Alla scoperta del cinema di Alain Guiraudie

Articolo pubblicato il 14 marzo 2016
Articolo pubblicato il 14 marzo 2016

La rassegna Cinémardi dell’Institut Français di Palermo propone Voici Venu Le Temps di Alain Guiraudie, regista noto per Lo sconosciuto del lago ospite nel 2014 del Sicilia Queer Filmfest. A Marsiglia rilasciò una lunga intervista condotta dal direttore dell’Institut Eric Biagi e dal direttore del Queer Fest, Andrea Inzerillo. Cafébabel ne pubblica un estratto per i suoi lettori.

Il cinema d’avventura minimalista di Alain Guiraudie: un sottile dosaggio tra registro intimo -al contempo erotico e affettivo- e i grandi interrogativi politici senza equivoci sull’orrore economico che ci circonda.  Voici Venu Le Temps  sbarca a Palermo martedì 15 marzo presso la sala De Seta dei Cantieri Culturali alla Zisa (ingresso gratuito) per la rassegna di cinema francese Cinémardi.

Guiraudie è stato ospite a Palermo durante l’edizione 2014 del Sicilia Queer Filmfest, che gli dedicò una corposa retrospettiva. Eric Biagi (direttore dell’Institut Francais) e Andrea Inzerillo (direttore Sicilia Queer) qualche mese prima si recarono a Marsiglia per un focus sul cinema di Ciprì e Maresco, e in quell’occasione incontrarono Guiraudie prima che accettasse di partecipare al festival cinematografico palermitano. Ne nacque una lunga e preziosa intervista che oggi pubblichiamo parzialmente per far conoscere ai nostri lettori uno fra i più autorevoli esponenti del cinema indipendente francese, in modo da poter godere al meglio della visone di Voici Venu Le Temps.

INZERILLO – Nel 2001 escono questi due film, molto belli e diversi tra loro: Du soleil pour les gueux e Ce vieux rêve qui bouge. Quest’ultimo è salutato da Godard come il miglior film del Festival di Cannes del 2001, l’altro è quello che tu dici essere il tuo manifesto estetico. Penso che ci sia un legame tra questi due film, ma tra tutti in generale, che è la questione del tempo.  In Du soleil pour les gueux le domande «Come si fa a passare del tempo insieme? Come ci si guadagna da vivere?» sintetizzano un binomio che percorre tutto il film: il mondo delle relazioni umane e quello delle relazioni al lavoro.

GUIRAUDIE – Penso che i due film non siano così distanti l’uno dall’altro. Uno è ambientato in una fabbrica d’oggi e l’altro in un luogo e in un tempo incerti, e all’aria aperta, è vero. Ma penso che in entrambi ci si ponga delle domande esistenziali: «Passare il tempo», «A cosa servo?», «È necessario servire a qualcosa?» […]

BIAGI – Uno dei due, Ce vieux rêve qui bouge, mette in evidenza due questioni molto importanti per te, che torneranno più avanti: la classe operai e la questione dell’omosessualità.

GUIRAUDIE – Si, Ce vieux rêve qui bouge è una reazione a cose viste e sentite, a una certa maniera di presentare la classe operaia, di rappresentare le fabbriche che chiudono. Forse cercavo una rottura con il pietismo che di solito accompagna questo tipo di progetti. Per quanto riguarda l’omosessualità, avevo voglia d’inserirla in un contesto diverso, perché per gli operai spesso è una cosa da ricchi, mentre esiste anche nel loro mondo, e perché la rappresentazione tradizionale dell’omosessualità si limita a mostrarci gente giovane e bella, che vive nelle grandi città e non ha problemi di soldi. Quindi pensavo che fosse importante riportarla nel mondo operaio. […]

INZERILLO – In questo film c’è anche la questione del ritmo, legata alla comicità. Per esempio, il caposquadra Donand che si muove sempre più velocemente nello stesso corridoio, entrando e uscendo dall’inquadratura. Lo stesso schema iterativo torna anche ne L’inconnu du lac: si descrive un luogo con 5 o 6 inquadrature, ed è più che sufficiente. Si gioca sul ritmo, sui rapporti all’interno delle inquadrature, quasi come in una danza.

GUIRAUDIE – Sì, in effetti è una geografia che si disegna a partire da 5 o 6 inquadrature in entrambi i film. È una cosa abbastanza dogmatica nel mio cinema: l’idea di un’inquadratura fissa e di qualcosa che si muove al suo interno. Già con La force des choses mi ero proibito che la macchina si muovesse.

INZERILLO – È il contrario del Dogma di Lars Von Trier.

GUIRAUDIE – [ride] Sì, è il mio Dogma, la macchina da presa non si muove e si organizza tutto all’interno dell’inquadratura. […]

BIAGI – I tuoi personaggi, il tuo cinema prendono strade alternative per cercare di aprire nuovi orizzonti.

GUIRAUDIE – Mi sembrava una soluzione possibile. Penso che si faccia cinema per dare il proprio punto di vista sul mondo, si cerca sempre di essere moderni e particolari. Credo che se non si ha questo in testa, non valga la pena insistere. È questo che mi ha sempre ispirato. Il mio cinema comincia dove finisce la mia vita di militante, dove, in quanto militante, mi ritrovo davanti a d un’impasse. Dopo gli anni ’80 non è emerso poi molto.

INZERILLO – In Voici venu le temps (2005) ho notato la presenza costante di duetti, di rapporti a due tra gli attori.

GUIRAUDIE – Sì, sempre a due. C’è sempre un personaggio che ne incontra altri. In fondo mi domando se il film non soffra un po’ di questo schema ripetitivo. Non c’è molta progressione drammatica. Ma anche Lo Sconosciuto del Lago è così e funziona. Faccio spesso film con un personaggio che ne incontra altri.

INZERILLO – Forse perché c’è sempre la voglia di stare con qualcuno?

GUIRAUDIE – Si, è vero. Ho avuto poco tempo per le riprese di Voici venu le temps, mi sembra di essermi accontentato di girare solo l’essenziale, la sceneggiatura. Tutti i momenti della sceneggiatura in cui il protagonista era da solo sono scomparsi. Come se avessi voluto fare il film per rispettare il contratto, mi devo sbrigare, filmare i dialoghi e basta.

BIAGI – Come scegli il soggetto dei tuoi film? Fino a Le roi de l’évasion i soggetti sono autobiografici. Non so se è la parola giusta, ma sembrano abbastanza spontanei, ti vengono abbastanza naturali. Lo sconosciuto del lago sembra più scritto e più controllato. Come sei arrivato al soggetto di questo film?

GUIRAUDIE – Ci ho messo tutto me stesso. In questo caso Michel, Franck, e Henri rappresentano diverse sfaccettature di me stesso. Forse a età diverse. Ma anche gli altri personaggi: l’uomo del martedì sera, il tipo ossessionato dall’igiene, il seduttore, il marito geloso. O li ho incontrati o me ne hanno parlato. Ero veramente in un microcosmo. Mi sono imposto dei paletti per Lo sconosciuto del lago.

Dall’intervista integrale pubblicata sul CATALOGO della quarta edizione del SICILIA QUEER FILMFEST