Allarme emigrazione in Lituania

Articolo pubblicato il 04 aprile 2007
Articolo pubblicato il 04 aprile 2007

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Dal 1991 a oggi più di un milione di lituani ha lasciato il proprio Paese. Le conseguenze? Problemi economici e paura di smarrire la propria identità.

Le casse di cibo, incolonnate, arrivano fino al soffitto in una gelida casa di Clondalkin, a 20 minuti da Dublino. Qui le temperature arrivano a meno 15 gradi. Vytautas Slivinskas indossa abiti speciali per proteggersi dal freddo. Oggi, con altri dieci colleghi lituani, deve imballare pizze e gelati per una grande catena di supermercati irlandese e prepararli per la spedizione.

Liberi e indipendenti (dal 1991)

Oggi in Lituania vivono 3 milioni e mezzo di persone. Circa mezzo milione di loro sono emigrati dal 1991, anno dell’indipendenza, anche se non ci sono cifre esatte, perché molti sono emigrati illegalmente. Solo in Irlanda vivono più di 100.000 lituani. Altre mete degli emigranti sono Spagna, Inghilterra e Stati Uniti. Secondo un’inchiesta di Public Policy and Management Institute i motivi principali che spingono all’emigrazione sono le pessime condizioni lavorative e gli stipendi bassi.

Vytautas lo può confermare: «Io, in Irlanda, guadagno 500 euro netti a settimana. Ho un amico a Vilnius che lavora come mulettista e guadagna l’equivalente di 140 euro al mese» racconta il 21enne, arrivato in Irlanda due anni fa. «Volevo essere libero e non dipendere più dai miei genitori. Lo studio mi annoiava e così me ne sono andato».

Anche se i lituani, già al tempo degli Zar si spostavano in giro per il mondo per sfuggire al servizio militare russo che durava anni interi, la prima grande ondata migratoria ha avuto inizio dopo l’indipendenza del settembre 1991, quando il paese è stato colpito da una profonda crisi economica: il tasso di disoccupazione era salito al 20%.

«Molte imprese statali sovietiche lavoravano in modo del tutto inefficiente, e impiegavano troppi dipendenti. Ma nell’economia di mercato non funziona più così. Per questo molti imprenditori hanno dovuto chiudere, o licenziare tantissimi lavoratori» spiega Jonas iinskas, professore di Economia sociale all’Università di Vilnius. Decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro: molti vedevano nell’emigrazione l’unica prospettiva. E così hanno lasciato la repubblica baltica. Questo, a lungo termine, ha avuto effetti positivi sull’economia: gli emigranti, infatti, mandano in patria milioni di euro, favorendo così la ripresa economica.

Se la concorrenza viene dall'Est

Da quando la Lituania, nel 2004, ha aderito all’Unione Europea, emigrano sempre più persone. Politici ed economisti osservano l’evolversi della situazione con crescente preoccupazione. Nel frattempo l’economia segna una buona crescita, che nell’ultimo anno è stata del 7,5% rispetto al 2005. Ma la conseguenza è che nel piccolo Stato baltico c’è una forte mancanza di manodopera.

Come in molti altri nuovi Stati membri dell’Ue ora stanno salendo i salari medi: nel 2006 l'aumento ha sfiorato il 20%, arrivando ai 479 euro. Poiché l’economia fino ad oggi si è basata soprattutto sulla produzione di beni come mobili e tessuti, c’è da registrare una perdita di concorrenza nei confronti di economie ancora più competitive, quali quelle di Romania o Bielorussia. Secondo il professor iinskas, gli imprenditori lituani dovrebbero lanciare urgentemente sul mercato dei prodotti innovativi. Inoltre, il Paese è dipendente dagli investimenti delle ditte straniere per quanto riguarda le tecnologie del futuro. «È soprattutto l’emigrazione degli accademici altamente qualificati, la cosiddetta “fuga di cervelli”, a rendere più difficile la modernizzazione della nostra economia. Il pericolo maggiore per il futuro del nostro Paese è questo» afferma iinskas.

Gabrielius Žemkalnis, rappresentante di Lithuanian World Community a Vilnius, la vede in modo simile. L’organizzazione rappresenta gli interessi degli emigranti lituani. Non a caso Žemkalnisha ha il suo ufficio ad un passo dal Parlamento lituano: il 78enne ex emigrante si considera parte di una lobby in prima linea. «Sarei incredibilmente felice se la nostra organizzazione, un giorno diventasse inutile perché tutti sono rientrati in patria» dichiara sorridendo appena. E spiega anche che cosa dovrebbe fare lo Stato, prima di tutto, per raggiungere questo obiettivo: «C’è troppa burocrazia nel nostro Paese. Così non attiriamo nessun investitore estero e scoraggiamo i giovani imprenditori locali» dice Žemkalnis, che ha vissuto per 50 anni in Australia.

Scuole lituane all'estero

I politici conoscono il problema da lungo tempo. Non passa mese senza che venga fatta una proposta su come fermare l’emigrazione. L’ultima proposta è stata quella del Primo Ministro Gediminas Kirkiklas, che ha suggerito di ridurre le tasse sul reddito perché i lituani possano avere più soldi a disposizione. Solo così si potrebbe ostacolare l’emigrazione dei connazionali e far sì che i lituani emigranti abbiano un interesse a rientrare.

Molti lituani temono che con l’emigrazione possa andare persa anche l’identità nazionale. Se sempre più connazionali se ne vanno, pensano, presto anche la lingua, gli usi e costumi finiranno nel dimenticatoio. Ed è per questo motivo che gli emigranti lituani danno molto valore al mantenimento della loro cultura anche all’estero. A intervalli regolari, hanno luogo eventi volti a promuovere la cultura nazionale. In Spagna sono state aperte ben 11 scuole lituane. «I bambini devono imparare la nostra lingua anche se si trovano all’estero. Solo così poi potranno avere successo, al ritorno in Lituania» spiega Žemkalnis. «Ma attenzione: torneranno solo se le condizioni nel nostro Paese saranno migliorate».

Vytautas è stanco di pizze e supermercati: presto lascerà l’Irlanda. Ha seguito attentamente l’evolversi della situazione nel suo Paese: «Ogni volta che sono tornato a casa durante le vacanze ho visto numerosi cambiamenti: tutti positivi. Mi manca la Lituania, e adesso è ora di tornarci». Per l’ultima volta farà un giro per i pub con i suoi amici lituani a Clondalkin. Cosa farà in futuro, ancora non lo sa di preciso. «Ho molti progetti. Che, da oggi in poi, potrò realizzare nel mio Paese».