Ambiente: l’Europa in prima linea

Articolo pubblicato il 06 gennaio 2003
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Articolo pubblicato il 06 gennaio 2003

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L’UE non deve fermarsi proprio adesso: la futura Costituzione deve comprendere il principio di sviluppo sostenibile. E farlo applicare. Ecco la ricetta tedesca.

“Nachhaltigkeit (sostenibilità ndr). Davanti a questo concetto mi si addormentano i piedi” – risuona ancora il commento di Hans-Peter Dürr, vincitore del premio Nobel alternativo, ad una riunione berlinese dell’IPPNW, l’associazione internazionale dei medici per la prevenzione della guerra atomica. Con ciò alludendo alla traduzione tedesca di un concetto, che nella sua variante inglese esprime più chiaramente il suo contenuto dinamico: sustainability – ability to sustain – capacità di sopravvivere. In tedesco si pensi anche come Zukunftsfähigkeit “capacità di futuro”, a prima vista questa parola non appariscente unisce insieme i punti più importanti, i conflitti e le speranze della nostra società o, per meglio dire, della società mondiale.

E’ ormai diventata fondamentale per il suo significato attuale la più volte citata definizione della Commissione Brundtland del 1987: “Lo sviluppo durevole (sostenibile ndr), è quello sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza rischiare che le generazioni future non possano soddisfare i propri bisogni”. I due elementi chiave della sostenibilità si sono imposti nel frattempo: da un lato la coscienza delle interazioni fra le sfere economico-sociali e la sfera ambientale e dall’altro lato l’elemento di equità generazionale.

Come insegna Josef Sayer: “essere più che avere: lo sviluppo sostenibile suggella un modesto e tuttavia socialmente ricco stile di vita, tale da non gravare sulle generazioni future né tantomeno sulla qualità della vita nei Paesi in via di sviluppo”. Ma questo atteggiamento ha qualche chance di essere adottato dagli europei?

Lo spirito di Rio: ancora d’attualità?

Il principio dello sviluppo sostenibile venne messo all’ordine del giorno della comunità internazionale nel 1992: il vertice mondiale delle Nazioni Unite fissò a Rio de Janeiro l’“Agenda 21” e la “Dichiarazione di Rio”. Nel corso dei lavori l’UE ed altri firmatari si impegnarono nell’elaborazione d’una serie di strategie per lo sviluppo sostenibile fino al vertice mondiale “Rio + 10” di Johannesburg (World Summit on Sustainable Development).

Gli sforzi dell’UE nel senso delle regole delineatesi in ambito ONU li ritroviamo in diversi documenti più o meno vincolanti e più o meno in fase di applicazione. L’articolo 2 del Trattato delle Comunità Europee annovera lo sviluppo sostenibile nel nucleo dei compiti della Comunità Europea: “Il compito della Comunità è [...] quello di promuovere un armonico, rilevante e sostenibile sviluppo della vita economica [...]”.

Col Consiglio europeo di Goteborg del 2001 è stata poi stabilita la “Strategia dell’Unione europea per lo sviluppo sostenibile”. “I molti sviluppi positivi in Europa potrebbero render ciechi gli europei dinnanzi a un altrettanto vasto numero di minacce potenziali.” E’ contro questo pericolo che ha voluto premunirsi la Commissione con la sua strategia. “Non tutti hanno i mezzi partecipare a queste nuove opportunità economiche e corrono il rischio di rimanere indietro. C’è anche una coscienza crescente del fatto che stiamo esercitando una fortissima pressione sulla capacità di sopportazione del nostro pianeta”, secondo la definizione dettata sui dossier della Commissione. Queste preoccupazioni su possibili trend negativi stanno diventando nel frattempo sempre più note – basti pensare alle immagini e ai titoloni sulle inondazioni di Budapest, sulla mucca pazza e sulle esondazioni sulle nostre stesse terre – ma il fatto forse meno noto è che quasi un sesto degli europei vive in uno stato di povertà.

Ecco allora a cosa va riferita una strategia d’intervento che non contenga solo proposte generali ma anche misure specifiche, (ad esempio il miglioramento del sistema di traffico e l’approccio alle risorse naturali o allo sfruttamento incrementato di energie rinnovabili), così come una strategia volta all’esecuzione operativa e a una verifica di controllo.

Crescita o sostenibilità? This is the problem

L’ultimo sviluppo (gennaio 2003) è rappresentato dalla “Tavola rotonda sullo sviluppo sostenibile”, un consesso di 13 esperti, che dovrà presentare alla Commissione entro l’autunno 2003 una relazione sulla sostenibilità del commercio in Europa. Questo tipo di analisi e di proposte non è compreso nei lavori della Convenzione. Tuttavia, quello relativo allo sviluppo sostenibile, è un punto che dovrebbe esser presente tanto nel preambolo, come nell’articolo 37 della carta dei diritti fondamentali della futura Costituzione Europea.

Nel febbraio 2003, il Comitato economico e sociale europeo ha criticato questo eccessivo slittamento della strategia UE per uno sviluppo sostenibile. L’ulteriore questione da affrontare è se gli obiettivi della crescita economica (per esempio la strategia di Lisbona) possano essere portati avanti all’unisono col principio della sostenibilità e e della conservazione delle risorse. Resta da capire se questo contrasto sia ancora oggetto di discussione sul terreno UE, oppure se sia stata la strategia progressista ad avere gioco facile solo in vista della presentazione internazionale di Johannesburg.

Un giudizio generale sui differenti programmi e sulle azioni, che si occupino di “capacità del futuro”, è difficile da dare in modo definitivo. Lo sviluppo sostenibile non è ancora diventato un’istanza riconoscibile in seno all’UE. Come in passato l’elaborazione del rapporto non sembra accordare priorità alla cooperazione economica.

Tuttavia

• se si vuole che l’UE sia non solo una comunità economica ma anche una comunità di valori;

• se in parecchi discorsi vengono accentuati scenari reali e obiettivi comuni;

• se già esiste un accordo certo su cosa si intende per progresso e su come la società dovrebbe svilupparsi nella prossima generazione;

allora una strategia di sotenibilità non può restare solo sulla carta. E deve andare oltre

la ristretta dimensione ecologica .

Pensare globale, agire europeo

Certo non basta limitarsi al livello europeo nel concretizzare le proposte sulla sostenibilità. Anche qui, lo spesso citato slogan dell’“Agenda 21 “Pensare globale, agire locale” dovrebbe tarsformarsi in un più concreto “Pensare europeo, agire su scala nazionale, regionale, comunale”. Ma è soprattutto a livello nazionale che interviene non di rado la politica delle “riparazioni veloci”. Le soluzioni di lungo termine e all’inizio in parte dispendiose non concordano con le priorità a breve termine degli elettori e, anche per questo, risultano non esser più oggetto d’interesse politico. Ciononostante tali soluzioni non spaventano quanti seguono le mode, ed ornano parte dei loro programmi con concetti quali quello di sostenibilità, finendo col far perdere credibilità all’idea stessa.

Fondamentale sembra qui rivelarsi la componente europea:

• esistono sul versante UE possibilità realmente maggiori di realizzare almeno in parte i seppur idealistici concetti presi in considerazione?

• è giustificabile, nel caso in cui l’UE approvi senza grande scalpore una tale strategia e imponga in questo modo istanze forse più elevate, laddove il grande pubblico riesce a coglierne appena qualche passaggio?

• è perfino desiderabile che i governi nazionali possano in seguito addossare all’UE la responsabilità delle regolamentazioni, se in questo modo possono venire trovate soluzioni più efficaci?

La politica dell’UE, basata su comitati di esperti e quindi spesso poco trasparente, può avere comunque i suoi vantaggi. Quel che è certo è che più in là una simile trasformazione avrà bisogno di un’ampia politica d’informazione che valga in questo come in molti altri settori della politica UE.

Riguardo ad una strategia come quella che qui si discute, la partecipazione dei cittadini deve tuttavia giocare sin dal principio un ruolo centrale. Attraverso campagne d’informazione, i cittadini dovrebbero prendere coscienza dei vantaggi di questa politica, nonostante questi stessi vantaggi non siano facilmente misurabili. Va data una motivazione ai cittadini e alle imprese in modo da far sviluppare un tenore di vita sostenibile, e con argomenti chiave (quali ad esempio la nascita di un nuovo mercato del lavoro per il settore delle energie rinnovabili) si deve andare incontro alle loro paure e riflessioni. Questa motivazione potrebbe nascere da uno scenario europeo a tutto campo, che può esser centrato come un obiettivo comune, tramite un cambiamento delle abitudini di consumo e anche attraverso qualche rinuncia. Il risultato dei piccoli progetti sostenibili – ad esempio l’Agenda 21 dei gruppi locali – dovrebbe esser diffuso a livello europeo sui media e dovrebbe diventar noto anche al di fuori della cerchia continentale. Il che potrebbe avere come conseguenza un rafforzamento di molte idee già esistenti (e di parecchi desideri) e potrebbe portare ad una pluralità di piccoli progetti alternativi.

Per una sostenibile coalizione del sostenibile

Nell’attuale impostazione della politica internazionale, le questioni di sicurezza si inscrivono in una posizione più elevata rispetto alle istanze finora descritte. Tuttavia, se coloro che si sono impegnati e hanno manifestato a favore di una soluzione pacifica in Irak, s’infiammassero di fronte alle prospettive offerte dallo sviluppo sostenibile, (e facessero della sostenibilità il loro stile di vita), se si riconoscesse che una società sostenibile offre le basi per la pace, se ne potrebbe trarre un contributo forse decisivo per l’impedimento di futuri conflitti.

Molti piccoli gruppi attivi, fra cui tuttavia qualcuno di dimensioni più importanti, i singoli e le ONG più critiche sono un segnale chiaro che la nascita di un tale movimento non deve restare un’illusione. L’obiettivo ideale non deve dunque esser respinto perché – per usare le parole di Dürrs – “sono le idee già pessimiste che che distruggono la speranza di un futuro migliore.”