Almaviva, la protesta arriva al "Massimo"

Articolo pubblicato il 31 marzo 2016
Articolo pubblicato il 31 marzo 2016

Al Teatro Massimo di Palermo andava in scena la prima di Lucia di Lammermoor, ma qualche metro accanto i protagonisti sono stati i lavoratori di Almaviva che lottano per il proprio posto di lavoro. Abbiamo raccolto le loro voci e i loro volti, nei giorni in cui anche istituzoni e rappresentanti della cultura si mobilitano per la causa.

I lavoratori Almaviva risolvono problemi alla gente comune. Sono i responsabili dell’assistenza tecnica, commerciale e amministrativa di grandi aziende come Tim, Wind, Alitalia, American Express, AMG Gas, SKY ed Enel. Da qualche giorno, però, un problema drammatico lo hanno anche loro. 

È stata aperta la procedura di licenziamento per 2988 lavoratori: 400 a Napoli, 918 a Roma e 1670 a Palermo. Nel capoluogo della regione con il tasso di disoccupazione più alto d’Italia (dati Istat) è chiaro che questa eventualità, ogni giorno più concreta, sarebbe un’ecatombe. Almaviva è per Palermo ciò che la Fiat è per Torino: un'occasione di lavoro regolare che a molti giovani, dal 2002, ha consentito un avvenire che ora rischia di sfumare. «La procedura dura 75 giorni, ora ne rimangono meno» racconta Ambra, lavoratrice 36enne. «In questo periodo si deve trovare un accordo, ma allo scadere dei termini l’azienda procederà unilateralmente a inviare le lettere di licenziamento».

Ecco perché la tensione sale, i sit-in si moltiplicano da via Libertà (sede dell’azienda) a Palazzo Gamma (sede del committente Wind), sino a giungere davanti al Teatro Massimo, in occasione della prima di Lucia di Lammermoor. Una manifestazione che raccoglie intere famiglie, lo sguardo dei bambini, i cagnolini tenuti al guinzaglio e persino qualche pancione di lavoratrici alla loro prima gravidanza. Come recita un volantino, non sanno se potranno più fare la spesa, pagare affitti e bollette, mutui oltre a sostenere le loro famiglie. Ricadute colpirebbero anche i negozi vicini al call center, le finanziarie aperte dai lavoratori, l'erario che non riscuoterebbe più le tasse da ben 1670 buste paga. 

«Potrei riciclarmi come informatico, ma so che dovrei andare via» 

Daniele lavora da 12 anni per la commessa Tim. È entrato in Almaviva a 20 anni, mentre studiava, con un contratto di apprendistato poi trasformato in indeterminato. Lavora part time quattro ore. «Questo lavoro non è che mi abbia permesso di raggiungere obiettivi uno dietro l’altro e di realizzarmi, mi ha permesso di sopravvivere. Non è altamente remunerato, ma almeno permette di "vivere". Quando l’azienda era in crescita speravo di arrivare almeno a un part time al 75% dal 50%. Ora sono frustrato. Resta la fiducia nelle istituzioni, ma non capisco perché in Italia se non si grida alla catastrofe non si muove nessuno. Il lavoro dovrebbe andare agli italiani, poi se c’è esubero ben venga la delocalizzazione». Il riferimento di Daniele è alle gare al massimo ribasso, in cui i committenti scelgono di affidare i servizi ad aziende in outsourcing (come lo è Almaviva) non in base alla qualità del servizio, ma al minor costo. Chiaro che con simile procedura, i call center dei paesi emergenti costano meno e il lavoro viene portato all’estero. «Potrei riciclarmi come informatico, ma so che dovrei andare via» continua Daniele. «Il legame con Palermo è indissolubile, sarebbe un grave colpo psicologico doverla lasciare, anche perché mi allontanerei non di pochi chilometri, ma di uno Stato».

Patrizia, 41enne, è nella realtà di Almaviva da 15 anni, essendo stata assunta da subito con contratto a tempo indeterminato, come tutti i primi lavoratori impiegati. Lavora per la commessa Wind e ha cambiato mansione più volte. «In realtà fin dall’assunzione sono stati anni difficili, sui lavoratori si è scaricata ogni sorta di tensione; ad esempio l’assenza di commesse – si vive dei rinnovi dei grandi committenti -  e nel primo anno eravamo una start up e quindi ci dicevano che si doveva far fronte a difficoltà specifiche; poi le tensioni per i contratti in rinnovo. La pressione su di noi è sempre arrivata, in un modo o in un altro. Però abbiamo sempre saputo che era un modo per ricavare utili più alti a scapito dei lavoratori. Oggi la situazione è al culmine, perché è stata aperta effettivamente una procedura di licenziamento».

La maggior parte dei lavoratori ha 40 anni 

Quando chiediamo a Patrizia se le sue mansioni hanno appiattito le sue competenze, spiega: «Questo lavoro mi ha consentito di mettere su casa, di essere indipendente, di realizzare progetti e avere una dignità di lavoratrice ed essere umano. Oggi la maggior parte dei lavoratori ha circa 40 anni. Io non ho figli a carico, ma ci sono colleghi con mutui, sposati tra di loro, con il pancione proprio in questa piazza, presenti in questa protesta. Non andrei fiduciosa nel mercato del lavoro per l’età che ho, per il contesto siciliano. Abbiamo competenze da laureati, da liberi professionisti che hanno unito altri lavori a questo, ma il grosso, il fisso, è arrivato dal call center, che altrove è un lavoro di passaggio. In teoria avrei una competenza spendibile di rapporti con il cliente, empatia, capacità di ascolto, lavoro in team, resistenza allo stress. Ma il mercato è saturo: dovremmo tutti andar fuori a cercare lavoro, lasciando casa, famiglia, mutui? E poi stanno andando tutti via, rimane chi non può partire, questo vuol dire che il livello culturale di Palermo continuerà ad abbassarsi se procediamo così, dispiace dirlo ma è la verità».

Una vicenda che effettivamente va aldilà dei freddi numeri comunicati gli scorsi giorni dall’Azienda, che dal 2011 a oggi ha visto contrarre i suoi ricavi del 33% sul mercato italiano. Per Palermo assume i contorni di una sfida identitaria: si vuole programmare o no un futuro lavorativo e culturale per la città italiana che più si è svuotata negli ultimi dieci anni? Così si stanno mobilitando per la causa Almaviva esponenti della cultura palermitana come Pif e Ficarra e Picone, che sui social sono comparsi con cartelli che ospitano l’hashtag #iosonoAlmaviva. Anche le istituzioni si stanno attivando: nei giorni scorsi il ministro Poletti ha intimato all’azienda di ritirare la procedura per poi sedersi al tavolo delle trattative, mentre Crocetta, anche lui criticato pesantemente nel pomeriggio, durante una manifestazione per la ricorrenza dei Vespri Siciliani, ha deciso di portare all’attenzione di Renzi la vertenza con una lettera.

«Crocetta si è mosso un po’ tardi, ma meglio tardi che mai», il commento di Nicola, lavoratore part time a 6 ore assunto nel 2002. «La situazione la vivo male, sono papà di due bambini e mia moglie è pure in questa azienda. A questa azienda abbiamo dato l’anima fino all’ultimo secondo, non molleremo mai. Anche se non so come ne usciremo fuori. A un certo punto, il nostro patron (la famiglia Tripi, principale azionista, ndr) ha limitato gli investimenti in tecnologia, e questo ci ha bloccato sui livelli professionali. Ciononostante la professionalità la mettiamo ogni giorno, vogliamo lavorare: se siamo qui a protestare è solo perché molto famiglie si sono formate e vivono con gli stipendi di Almaviva».