Alieni in Lettonia

Articolo pubblicato il 24 novembre 2003
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Articolo pubblicato il 24 novembre 2003

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Quasi un terzo della popolazione lettone non gode della cittadinanza. Ma l’adesione all’UE della repubblica baltica non farà altro che peggiorare la situazione. Che diventa incandescente.

In Europa orientale, contrariamente a quella occidentale, l’immigrazione è considerata spesso come più attinente al passato sovietico che al futuro europeo.

La Lituania ad esempio – che aderirà all’ UE nel maggio 2004 – ha combattuto duramente, fin dalla sua indipendenza, per l’integrazione della sua massiccia popolazione immigrata. Oggi, come risultato della pesante influenza sovietica, la situazione in Lettonia e nella vicina Estonia, può essere considerata come un caso unico in Europa. Nel 2003 le etnie lettone ed estone raggiungevano solo il 58% e il 65% delle rispettive popolazioni. Ancora oggi in Estonia il 31% della popolazione è privo di cittadinanza e lo stesso vale in Lettonia, dove circa 494.319 persone su una popolazione di 2.324.183 non gode di questo status.

In Lettonia le élites politiche al governo sentono il bisogno di proteggere la propria etnia, per la sua sfavorevole condizione demografica. Alcune leggi dei primi anni novanta hanno regolamentato in maniera molto restrittiva le condizioni di cittadinanza, col risultato che una consistente fetta di popolazione è rimasta esclusa da qualsiasi diritto di partecipazione alla vita politica. Coloro i quali si sono insediati sul suolo lettone negli anni settanta si sono sentiti fortemente discriminati

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I fautori dei diritti delle minoranze aspirano a reintrodurre per tutti il diritto di partecipazione alla vita politica, quantomeno attraverso il diritto di voto alle elezioni municipali, laddove le decisioni sono più immediate e ricadono direttamente sulla vita dei cittadini.

La riforma del sistema educativo ha del tutto sostituito nelle scuole la lingua russa con quella lettone, divenuta ormai obbligatroia nella maggior parte delle materie insegnate.

Riformatori ancor più radicali vorrebbero garantire la cittadinanza a a chiunque risieda in Lettonia dal 1990 e inoltre riconoscendo il russo come seconda lingua di Stato. Il processo di naturalizzazione è stato abbastanza veloce, ma non quanto si fosse sperato.

Temi analoghi sono stati ultimamente oggetto di grande attenzione in Italia. La proposta di legge di Gianfraco Fini – Presidente di Alleanza Nazionale – per estendere il diritto di voto alle elezioni amministrative a tutti gli immigrati che risiedano legalmente da sei anni in Italia, non è stata di certo ben accolta. L’affermazione di Fini per cui “è arrivato il tempo di discutere per concedere agli immigrati che vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia…il diritto di voto alle elezioni amministrative”, ha incontrato una dura opposizione, soprattutto all’interno del suo partito postfascista.

Questo cambiamento di politica, tuttavia, andrebbe osservato con più realismo e rispetto dei principi basilari della giustizia sociale. L’Italia ha recentemente adottato una legge sull’immigrazione molto più restrittiva: garantire il voto agli immigrati già insediatisi da tempo sarebbe forse necessario per controllare chi è appena arrivato, ma di certo non significa aprire le frontiere a tutti gli immigrati che si affollano ai confini.

Analogamente, le cause della situazione attuale in Lettonia sono certamente storiche, ma anche politiche. “Molti lettoni temono che se si concede il diritto di voto a chi non ha la cittadinanza, ci potrà essere un riorientamento della politica nazionale verso l’est” ha dichiarato Nils Muiznieks, il Ministro lettone dell’integrazione. “C’è anche la preoccupazione che se le minoranze russe avessero più influenza politica, potrebbero voler ricevere lo status di lingua di Stato e questo potrebbe indurli a non apprendere più la lingua lettone”.

Recentemente, il partito conservatore “Patria e Libertà/LNNK” ha cercato di far richiamare Martijan Bekasovs, di lingua russa, dal suo posto di osservatore al Parlamento Europeo, colpevole di aver “detto gravi mensogne e discreditato lo stato lettone” quando aveva fatto circolare per il Parlamento Europeo un documento sulla discriminazione contro le minoranze etniche in Lettonia. Fortunatamente le regole del Parlamento Europeo non permettono una simile procedura da parte dei governi nazionali; ma l’incidente ha comunque mostrato le differenze e le tensioni tra i cosiddetti partiti lettone e russo.

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Escludere dalla partecipazione ai diritti politici chi da lungo tempo risiede nei nostri paesi, può minare la legittimità stessa delle nostre democrazie. Come mostrano le statistiche, mentre in Lituania il 67% dei votanti al referendum per l’ingresso all’UE si è espresso a favore, la maggior parte delle regioni popolate da madrelingua russa hanno votato massicciamente contro. Questa disparità può esser considerata come una protesta contro le élites che escludono la popolazione di lingua russa dalla comunità politica, ma comunque rimane il fatto che la decisione emersa dal referendum ha coinvolto solo la metà della popolazione.

Recentemente, sia il Consiglio d’Europa che i rappresentanti dell’UE hanno sollecitato la Lettonia a trovare il modo di garantire alle minoranze il diritto di voto alle elezioni amministrative; ma si tratta solo di una raccomandazione. E il governo lettone ha sempre ribadito che questa raccomandazione non può essere considerata, perché è contraria alla sua politica di integrazione.

Il diritto di voto è diventato un nodo centrale nel dibattito sull’effettiva capacità della Lettonia di divenire a tutti gli effetti membro dell’UE. E’ certo infatti che chi già ora non gode della cittadinanza lettone, sarà ancor meno garantito una volta entrato in UE, perché la sua condizione sarà la più sfavorita di tutto il resto della popolazione. Anche se i cittadini membri dell’UE caldeggeranno un’estensione del diritto di voto per le minoranze in Lettonia, sia per le elezioni amministrative che per quelle del Parlamento Europeo, rimarrà comunque inalterata la condizione della comunità russa in Lettonia che continuerà a non poter godere di questi diritti.

Fini ha ragione quando dice che lo Stato deve esistere per chi vive nei suoi confini, paga le tasse, obbedisce alla legge e contribuisce allo sviluppo dell’intera nazione. Perché un problema ignorato non scompare per magia. Anzi, cresce.