Alle radici del conflitto israelo-palestinese

Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002
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Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002

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Una terra, due popoli, due Stati: questa la prospettiva più equa per il Medio Oriente? Viaggio nella storia del conflitto israelo-palestinese.

La soluzione andata in fumo del 1947.

La soluzione andata in fumo del 1947.

Bisognerà attendere circa 50 anni per vedere la risoluzione 181 de l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite materializzarsi in parte. Visto che oggi, con il leitmotiv della proclamazione dello Stato palestinese, è la stessa essenza del piano di ripartizione adottato il 29 novembre 1947 dalle Nazioni Unite che prende vita. Una terra, due popoli, due stati: uno ebreo, l'altro arabo. In mancanza di una possibile coesistenza delle due comunità all'interno di una stessa entità politica, questo era quello che proponeva il piano di ripartizione della Palestina. Ciononostante, a partire dall'immediato dopo-guerra i rapporti di forza sono cambiati.

Per comprendere correttamente la "questione palestinese", è necessario risalire alle sue origini, nell'immediato dopoguerra, e portare l'attenzione sul primo tentativo di risoluzione e il suo fallimento. Precisando il contesto, esaminando gli interessi in gioco, apprezzando le soluzioni proposte e constatando le cause del fallimento della ripartizione e delle sue conseguenze, possiamo comprendere come si siano strutturati cinquant'anni di conflitto, per finalmente arrivare a degli accordi il cui spirito richiama la soluzione proposta mezzo secolo fa.

Mandato Britannico e attese sioniste.

Alla fine della seconda guerra mondiale, la questione della Palestina si pone urgente. I sionisti, che avevano ottenuto nel 1917, con la Dichiarazione Balfour, il consenso della Gran Bretagna sul progetto di uno stato nazionale ebreo, vogliono andare ancora più lontano con l'istituzione di un commonwealth ebreo sulla Palestina nel 1942 e poi, dal 1946, con la creazione di uno "Stato ebreo stabile su una parte della Palestina".

La Gran Bretagna che detiene un mandato della Società delle Nazioni sulla Palestina dal 1922, realizza nel 1939 il contrario di ciò che era stato previsto dalla Dichiarazione Balfour. Sotto la pressione degli Arabi della Palestina (scioperi generali dal 1936 al 1939), ostili all'invasione dei coloni ebrei (dal 1922 al 1946, la popolazione ebrea della Palestina è passata da 84.000 anime a 608.000, cioè da un decimo a un terzo della popolazione totale palestinese), il governo inglese decide la creazione di un "libro bianco" con lo scopo di limitare l'immigrazione ebrea in Palestina e la possibilità per gli ebrei di impadronirsi di ulteriori territori. Il libro bianco indica che la popolazione ebrea non arriva a rappresentare un terzo della popolazione della Palestina e che questa avrebbe dovuto accedere all'indipendenza entro dieci anni.

Malgrado il dramma del genocidio, al quale si aggiunge quello delle "persone dislocate" in Europa (250.000 superstiti dai campi di morte nel 1946), che né il Regno Unito, né gli Stati Uniti sono pronti ad accogliere, la Gran Bretagna resta inflessibile sulla questione de l'immigrazione ebrea, attenendosi alle disposizioni del libro bianco, braccando e fermando gli immigrati clandestini ebrei in Palestina, internandoli in campi (51.500 persone internate dall' 8 maggio 1945 all'indipendenza d'Israele) e eventualmente deportandoli a Cipro. La Gran Bretagna vorrebbe, in effetti, gestire i suoi alleati arabi del Medio Oriente (Egitto, Transgiordania, Irak) e mantenere un certo controllo su questa zona strategica (Canale di Suez, idrocarburi etc.).

Una situazione insurrezionale.

Di fronte all'intransigenza britannica, i sionisti conducono due offensive concorrenti e alternative: l'una politico-diplomatica, l'altra terroristica e di guerriglia anti-britannica. Da un lato i dirigenti sionisti collaboreranno col Regno Unito, con gli Stati Uniti e poi con l'ONU per la creazione di uno stato ebreo, dall'altro l'azione terrorista si svilupperà, all'inizio solo marginalmente (revisionisti de l'Irgoun, du Lehi), in seguito con il sostegno de l'Agenzia ebrea (Ottobre 1945), che ben presto però si dissocerà dal movimento terrorista per privilegiare la via diplomatica e sostituire alla lotta anti-britannica la lotta anti-araba. La situazione britannica in Palestina è dunque particolarmente difficile, le truppe di Sua Maestà si trovano alle prese con un movimento di guerilla sionista particolarmente attivo e violento la cui determinazione rimarrà intatta malgrado le azioni di repressione. L'aumento della violenza porterà a una guerra latente e condurrà la Gran Bretagna a sottomettere il 18 febbraio 1947 la questione della Palestina alle Nazioni Unite. In effetti, non potendo trovare una soluzione che mettesse d'accordo tutte le parti in causa, e in mancanza di una intesa con l'alleato americano per il mantenimento della presenza britannica in Palestina, il costo finanziario e umano di quest'ultima si rivelava troppo alto per un regno il cui prestigio e la cui potenza coloniale erano ormai in declino.

La questione della Palestina davanti l'ONU.

Il 28 aprile 1947, si apre à New York la sessione straordinaria delle Nazioni Unite sulla Palestina. L'Assemblea generale crea una commissione d'inchiesta sulla Palestina, l'UNSCOP, incaricata d'investigare sui fatti e tutte le questioni relative ai problemi della Palestina. La commissione così formata si reca sul luogo nei mesi di luglio e agosto 1947, in un clima particolarmente teso (violenze sul terreno, dramma di persone "dislocate" in Europa, affare dell'Exodus, inizio della guerra fredda). Mentre l'Agenzia ebrea coopera attivamente, i dirigenti palestinesi dell'Alto Comitato Arabo (ACA) boicottano le attività della commissione, sostenendo che la questione dell'indipendenza della regione non figura nel mandato dell'UNSCOP e che la commissione non opera alcuna distinzione tra il problema della Palestina a quello dei rifugiati. Per l'ACA, "i diritti naturali degli Arabi della Palestina sono evidenti e non possono continuare a essere oggetto dell'inchiesta".

In un rapporto consegnato alla fine di agosto, l'UNSCOP elabora una serie di principi-soluzioni per alleggerire il "fardello palestinese". In primo luogo la fine del mandato britannico e l'indipendenza della Palestina, dopo un necessario ma breve periodo di transizione. In seguito, fu proposto: uno statuto speciale per i Luoghi Santi; il rispetto dei principi democratici; la protezione delle minoranze, e un accordo internazionale per regolare sia la questione dell'immigrazione sia il dramma delle persone "dislocate". Infine, l' Unione economica della Palestina fu definita come una "necessità assoluta".

Su questa base comune, nel rapporto, due proposte vengono fatte al livello istituzionale: un gruppo di stati propone la divisione tra i due Stati, uno ebreo, l'altro arabo, e uno statuto internazionale per Gerusalemme, con una unione economica. "I diritti che invocano gli Arabi e gli Ebrei sulla Palestina sono validi ma inconciliabili", sottolineano i redattori che vedono la divisione come inevitabile. Un periodo di più di due anni è previsto per superare gli inevitabili ostacoli della ripartizione. L'altro gruppo elabora un progetto di stato federale indipendente con uno stato arabo e uno stato ebreo, soluzione questa più neutra e imparziale per i suoi sostenitori, e quindi più realista nell'applicazione. Questa visione è purtroppo condivisa da un numero ristretto di Sionisti e di Arabi (lega per il riavvicinamento e la cooperazione giudeo-araba, partito comunista israeliano e palestinese, e altri gruppi minoritari), e raccoglie un eco limitato sia all'interno della comunità internazionale sia presso le popolazioni locali.

La divergenza degli interessi.

L'opposizione araba al piano è totale. ACA e la Lega araba protestano violentemente per delle ragioni evidenti: rifiuto della ripartizione, rifiuto di dare a una minoranza -gli ebrei- uno statuto e dei diritti preferenziali. Inoltre, gli arabi della Palestina appaiono disorganizzati. Le divisioni delle differenti famiglie palestinesi a causa di lotte di potere non rinforzano il movimento nazionale privato di una guida dagli inglesi dopo gli scioperi del '36-'39. D'altra parte, i dirigenti degli stati arabi limitrofi, riuniti dal 1945 all'interno della Lega araba possiedono delle ambizioni contraddittorie. Così, il sovrano del regno della Transgiordania, Abdallah sogna di un grande regno arabo inglobante il suo paese, l'Iraq e la Palestina...Ancora, gli stati arabi disconoscono la società internazionale e i suoi meccanismi, mentre i responsabili sionisti danno prova di un notevole tatto in questo campo.

L'Agenzia ebrea accetta di considerare le proposte della commissione come una base di discussione. Il piano deve, però, raccogliere la maggioranza dei due terzi al momento del voto all'Assemblea Generale ordinaria.

Se la Gran Bretagna si oppone al principio stesso della divisione, annunciando tra l'altro la sua intenzione di ritirarsi entro la data improrogabile del 14 maggio 1948, gli Stati Uniti e l'URSS apportano un sostegno inaspettato all'idea della divisione, ma per motivi diversi. La politica palestinese degli Stati Uniti è caratterizzata dalla sua incostanza, da un lato il dipartimento di Stato e le sue preoccupazioni geostrategiche a riguardo del Medio Oriente, dall'altro le scadenze elettorali che spingono la Casa Bianca a ricercare i favori dei sionisti americani. La divisione sembra essere una soluzione intermediaria fra tutte queste pressioni. Per l'URSS, dividere la Palestina richiama una visione strategica anti-imperialista: il piano permetterebbe di estirpare il Regno Unito dalla regione, inoltre solleverebbe gli arabi furiosi contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, e infine il nuovo stato ebreo e le sue forze progressiste potrebbero essere un buon alleato nella regione.

Così tanti motivi che spingono i due grandi a sostenere il piano di divisione, che gli Stati Uniti esercitano una forte pressione sugli eventuali astensionisti. Il piano sarà dunque ratificato il 29 Novembre 1947, nella risoluzione 181 dell'AG, con 33 voti contro 13 e 10 astenuti. La Palestina sarà divisa in uno stato ebreo, uno stato arabo, Gerusalemme avrà uno statuto speciale. L'ONU incarica inoltre una Commissione di sorvegliare sulla applicazione del piano.

Cronaca di un fallimento annunciato?

Questo piano aveva qualche chance di riuscita? Certo, cumulava diversi difetti: una suddivisione geografica complessa, la brevità del periodo transitorio, ridotto a due mesi, l'opposizione intransigente degli arabi. Ma la responsabilità principale del suo fallimento income sicuramente sulla Gran Bretagna. Quando già la situazione sul terreno peggiorava in seguito all'annuncio del piano, Londra seguitava a opporsi ad ogni ingerenza della Nazioni Unite in Palestina fino alla data scelta per il suo ritiro il 14 maggio 1948, aggravando così gli antagonismi già forti tra Arabi e Ebrei. Nella regione il comportamento della maggior parte dei partiti sionisti e la loro volontà di approfittare della loro vittoria per estendere le loro conquiste riuscirono solo a distruggere un piano già fragile. La situazione dopo quaranta anni di conflitto poteva difficilmente dar vita a una coesistenza pacifica.

La situazione non cesserà di peggiorare dal Novembre 1947 al 14 Maggio 1948, i conflitti mettono, adesso più che mai, ebrei e arabi gli uni contro gli altri e gli inglesi si svincolano progressivamente.

La situazione è vicina a una guerra civile, ma leggermente in favore dello stato ebreo che viene proclamato il 14 maggio 1948, prima che le truppe dei paesi arabi invadessero il territorio del nuovo stato il 15, come del resto avevano annunciato. I capovolgimenti strategici si moltiplicarono per finalmente vedere Israele occupare una superficie superiore di un terzo al territorio concesso dalla risoluzione del 29 Novembre 1947, e ritrovarsi in una posizione di forza per negoziare l'armistizio del 1949. Quello che resta dello stato arabo si troverà annesso dalla Transgiordania e l'Egitto nel 1950. La guerra d'indipendenza d'Israele condurrà alla divisione delle armi. La Guerra dei Sei Giorni nel 1967 insabbierà la ripartizione del 1947, con l'occupazione di Gaza e della Cisgiordania da parte delle truppe israeliane.

La principale conseguenza del conflitto del 1948 sarà il problema dei rifugiati palestinesi. Vittime del conflitto e della politica d'espulsione del neonato stato ebreo, 700 000 rifugiati si troveranno relegati in campi, dal momento in cui si ritroveranno appartenere a una comunità di 4 milioni di persone senza patria, vittima di tutte le manipolazioni, anche da parte dei "paesi fratelli". Questi sono i grandi perdenti del piano di ripartizione. Se oggi, le rivendicazioni dell'OLP per la creazione di uno stato palestinese fossero ascoltate, sarebbe un grande passo in avanti per la pace ma allo stesso tempo un grande passo indietro nella storia...50 anni di perdite?