Alla ricerca di una primavera marocchina

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2012
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2012
In Marocco le manifestazioni continuano. Ecco alcuni incontri con i giovani contestatori coinvolti nel movimento del 20 febbraio 2011 per capire meglio le loro motivazioni nel 2012.

Dal 20 febbraio 2011 il Marocco ha visto e continua a vedere grandi manifestazioni. La riforma costituzionale, adottata dal 98,5% dei votanti, ma boicottata da partiti di sinistra e dai sindacati, ha introdotto qualche elemento democratico. Ma questi cambiamenti sono considerati come “apparenti” da diversi marocchini. Le manifestazioni continuano in diverse città marocchine e persino a Parigi. Le rivendicazioni avanzate dai manifestanti s’inseriscono, infatti, nel filone della primavera araba – democrazia, libertà, giustizia sociale – ma non prevedono l'esilio del re.

Incontro Najah in Germania. Lei mi dice che  è la prima domenica in cui non va a manifestare dal 20 febbraio scorso. Convinta che bisogna costruire una vera democrazia, la giovane studentessa partecipa alle riunioni e alle manifestazioni del Movimento del 20 febbraio. Questo movimento è appoggiato da diverse ONG e da cinque partiti politici. In Marocco, la cui società civile è storicamente molto attiva, le manifestazioni non sono dei fenomeni nuovi. Nel 2004, una grande mobilizzazione delle associazioni era sfociata in una riforma dello statuto personale, introducendo dei netti miglioramenti nei diritti delle donne.

Non tutti i manifestanti la pensano come Najah. Soufiane ha partecipato a qualche manifestazione, ma ha smesso di andarci. Secondo lui con la riforma costituzionale sono cambiate diverse cose, ma la corruzione continua. Non smette di condannare i “ladri”, i funzionari che si arricchiscono a scapito dei cittadini normali. Sulla pagina Facebook del Movimento del 20 febbraio di Casablanca, Karim Chakib scrive: “Siamo tutti dei monarchici. Ma attenzione agli ipocriti e ai ladri che sono più monarchici del monarca…”. Amar, che abita pure lui a Marrakech, constata la trasformazione in atto, da movimento politico a movimento sociale. Questa trasformazione si riflette allo stesso modo sullo spostamento delle manifestazioni dai grandi viali, per esempio davanti al Parlamento, verso i quartieri popolari.

“Bisogna andare verso la gente”, mi spiega Yassir di Rabat. Lui è membro di tre associazioni e fa parte del 4% dei marocchini che aderisce a un partito politico o a un sindacato. Ha boicottato il referendum sulla riforma costituzionale, che ritiene solo “apparente”. Per lui un Marocco senza re è una possibilità che potrà essere presa in considerazione “se il re continua a ignorare le rivendicazioni del movimento”.

Qual è la posizione del movimento contestatario di fronte al re Mohammed VI? Diversi sono quelli che dicono che il re debba cedere parte del suo potere, senza per questo rivendicare la sua abdicazione. Il re gode di una triplice legittimità: una legittimità religiosa, come discendente diretto del profeta Maometto, una legittimità storica, dal momento che la monarchia marocchina perdura da dodici secoli  ed è il solo paese arabo a non esser stato sottomesso dagli ottomani, e una legittimità politica esterna: le riforme introdotte da Mohammed VI sono state spesso citate come esemplari dall’Unione Europea e dal Consiglio d’Europa.

Saïd non si dice membro del movimento, sebbene abbia partecipato a qualche manifestazione. Dall’annuncio delle elezioni legislative, che si sono tenute il 25 novembre 2011, e dal riconoscimento della “amazighità” (gli amazighi, spesso chiamati “berberi”, sono numerosi in Marocco e negli altri paesi dell’Africa del Nord,) nella nuova costituzione, non ci sono più motivi per andare per le strade. La questione “berbera”, anche se preferisce chiamarla amaziga, è di grande importanza per molti abitanti di Casablanca. Nemmeno Yousra e Amal appartengono al movimento contestatario. Secondo Yousra il re ha fatto riforme, ha reagito bene lanciando dei programmi economici. “È questo che spiega la calma relativa del Marocco a differenza del resto del mondo arabo”, spiega Yousra. Amal, invece, parteggia per i diritti delle donne. Lei non è pronta a fare parte di un movimento che raggruppa anche gli islamisti. È in questo punto che il movimento provoca delle controversie e divide i partigiani dal cambiamento, dalle famiglie, dagli amici, dalla società civile e dalla sinistra.

Ali, professore di francese, è ottimista sul cambiamento profondo che dovrebbe accadere. Ma per ottenerlo, sarà necessario tempo e impegno.

Foto di copertina:  (cc) ares tavolazzi/flickr; testo:(cc) Adobe of Chaos/flickr, alkanchaglar/flickr; video: milanoflorence/youtube