UvA che ha rinunciato a una carriera nel mondo accademico a causa del malfunzionamento che ora sta denunciando. 

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«Nel 1969 gli studenti vennero ascoltati e si ottennero diverse riforme per l’università», riprende Michele Mugia, uno studente in filosofia e attivista sin dal primo momento dell’occupazione. Durante quel mese al Maagdenhuis, ha passato gran parte del suo tempo organizzando eventi e incontri ed è stato orgoglioso d’affermare che «qui stiamo scrivendo una parte di Storia ed anche di un nuovo futuro».

Bertie Kaal è un’insegnante presso l’UvA. Sostiene le lotte della “Nuova Università” e ricorda con rammarico che «le conquiste dell’occupazione del 1969 sono state perse nel corso dei decenni successivi. Invece, il modello top-down ha preso sempre più piede». Afferma anche che molti professori non protestano per paura di perdere il lavoro: «Mi fa piacere che gli studenti protestino anche perché i professori non lo fanno».

Gli studenti del movimento “Nuova Universtità” sono molto uniti e determinati. Uno di loro, Micheil, afferma che «altri movimenti e gruppi politici si stanno ispirando a noi. Questo è ciò che può succedere quando si inizia a reagire e a creare ciò in cui credi. Ed è qui che tutto sta avendo origine».