Amarsi ai tempi delle chat gay

Articolo pubblicato il 14 febbraio 2017
Articolo pubblicato il 14 febbraio 2017

Alla scoperta del sottobosco digitale delle app per incontri omosessuali. Pregi, difetti e segreti delle più utilizzate, raccontate dagli utenti che ogni giorno le usano.

Negli ultimi anni molte città in Italia hanno fatto passi avanti nel diventare città gay friendly. I luoghi d’incontro più gettonati, tuttavia da qualche anno sono sempre meno reali e sempre più virtuali. Si tratta delle app per incontri omosessuali, da installare gratuitamente nello smartphone e dotate di radar per sapere chi si trova nelle vicinanze. Le più popolari sono Planetromeo.com, che nel momento in cui scriviamo è usata da 60mila user attivi in Europa e 8mila in Italia; Grindr (dalla crasi delle parole “gay” e “finder”), utilizzata in tutto il mondo da 2 milioni di user attivi giornalmente in 196 diverse nazioni e Babaiola, il motore di ricerca per la community di viaggiatori LGBT, con tutti gli eventi più cool nelle grandi città.

Nelle prime due basta registrarsi ed è possibile visionare i profili degli altri ragazzi (alcuni con foto, altri in incognito), corredati da nickname il più delle volte ammiccanti (“happyboy”, “uomomaturo”, “peperoncino88”), le descrizioni per altezza e peso (“160x50”, “190x115”, “176x80”), le misure del pene (“m”, “l”, “xl”, “xxl”), il ruolo a letto (“top”, “bottom”, “versatile”), i fetish personali (“calze”, “abbigliamento sportivo”, “abbigliamento militare”, “maschere”, “cuoio”, “tatuaggi”) e un campo dove scrivere un messaggio più lungo, un’autopresentazione. Per comprendere quali minacce e opportunità offrano queste chat, che naturalmente si presentano come strumenti della modernità e dell’amore liquido, perfetti per chi “è ansioso di instaurare relazioni e al contempo è timoroso di restare impegnato in relazioni stabili” (Bauman), abbiamo interpellato alcuni user per ottenere uno sguardo meno rigido possibile sul fenomeno e comprenderne sfumature non percepibili da chi analizza dall’esterno questi strumenti.

“L’unica cosa di cui bisogna avere paura è la dipendenza”

Il primo motivo per il quale Tipetto95 si è iscritto non è semplice da capire. Forse necessitava di conferme da scoprire celandosi dietro al display di un cellulare o al monitor di un computer: «Ero incuriosito ma, avendo vissuto in un contesto familiare e culturale in cui l'omosessualità non esisteva, non volevo prendere in considerazione l'idea di parlare del mio orientamento omoaffettivo con me stesso e con altri. Camminavo nell'ombra senza rendermene conto». Tipetto95 ha sempre ritenuto il contesto nascosto delle chat adatto a tirare fuori dagli altri un lato della personalità che altrimenti non si mostrerebbe: «Mi intimorì parecchio vedere che non esisteva alcun tipo di inibizione nei confronti di un rapporto sessuale e rimasi stupito di come le persone non cercassero gratificazioni per se stessi in un’intesa intellettuale o in un coinvolgimento emotivo, ma solo attraverso il compiacimento fisico».

Chiedendo a Tipetto di segnalare la cosa più utile della chat, spiega di aver imparato molto sul rispetto del prossimo e l'accettazione delle diversità, il comprendere che le persone possono avere esigenze estremamente diverse tra loro: «Ho avuto la possibilità di mettere in discussione le verità impartite dal contesto sociale e familiare, di conoscere nuovi punti di vista, di analizzare meglio gli atteggiamenti altrui, acquisendo la capacità di uscire dal guscio ed essere un po' più estroverso, senza vergognarmi della persona che sono». Ma ci sono rischi di sorta in queste app? Per Tipetto «L’unica cosa di cui bisogna avere paura è la dipendenza», mentre maniaci, istigatori alla prostituzione e pedofili sono riconosciuti ed evitati con facilità semplicemente chattando.

“Tessere di una sconclusionata educazione sentimentale”

Anche per PatrickBateman87 è facile sbugiardare i malintenzionati, che comunque esistono tanto nella realtà virtuale quanto al di fuori della chat. Quanto alla dipendenza, PatrickBeteman87 non usa più le app da anni, ma ricorda ancora lo stato d’animo con il quale vi entrò la prima volta: «Eccitazione puerile e narcisistica. Come se avessi comprato dei nuovi vestiti da provare e riprovare allo specchio una volta rientrato a casa dal negozio, anziché metterli subito in lavatrice. Ripensandoci a distanza d’anni, anche un senso di sicurezza e controllo: la sicurezza d’aver pieno dominio su quel perimetro che definiva (e limitava) la mia immagine, quello pre-impostato e pre-erotizzato del profilo».

Quando chiediamo a Patrick quali siano gli aspetti più interessanti di queste app, fa riferimento a qualcosa che le precede, qualcosa di atavico: «la chat è una versione aggiornata dei luoghi di battuage, degli annunci allusivi, delle sale da ballo clandestine nell’Italia del Ventennio. Credo che proprio nelle chat sia ancora visibile la traccia di questo passato in cui non esisteva una comunità, tantomeno l’orgoglio d’appartenenza. Non ha più a che fare strettamente con la necessità di nascondersi ma, a mio avviso, questa naturale attitudine alla tresca surrettizia, all’incontro fugace preceduto dal mistero, è parte di un rituale che si rinnova».

Patrick è favorevolmente influenzato da ogni interazione avuta in chat, ogni personaggio incontrato, ogni caffè preso, perché li considera tutti tessere di quella che definisce “una sconclusionata educazione sentimentale” che l’ha portato a conoscere il ragazzo con il quale oggi sta da anni e che ama. Anche se poi solleva prontamente l’aspetto più noioso di queste app, «l’automatismo con cui ci si adegua a formule espressive stringate, toni sbrigativi e, spesso, scontrosi. Un idioletto di default vuoto e improduttivo».

“Pixel e falsità?”

Kirillov86 comincia la sua disamina dal linguaggio usato in chat, per poi notare che all’eccitazione iniziale spesso si sostituisce la noia: «Alcune frasi risultano interessanti (sotto il profilo psichiatrico), altre sono divertenti (comicità da strada), alcune suscitano tenerezza (il reale termine sarebbe pietà), altre scimmiottano la scrittura infantile (analfabetismo puro). Si trova di tutto, tranne ciò che cerchi, perché se un giorno sei romantico e credi nell’amore ed entri in chat trovi solo maniaci del sesso; se un giorno hai l’erezione perenne e vorresti fare sesso trovi solo gay cristiani».

Non nasconde sentimenti di amore (poco) e odio (molto) verso questo tipo di app, forse perché un suo ex conosciuto in questo contesto, a relazione conclusa, ha iniziato a pedinarlo e minacciarlo. Così Kirillov86 ne ha cavato una lezione: per lui queste app finiscono per rovesciare la realtà. «In chat tutti sono più coraggiosi, sfrontati, sembrano capaci di tutto perché sono protetti dal potere del “ti blocco” se la conversazione prende una piega non soddisfacente. Nella realtà non è facile affrontare le persone, devi far fronte agli sguardi che possono intimorire, la voce che può ingannare, i gesti che possono confondere. Insomma tutto quello che sembrerebbe più sano e vero diventa una fasulla copia della realtà».

Senza mezzi termini, Kirillov86 dichiara che «la chat gay, o forse tutte le chat del mondo, sono cliniche di riabilitazione psichiatrica fatte di pixel e falsità», anche se poi ammette che qualcosa di prezioso grazie a questo sistema l’ha trovato: i migliori amici di una vita, due ragazzi ai quali è ormai legato da 9 e 6 anni. E allora, buon San Valentino anche così!