Alieni in Lettonia

Articolo pubblicato il 15 marzo 2004
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Articolo pubblicato il 15 marzo 2004

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Le comunali del 12 marzo 2005 lo dimostrano: quasi un terzo della popolazione lettone non gode della cittadinanza. La situazione è incandescente.

AGGIORNAMENTO 17/3/2005

"E’ tempo di normalizzare la situazione. In Lettonia, i russofoni sono discriminati da anni. L’Europa agisca”. Il comunicato del Ministero degli esteri russo condanna duramente l’esclusione della popolazione russofona dalle elezioni comunali del 12 marzo scorso. La situazione della Lettonia e della vicina Estonia può essere considerata come un caso unico in Europa. Nel 2003 le etnie lettone ed estone raggiungevano solo il 58% e il 65% delle rispettive popolazioni. Ancora oggi in Estonia gli abitanti privi di cittadinanza raggiungono il 31%, mentre in Lettonia il 21%. Si tratta prevalentemente di russi affluiti durante la guerra fredda, quando le republiche baltiche erano parte dell’Unione Sovietica.

Ma, in Lettonia, le élites politiche al governo sentono il bisogno di proteggere la propria etnia, per la sua sfavorevole condizione demografica. Alcune leggi successive all’indipendenza da Mosca, ottenuta nel 1990, hanno regolamentato in maniera molto restrittiva le condizioni di cittadinanza, col risultato che una consistente fetta di popolazione è rimasta esclusa da qualsiasi diritto di partecipazione alla vita politica.

Classe dirigente: paura e status quo

I fautori dei diritti delle minoranze aspirano a reintrodurre per tutti il diritto di partecipazione alla vita politica, quantomeno attraverso il diritto di voto alle elezioni comunali, dove le decisioni sono più immediate e ricadono direttamente sulla vita dei cittadini.

La riforma del sistema educativo ha del tutto sostituito nelle scuole la lingua russa con quella lettone, divenuta ormai obbligatoria nella maggior parte delle materie insegnate.

Ma i fautori dei diritti dei russofoni vorrebbero garantire la cittadinanza a chiunque risieda in Lettonia dal 1990, riconoscendo inoltre il russo come seconda lingua di Stato.

Temi analoghi sono stati oggetto di grande attenzione in Italia nel 2003. Con la proposta di legge di Gianfraco Fini – leader di Alleanza Nazionale – per estendere il diritto di voto alle elezioni amministrative a tutti gli immigrati che risiedano legalmente da sei anni in Italia. Per Fini era “giunto il momento di dibattere per concedere agli immigrati che vivono, lavorano e pagano le tasse in Italia il diritto di voto alle elezioni amministrative”. Ma la proposta è subito naufragata, anche a causa della dura opposizione, all’interno del suo partito postfascista.

La svolta di Fini in Italia

Questo cambiamento di politica, tuttavia, andrebbe osservato con più realismo e rispetto dei principi basilari della giustizia sociale. L’Italia ha recentemente adottato una legge sull’immigrazione molto più restrittiva: garantire il voto agli immigrati già insediatisi da tempo sarebbe forse necessario per controllare chi è appena arrivato, ma di certo non significa aprire le frontiere a tutti gli immigrati che si affollano ai confini.

Ma le resistenze non mancano. le cause della situazione attuale in Lettonia sono certamente storiche, ma anche politiche. Secondo l’ex Ministro dell’integrazione, Nils Muiznieks, “molti in Lettonia temono che se si concedesse il diritto di voto a chi non ha la cittadinanza, rischieremmo un riorientamento della politica nazionale a beneficio della Russia. C’è anche la preoccupazione che se le minoranze russe avessero più influenza politica, potrebbero voler ricevere lo status di lingua di Stato e questo potrebbe indurli a non apprendere più la lingua lettone”.

Nel 2003, il partito conservatore “Patria e Libertà/LNNK” aveva addirittura cercato di far richiamare Martijan Bekasovs, di lingua russa, dal suo posto di osservatore al Parlamento Europeo, colpevole di aver “detto gravi mensogne e discreditato lo stato lettone” quando aveva fatto circolare per il Parlamento Europeo un documento sulla discriminazione contro le minoranze etniche in Lettonia. Fortunatamente le regole del Parlamento Europeo non permettono una simile procedura di “richiamo” da parte dei governi nazionali; ma l’incidente ha comunque mostrato le differenze e le tensioni tra i cosiddetti partiti lettone e russo.

Cosa cambierà l’Unione Europea?

Escludere dalla partecipazione ai diritti politici chi da lungo tempo risiede nei nostri paesi, può minare la legittimità stessa delle nostre democrazie. Come mostrano le statistiche, mentre in Lituania il 67% dei votanti al referendum per l’ingresso nella Ue si è espresso a favore, la maggior parte delle regioni popolate da madrelingua russa hanno votato massicciamente contro. Questa disparità può esser considerata come una protesta contro le élites che escludono la popolazione di lingua russa dalla comunità politica, ma comunque rimane il fatto che la decisione emersa dal referendum ha coinvolto solo la metà della popolazione.

Sono anni che il Consiglio d’Europa che i rappresentanti dell’Ue hanno sollecitato la Lettonia a trovare il modo di garantire alle minoranze il diritto di voto alle elezioni amministrative; ma si tratta solo di una raccomandazione. E il governo lettone ha sempre ribadito che questa raccomandazione non può essere considerata, perché è contraria alla sua politica di integrazione.

Il diritto di voto è diventato un nodo centrale nel dibattito sull’effettiva capacità della Lettonia di divenire a tutti gli effetti membro dell’Ue anche in seguito alla sua adesione. Anche se l’Europa imporrà un’estensione del diritto di voto per le minoranze in Lettonia, sia per le elezioni amministrative che per quelle del Parlamento Europeo, la condizione della comunità russa in Lettonia non cambierà.

Fini ha ragione quando dice che lo Stato deve esistere per chi vive nei suoi confini, paga le tasse, obbedisce alla legge e contribuisce allo sviluppo dell’intera nazione. Perché un problema ignorato non scompare per magia. Anzi, cresce.