Ali Smith: la scrittura può tutto

Articolo pubblicato il 07 gennaio 2014
Articolo pubblicato il 07 gennaio 2014

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Leggere un racconto breve o un romanzo di Ali Smith è come chiacchierare col più eclettico degli amici.Parti con una lista mentale di libri che non vedi l'ora di leggere (i saggi di Calvino o Momento Mori di Muriel Spark),con la musica da ascoltare in macchina(da Gershwin a Beethoven)e una serie di fatti curiosi che stenti a credere. (è davvero così che è stata composta la musica del Mago di Oz?)

­Cam­mi­na­re in casa di uno scrit­to­re plu­ri­can­di­da­to è un po' come pas­seg­gia­re in una delle sue sto­rie. Una guida per ri­co­no­sce­re far­fal­le giace aper­ta sul ta­vo­lo a cui ci ac­co­mo­dia­mo, as­sie­me ad una cop­pia di pic­co­le, in­de­fi­ni­bi­li scul­tu­re. Mi trat­ten­go dal de­si­de­rio di spul­cia­re la pila di film che tap­pez­za­no il muro. E poi ecco la pas­sio­ne e la cu­rio­si­tà di Ali, slan­cia­ta­men­te ge­ne­ro­sa e ge­nui­na nel suo en­tu­sia­smo per altri scrit­to­ri. Quan­do fi­nia­mo per par­la­re dei rac­con­ti brevi di Ka­the­ri­ne Man­sfield, escla­ma: " Poi c'era que­sta scrit­tri­ce ca­pa­ce di te­ner­si in su­per­fi­cie e tes­se­re al con­tem­po altri quin­di­ci ele­men­ti al di sotto di essa, senza mai farli emer­ge­re. Quan­do leggi la Man­sfield av­vie­ne qual­co­sa di tri­di­men­sio­na­le. Par­ten­do dalla su­per­fi­cie, ti la­scia com­pren­de­re le in­ten­zio­ni della nar­ra­zio­ne ren­den­do chia­ro anche ciò che non viene detto espli­ci­ta­men­te. Nei rac­con­ti della Man­sfield gli echi e le ri­per­cus­sio­ni sono quasi esplo­si­ve”. In se­gui­to, quan­do am­met­to mi­se­ra­men­te di non aver ter­mi­na­to la tri­lo­gia di Lewis Gras­sic Grib­bon, col suo clas­si­co A Scots Quair, lei esplo­de: “Il Canto del Tra­mon­to è l'es­se­re se­dot­ti, di una se­du­zio­ne ado­le­scen­zia­le, ricca, ma­lin­co­ni­ca, l'es­se­re ses­sual­men­te ed im­pe­tuo­sa­men­te pos­se­du­ti”.

La pas­sio­ne per la let­te­ra­tu­ra si ri­ve­la in Art­fu­l, re­dat­to nel 2012, un'i­ne­brian­te con­nu­bio tra sag­gio e in­ven­zio­ne scrit­to 'su due pie­di', come sug­ge­ri­sce Ali, per una serie di con­fe­ren­ze sulla Let­te­ra­tu­ra Com­pa­ra­ta te­nu­te al Saint Anne Col­le­ge. L'in­trec­cio, pre­sen­ta­to in prin­ci­pio come una sto­ria d'a­mo­re – o forse di fan­ta­smi? è un com­ples­so in­sie­me di ri­fe­ri­men­ti che vanno dalla let­te­ra­tu­ra alla fi­lo­so­fia, pas­san­do per la mu­si­ca tra­di­zio­na­le greca. “Tro­var­si a so­ste­ne­re una con­fe­ren­za di fron­te ad un pub­bli­co, ti da l'im­pres­sio­ne di ri­co­pri­re un ruolo au­to­ri­ta­rio” spie­ga Ali, che con­fes­sa di es­ser­si sen­ti­ta a di­sa­gio ve­sten­do i panni di tale au­to­ri­tà. “Pre­sen­ta­re una con­fe­ren­za at­tra­ver­so un ro­man­zo per­met­te di estra­niar­si dalla real­tà cir­co­stan­te. L'”Io”, per così dire, si smar­ri­sce. An­zi­tut­to per­ché enun­cia­re una di­squi­si­zio­ne ser­ven­do­si della fin­zio­ne let­te­ra­ria in­ne­sca negli spet­ta­to­ri un'in­te­res­san­te tipo di di­so­rien­ta­men­to”. Sor­ri­de som­mes­sa­men­te. “Il primo pub­bli­co ri­ma­se di stuc­co, non si aspet­ta­va­no che avrei letto loro un ro­man­zo. Quan­do tor­nai per la se­con­da con­fe­ren­za sa­pe­vo di po­ter­mi con­ce­de­re qual­sia­si cosa aves­si de­si­de­ra­to, erano tutti as­sor­ti, “Oh, bene al­lo­ra”, sta­va­no mo­di­fi­can­do i pro­pri pa­ra­me­tri”.

Si trat­tò di una tra­sfor­ma­zio­ne e di una evo­lu­zio­ne pro­gres­si­va, ogni volta il pub­bli­co rea­gi­va di­ver­sa­men­te. Que­sto ebbe qual­co­sa a che fare col mio scri­ve­re così ve­lo­ce­men­te. 'Fu così' pren­de un re­spi­ro ' li­be­ra­to­rio – per que­sto lo fa­ce­vo -mi sono sen­ti­ta le­git­ti­ma­ta a farlo. C'era un tale le­ga­me tra me ed il pub­bli­co da ren­de­re tutto pos­si­bi­le. Non ero vin­co­la­ta a me, po­te­vo es­se­re qual­sia­si cosa. E loro non do­ve­va­no aver nes­sun ruolo spe­ci­fi­co, po­te­va­no as­si­ste­re e di­ven­ta­re qual­sia­si cosa vo­les­se­ro. Ha am­plia­to i no­stri spazi. Que­sto modo di in­con­trar­si, di apri­re uno spa­zio li­be­ra­to­rio, si ri­pro­po­ne nei ro­man­zi della Smith; ina­spet­ta­ti ( e spes­so in­de­si­de­ra­ti) ospi­ti po­po­la­no i rac­con­ti, sep­pu­re con ca­rat­te­ri­sti­che dif­fe­ren­ti. “Non è un pro­ces­so ra­zio­na­le” spe­ci­fi­ca Ali, “ma credo venga in­fluen­za­to dal dove la scrit­tu­ra è di­ret­ta” si in­ter­rom­pe e ac­cen­na un'oc­chia­ta verso la sua tazza di caffè quasi vuota “o da dove è sca­tu­ri­ta”. “Ad in­flui­re su que­sto è stato di si­cu­ro l'es­se­re nata in un luogo iso­la­to, la Sco­zia: ai mar­gi­ni di un paese più vasto ed in una certa mi­su­ra ai mar­gi­ni della sua stes­sa sto­ria”. Con­ti­nua ada­gio. “Ed è dai con­fi­ni che quel­la voce ha ere­di­ta­to la sua es­sen­za in­cal­zan­te, at­traen­te, in­ti­ma. In Art­ful c'era un in­te­ro ca­pi­to­lo sui “con­fi­ni” e men­tre mi de­di­ca­vo al­l'os­ses­si­va ste­su­ra di quel­la con­fe­ren­za, ho rea­liz­za­to che il con­fi­ne, fu­sio­ne di tutte le cose, è il luogo più crea­ti­vo e sti­mo­lan­te. Non si trat­ta di un li­mi­te, è anzi un luogo di scam­bio, ce­ri­mo­nio­sa­men­te, ri­tual­men­te si­gni­fi­ca­ti­vo per noi, in­te­si come spe­cie, dove anche l'i­ne­spri­mi­bi­le trova la sua espres­sio­ne. La po­ten­za del­l'ar­te con­si­ste nel rag­giun­gi­men­to di quei luo­ghi di con­giun­zio­ne tra la fol­lia e l'as­so­lu­ta sa­ni­tà”, si in­ter­rom­pe per tro­va­re le pa­ro­le giu­ste, “ delle no­stre in­ti­me di­scor­dan­ze, sulle quali la­vo­ria­mo di gior­no in gior­no. Que­sta forza este­rio­re, che ar­ri­va e di­strug­ge - non è nien­t'al­tro che l'ar­te. Come po­trei non scri­ver­ci su?” Forse è que­sto senso del con­fi­ne che con­du­ce la let­te­ra­tu­ra e lo scrit­to­re ad una de­li­be­ra­ta at­ti­tu­di­ne a ri­fiu­ta­re l'im­po­si­zio­ne e la cen­su­ra. “Crede che ci sia qual­co­sa che la let­te­ra­tu­ra do­vreb­be fare?”le chie­do. “Qual­sia­si cosa”, af­fer­ma,”La scrit­tu­ra può tutto”. Mi serve un'al­tra tazza di caffè e mi ri­vol­ge un sor­ri­so de­li­ca­to. “Nien­t'al­tro?” Fi­nia­mo i no­stri caffè e ci in­ter­ro­ghia­mo sulle ori­gi­ni delle pa­ro­le, chie­den­do­ci quand'è che “ca­sti­go” e “pe­ni­ten­za” hanno smes­so di avere lo stes­so si­gni­fi­ca­to. La­scio la casa e vo­glio im­pa­ra­re il la­ti­no, ri­co­no­sce­re far­fal­le e ri­pren­de­re la let­tu­ra di Lewis Gras­sic Gib­bon da dove l'a­ve­vo in­ter­rot­ta. By • Annie Ru­ther­ford Trans­la­tor: Mar­ti­na Cor­rea­ni