Alimentazione sostenibile: piacere e impegno

Articolo pubblicato il 29 novembre 2014
Articolo pubblicato il 29 novembre 2014

Una tra le nostre maggiori preoccupazioni è senza ombra di dubbio il cibo. Ma che rapporto abbiamo con l'alimentazione? Quanto realmente sappiamo su ciò che mangiamo? Le risposte si trovano nel nostro DNA. Scopriamo perché.

Il cibo potrebbe sembrare un argomento di secondaria importanza, ma non è così. Entrando in un supermercato, pensiamo alla varietà dei prodotti esposti, piuttosto che alla loro origine e qualità. Fondamentalmente, da un lato, l'istinto ci spinge a mangiare: abbiamo fame, compriamo qualcosa e lo mangiamo. Punto. Dall'altro, il cibo è un argomento molto vasto che non solo influenza l'ambiente e la nostra salute ma anche il rapporto con un altro tratto genetico insito al genere umano: la capacità di riconoscere e apprezzare cibi genuini

Molte persone, colpite dalla scarsa consapevolezza di alcuni coltivatori e dal ridotto interesse da parte dei consumatori, pensano al cibo in altri termini. Negli anni '70, i pesticidi furono introdotti in agricoltura e si diffusero rapidamente in tutta Europa. Ciò ebbe un grande impatto sull'ambiente e sulla salute delle persone. La loro sovrapproduzione negli anni '80 non fece che aggravare la situazione. Di conseguenza, in Europa si svilupparono rapidamente movimenti che miravano a promuovere il rispetto per l'ambiente; in breve, una simbiosi sostenibile tra uomo e natura

LEAF: Agricoltura integrata

Ma cosa si intende realmente con il concetto di sostenibilità di cui sentiamo tanto parlare ma così difficile da delineare? Stando alla definizione classica del termine, non c'è sostenibilità se non viene prima garantita una sensibilità economica, ambientale sociale. Sono questi i tre capisaldi della sostenibilità. A questi, l'organizzazione inglese LEAF ha aggiunto un quarto pilastro: la responsabilità politica.  

L'organizzazione, membro fondatore del progetto EISA (un'iniziativa europea per lo sviluppo sostenibile in agricoltura, ndr), nacque nel 1991 con l'intento di promuovere un'agricoltura integrata. Questo standard di produzione mira a soddisfare le nostre esigenze alimentari, migliorando la qualità dell'ambiente e le risorse naturali dalle quali dipende l'economia agricola, utilizzando in modo  efficiente le risorse non rinnovabili e quelle messe a disposizione dall'agricoltura e migliorando la qualità di vita dei coltivatori e della società nel complesso. «Fin dall'inizio, è stato molto importante poter dare voce a molte organizzazioni all'interno del comitato consultivo della LEAF; in questo modo abbiamo garantito un forte dialogo tra coltivatori, ambientalisti e produttori», dice Caroline Drummond, Amministratore Delegato della LEAF. Inizialmente, non è stato semplice colmare il divario tra queste diverse realtà ma alla fine il risultato è stato proficuo. «Tutti si sono confrontati su luoghi comuni e incomprensioni e sono state implementate soluzioni concrete». Grazie ai patrocini, alle iniziative di solidarietà sociali e all'etichetta LEAF Marque, l'organizzazione ha permesso all'agricoltura di diventare sostenibile, vantaggiosa e rispettosa dell'ambiente ed ha facilitato, al tempo stesso, una relazione diretta tra produttore e consumatore.

Tutto ciò è d'obbligo in un mondo globalizzato dove centinaia di kilometri fanno da barriera a questo tipo di rapporti. Open Farm Sunday - una delle iniziative di solidarietà sociali promosse dall'organizzazione - è un evento formativo che si tiene ogni anno. Coltivatori provenienti da tutto il paese invitano persone del pubblico presso le loro aziende agricole a fare domande e conoscere la filiera produttiva degli alimenti che consumano. A distanza di 9 anni dalla nascita dell'evento, si è registrata la presenza di oltre 1 milione e 25mila visitatori. «Nel 2014, più di 375 aziende agricole ha aperto le porte a oltre 207mila persone», racconta Drummond. «È una vera e propria chiamata alle armi da parte di tutti i produttori nel settore agricolo; è un'ottima opportunità per i consumatori e soprattutto per le famiglie di poter scoprire cosa realmente finisce sulla loro tavola e nei loro piatti. Tutto ciò aiuta a vederci chiaro e a costruire fiducia intorno al mondo dell'agricoltura».  

Slow Food: è tutta questione di piacere

Un'altra organizzazione che sta avendo grande impatto è Slow Food. Benché uno dei focus dell'organizzazione sia l'Europa, essa conta più di 150 membri in tutto il mondo. In parole povere, il suo obiettivo è quello di promuovere una rete di sistemi alimentari sostenibili intorno al globo. L'organizzazione è strutturata in rappresentanze locali composte da un minimo di persone a un massimo di 100 e più, tutti volontari che adattano al contesto le iniziative sul cibo sostenibile: mercati ortofrutticoli, progetti con scuole locali, cene ed eventi pubblici. 

I volontari provengono da ogni estrazione sociale, cosa che, secondo Marta Messa, EU Liaison Officer presso Slow Food, dimostra un vero e proprio cambiamento nel genere e nel numero di persone che si preoccupano di ciò che mangiano. L'organizzazione, nata negli anni '80 grazie a un gruppo di amici italiani, è oggi conosciuta in tutto il mondo per l'impegno a promuovere cibo sostenibile e per aver affrontato alcune controversie in ambito alimentare. «Stiamo partecipando a molti dibattiti in quanto guardiamo al cibo a 360 gradi. Lavoriamo nel campo degli  OGM (Organismi Geneticamente Modificati, ndr) per sensibilizzare i consumatori e i produttori sul motivo per cui questi non hanno benefici da un punto di vista ambientale, sociale, etico e razionale», dice Messa. Oltre a questo, l'organizzazione si sta battendo per temi quali lo spreco alimentare (un terzo del cibo prodotto sulla terra non raggiunge nemmeno i piatti dei consumatori) e la questione del 'land grabbing'. «Si tratta di un fenomeno riguardante l'acquisizione da parte di grandi multinazionali di centinaia di ettari di terreni agricoli nei paesi in via di sviluppo dove non è presente una normativa chiara in termini di possesso e intitolazione della proprietà». Queste compagnie coltivano prodotti normalmente esportati, impiegati per produrre biocarburanti, o utilizzati per coltivare mangimi per animali nelle imprese agricole. A causa del fenomeno, gli abitanti di questi paesi sono costretti all'emarginazione e finiscono col doversi contendere le risorse. Per tale motivo, uno dei concetti che Slow Food sta promuovendo è quello "dell'etichetta parlante", che mostra al consumatore l'intera filiera produttiva. «Non stiamo obbligando nessuno ad adottare l'etichetta, ma la stiamo promuovendo come un'alternativa. Metti, ad esempio, che hai un pezzo di formaggio in mano. Puoi sapere che tipo di latte è stato utilizzato per produrlo, dove è stata allevata la mucca, cosa ha mangiato, quanto spazio ha avuto a disposizione e com'è stato confezionato e lavorato il formaggio. È un modo univoco di raccontare la vita del prodotto». Grazie a questo, i consumatori potranno essere anche informati sull'impiego di risorse produttive discutibili. Ma perché è così importante per le persone sapere cosa finisce nei loro piatti? «Beh, è questione di piacere», racconta Messa. «È un concetto che potrebbe non essere colto immediatamente, ma per noi ha funzionato bene. Si tratta di unire il piacere del buon cibo all'impegno per l'ambiente e la società; la convivialità e la gioia di stare insieme». 

È nel nostro DNA

Sicuramente, alcuni potranno obiettare che il cibo di qualità e l'alimentazione sostenibile è riservata a pochi eletti dal momento che si dà per scontato il fatto che solo persone con elevato potere d'acquisto possono comperare questo genere di alimenti. Secondo il parere di Messa, il piacere di gustare buon cibo è insito al nostro DNA. Perfino nei paesi più poveri del mondo sopravvivono tradizioni gastronomiche tramandate da generazioni che si basano sulla produzione di ciò che cresce naturalmente nel territorio. Se la capacità di riconoscere cibi gustosi e di qualità è nel nostro DNA come l'istinto di mangiare, allora ognuno di noi dovrebbe provare, anche solo per un attimo, a sviluppare una relazione più forte con gli alimenti che mangiamo dal momento che ciò impatta sul nostro rapporto con le tradizioni, i coltivatori locali, ma soprattutto con l'ambiente.