allargamento: viaggio al cuore di una contraddizione.

Articolo pubblicato il 19 gennaio 2002
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Articolo pubblicato il 19 gennaio 2002

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Dopo il crollo del Muro di Berlino, quasi come sua logica conseguenza, la caduta dell'Europa dei 15. Come si preparano i paesi candidati? Quali sono le loro speranze e i loro timori? Come si esprimono le paure dei Paesi Membri?

Spagna: La sfida delle competenze...

Mentre cresce la disillusione degli europeisti, la riforma delle Istituzioni promette di sconvolgere gli equilibri tra Stato e regioni.

L'eco dell'Europa risuona nella stampa spagnola, dove si ritrovano diverse idee ed opinioni sulle conseguenze e le sfide che risultano dai risultati più importanti del Consiglio Europeo di Nizza. Per ciò che riguarda più da vicino la Spagna, la sfida decisiva è quella d'articolare le sue competenze autonome rispetto a quelle competenze nazionali che saranno trasferite in futuro ad un'Unione Europea che si vuole sempre più integrata. L'attitudine con la quale viene affrontato il processo post-Nizza è duplice: da un lato la delusione di quelli che credono ad un principio universale della cittadinanza e ad una Costituzione Europea che non disdegni la parola "federalismo"; dall'altro la soddisfazione di chi si allinea alle dichiarazioni di Jusep Piqué, Ministro degli Esteri: "A Nizza siamo arrivati ad un accordo che garantirà un funzionamento ragionevole dell'UE per vent'anni". Dalla Spagna si assiste ad un allargamento che coinvolge Paesi che, pur col peso di gravi problemi economici, riescono ad arrivare su un treno in marcia ma che non conosce il suo destino. E' a ciò che corrisponde l'Europa che molti, qui, vedono. In effetti, non sono tanto i parametri di convergenza a monopoizzare l'attenzione dell'opinione pubblica, quanto piuttosto la disillusione di tante voci idealiste, che vedono nell'Europa piuttosto la meschineria di quelli che cercano solo di consolidare rapporti d'interesse e ratificare situazioni di sottomissione economico-finanziaria. Con le sue sfumature e contraddizioni, la Spagna si confronta ad una sfida europea che aprirà il dibattito in futuro sulle competenze delle sue regioni autonome, la revisione dei loro Statuti d'autonomia e la possibilità d'una nuova articolazione dello Stato. Si tratta di un dibattito politico troppo spesso taciuto, ma che sarà ben presto visibile sulle prime pagine.

Rep. Ceca: 90 corone (per un pacchetto di Petra)?

Dopo Nizza, il problema è il "come" aderire, non il "se". E la posta in gioco, tra deroghe e negoziati, si fa alta...

I quotidiani cèchi trattano il tema dell'allargamento dell'Unione Europea soprattutto dal punto di vista delle negoziazioni che si stanno tenendo in merito alle eventuali deroghe di cui la Repubblica Cèca potrebbe beneficiare. Dopo il summit di Nizza, che ha fissato la data delle prime adesioni per il 1° gennaio 2003, la questione dell'allargamento in quanto tale non è più all'ordine del giorno. E' tuttavia vero che la forte critica dei risultati del summit, che è stata espressa nei media durante il mese di dicembre 2000, resta sottintesa. In questi giorni i giornali si concentrano piuttosto sulle deroghe che il governo cèco potrebbe ottenere nel processo di negoziazione con l'UE. Si tratta più concretamente di restrizioni sulla vendita di terreni a vantaggio dei cittadini degli Stati Membri, della possibilità di non applicare delle imposte sui prodotti nazionali e di altre deroghe alle norme comunitarie. Il quotidiano più letto, Mlada Fronta Dnes, cita il direttore della delegazione cèca alle negoziazioni, Pavel Telika, che crede di poter leggere una certa leggerezza del governo cèco per quanto riguarda l'adozione del corpus normativo comunitario. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Telika, non è tuttavia necessario "correre in testa al plotone e sfinirsi" - come recita un proverbio cèco - ma è comunque importante "essere pronti in qualsiasi momento ad accelerare". Secondo questo giornale, la Repubblica Cèca conta di sfruttare a suo vantaggio la flessibilità che Bruxelles sarà costretta ad accordare alla Polonia, che avrà bisogno di beneficiare di importanti deroghe, soprattutto nel campo agricolo. La dichiarazione del capo della delegazione cèca alle negoziazioni con l'UE riflette il punto di vista dell universo che sta al di là della frontiera Schengen. Sempre secondo MF Dnes, il Cancelliere tedesco Gerhard Schröder darà il via libera ad una serie di misure restrittive alla libera circolazione dei lavoratori dell'Est, per un periodo di 7 anni a partire dalla data dell'allargamento. Il tutto con l'appoggio dell'Austria e di altri Paesi Membri. Schröder condivide evidentemente la posizione cèca sulla necessità di "misure di precauzione ragionevoli e temporanee", che sarebbero "nell'interesse di tutte le parti". Il quotidiano di sinistra, Právo, agita lo spettro di uno scenario ipotetico ma possibile: il titolo è scioccante: "Le Petra costeranno fino a 90 corone?". Il riferimento è alla proposta della Commissione Europea di imporre una tassa sui prodotti di tabacco che, una volta accettata e una volta che la Repubblica Cèca sia entrata nell'UE, aumenterebbe il prezzo delle sigarette più popolari (Petra) di più del cento per cento.

Italia: da Yalta a Nizza

Dove si trova il potere nell'UE? Chi lo esercita, e come?

Cronaca di un'evoluzione "storica" e delle esitazioni di chi dovrebbe guidarla.

Critica profonda, ma costruttiva. Così si potrebbe riassumere la posizione della stampa italiana. Una critica serrata, ma incentrata più sul metodo che non sul fondamento dell'allargamento. Per il Corriere della Sera, il più autorevole ed europeista giornale del BelPaese, prima che la "Grande Europa" possa farsi e "prima che i cancelli dell'UE possano aprirsi ai Paesi usciti dal Comunismo, occorre però decidere dove si trova il potere nella stessa Unione Europea, chi lo esercita e come". E' questa "la questione cruciale, alla base di ogni formazione politica che nasce". Il fatto è, continua il Corriere, che "in Europa i poteri ci sono già: sono radicati negli Stati nazionali, con una gerarchia fatta di storia, potenza militare ed economica, influenza culturale. La Piccola Europa aveva risolto il problema dandosi la struttura di un "club di gentiluomini". Tuttavia, oggi, "questo schema non funziona più, in primo luogo perché il club ha deciso di accettare molti nuovi soci." La portata storica dell'allargamento è molto sentita, come in tutta la tradizione culturale italiana di matrice 'classica'. "Il vertice di Maastricht, che nel '92 lanciò l'unificazione monetaria, fu la risposta dell'Europa al crollo del Muro di Berlino. Ora il vertice di Nizza, che dovrà aprire la strada all'ingresso dei Paesi ex-comunisti, segna il superamento di quel decennio di transizione che ha seguito la fine della guerra Fredda e del vecchio bipolarismo." Eppure dal tentativo di superare l'orgoglio delle Nazioni e le tragedie del Novecento, sempre per il Corriere, "l'Europa di Nizza esce ancora vitale. Ancora vitale, ma di basso profilo, è tuttavia questa Europa delle gelosie e dei dogmi storico-culturali. Una Europa priva della passione epocale che dovrebba animarla e legata alla paura di decadenza delle sue Nazioni".

Francia: un'Europa a due velocità

in un clima di disinteresse, Delors e Havel propongono la loro ricetta...

L'argomento dell'allargamento dell'UE ai Paesi dell'Est non suscita un grande entusiasmo nella stampa francese. E' Le Monde, tuttavia, ad ospitare recentemente tra le sue colonne l'interessante dibattito tra Jacques Delors, ex Presidente della Commissione Europea, e Vaclav Havel, attuale Presidente della Repubblica Cèca. I due statisti si dichiarano entrambi favorevoli sulla questione di principio di un'Europa mémore del suo passato e della sua storia. Questa affermazione deve essere gravida di conseguenze nel processo di integrazione e capace di ispirarlo nelle sue fondamenta. E' per questo che la menzione di questa eredità nella Carta dei Diritti firmata a Nizza, resta un'importante base da cui partire per l'integrazione. Proprio per un'integrazione più efficace, Delors ed Havel pensano anche alla possibilità di prevedere un sistema "a doppia velocità". Tuttavia è il Presidente cèco ad insistere sul fatto che il gruppo di Paesi "pionieri" dovrebbe restare costantemente aperto a nuove adesioni. Ciò che viene inoltre affermato con fermezza è l'esigenza di non far scomparire la forma istituzionale dello Stato-Nazione, ma di saperne integrare la sostanza in una struttura inédita quanto necessaria, a metà strada tra la Confederazione e la Federazione.

Polonia: lavoro, veti incrociati

la classe dirigente giura che sin dal 2003 la Polonia sarà pronta. Ma per un'adesione "alla pari".

L'allargamento ad est dell'UE è oggetto di una vivace polemica. In Polonia, uno dei Paesi candidati, la questione assume dei connotati particolari, soprattutto per la frequenza con la quale è quotidianamente trattata. Ogni giorno abbondano le notizie ed i commenti relativi alla nostra adesione; e questo su giornali ed ogni altro tipo di medium nazionale. Nonostante che la data della nostra adesione non sia stata ancora fissata, i diplomatici, il Primo Ministro Jerzy Buzek, il Ministro degli Esteri Bronislaw Geremek ed il negoziatore con l'UE Jan Kulakowski affermano che la Polonia sarà pronta ad entrare sin dal 1° gennaio 2003. Tuttavia molte sono le questioni che restano da risolvere. In questo momento il dossier più delicato è quello che riguarda il libero accesso sul mercato del lavoro dei cittadini dei potenziali Paesi membri. Questo vero e proprio "pomo della discordia", che vede scontrarsi soprattutto le posizioni di Germania e Polonia, fa emergere una serie di spinose questioni, che suscitano disaccordi ed impasse nell'uno come nell'altro campo. Gli interessi sono duri a morire. I tedeschi propongono un periodo di sette anni propedeutico ad ogni possibilità, per i lavoratori dell'Est, di integrare il mercato del lavoro tedesco e, di conseguenza, europeo. Parallelamente è il giornale polacco Gazeta Wyborcza ad ospitare le proteste di uno dei leader del movimento sindacale della stessa Germania Hans Olaf Henkel, che ritiene invece questo periodo troppo lungo. E' la stessa posizione della diplomazia polacca. Chi è nel vero? I diktat di Berlino non rivelano forse una malcelata xenofobia nei confronti degli "amici dell'Est"? D'altro canto, in Polonia le rivendicazioni si basano anche su un paragone con la situazione di Spagna e Portogallo, al momento del primo allargamento dell'UE. Perché allora a spagnoli e portoghesi fu concesso fin dall'inizio l'accesso al Mercato Unico del lavoro? Perché adesso si rifiuta questa possibilità alla Polonia? Le ostilità non accennano a placarsi e nemmeno le rivendicazioni polacche nel senso dell'acquisizione di diverse contropartite in termini di deroghe ed eccezioni varie. E' questa l'Unione Europea che vogliamo?

Turchia: diritti umani: è ancora impasse

il governo ha appena reso noto il pacchetto di misure in vista dell'adesione. Lo sforzo c'è. Ma le solite questioni restano...

Il governo turco, dopo un interminabile periodo d'impasse, ha finalmente resi noti i termini del Programma nazionale, a lungo atteso dall'opinione pubblica, sulle riforme da intraprendere in vista dell'adesione all'Unione Europea. Ampiamente discusso, all'interno della coalizione tripartita, prima d'essere pubblicato, presentato come "una revisione fondamentale della struttura politica, economica, sociale ed amministrativa della Turchia", secondo le parole di Yilmaz, il ministro dei rapporti con l'UE - il Programma illustra le motivazioni del governo a breve e medio termine, per quel che concerne le riforme democratiche (l'abolizione delle misure restrittive delle libertà d'espressione e d'associazione, oltre che una revisione globale del sistema politico-giuridico del Paese). Viene affrontata anche la spinosa questione della pena di morte, dei diritti culturali e linguistici delle minoranze etniche (curde, soprattutto). Tuttavia i toni sono timidi e le misure ipotizzate eccessivamente vaghe. Sull'argomento il quotidiano liberale Radikal è estremamente preciso: "anche se il nostro sogno di un'adesione all'Unione Europea sembra irrealizzabile, non bisogna rallentare le riforme e continuare con determinazione per far avanzare il più che possibile il processo di cambiamento. La preparazione di un Programma nazionale era solo uno dei passi da fare e nel complesso questi propositi non possono nemmeno dirsi soddisfacenti. Su delle questioni come quelle dei diritti culturali e linguistici, infatti, esso non apporta nulla di nuovo e preciso." I quotidiani più popolari, Milliyet et Hurriyet, di tendenze centriste, hanno pubblicato diversi articoli sull'argomento. La maggior parte dei commentatori sono stati unanimi nel denunciare le insufficienze del Programma. Ma, piuttosto che criticarne il contenuto, il loro malcontento era indirizzato contro le stesse tradizioni politiche del Paese e l'incapacità del Governo attuale, ritenuto il solo responsabile della situazione di crisi nella quale si trova la Turchia. "Le promesse non bastano più. Ormai bisogna ottenere dei risultati concreti, piuttosto che delle parole prive di senso."