Ali Smith: "La scrittura può tutto"

Articolo pubblicato il 07 marzo 2014
Articolo pubblicato il 07 marzo 2014

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Quan­do si leg­ge­ un ro­man­zo di Ali Smith, viene voglia di con­sul­ta­re mille altri au­to­ri e ascol­ta­re cen­ti­na­ia di grup­pi mu­si­ca­li. Per­ché? In­ter­vi­sta con una scrit­tri­ce che la­vo­ra al li­mi­te e che non co­no­sce pre­con­cet­ti.

En­tra­re in casa della due volte no­mi­na­ta al Boo­ker Prize è un po’ come en­tra­re in una delle sue sto­rie. Una guida sulle varie spe­cie di far­fal­le pog­gia aper­ta sul ta­vo­lo, in­sie­me a due pic­co­le scul­tu­re. Mi trat­ten­go dallo stu­dia­re at­ten­ta­men­te gli scaf­fa­li pieni di film lungo le pa­re­ti e vengo tra­vol­ta dalla pas­sio­ne ge­ne­ro­sa e ge­nui­na di Ali, nei con­fron­ti degli altri scrit­to­ri. Quan­do la con­ver­sa­zio­ne sci­vo­la sui rac­con­ti brevi della scrit­tri­ce Ka­the­ri­ne Man­sfield, Alì si espri­me così: “Era una scrit­tri­ce ca­pa­ce di ri­ma­ne­re in su­per­fi­cie e allo stes­so tempo sco­va­re de­ci­ne di si­gni­fi­ca­ti pro­fon­di sotto di essa, senza però mai farle ve­ni­re a galla del tutto. Leg­ge­re una sto­ria di Man­sfield è un’e­spe­rien­za tri­di­men­sio­na­le. Nelle sue sto­rie le ri­per­cus­sio­ni e le ri­so­nan­ze sono a dir poco esplo­si­ve”. Più avan­ti, quan­do am­met­to me­sta­men­te di non es­se­re riu­sci­ta a fi­ni­re la tri­lo­gia clas­si­ca di Lewis Gras­sic Grib­bon, A Scots Quair, am­met­te che la let­tu­ra de il Canto del tra­mon­to « pre­sup­po­ne l’ab­ban­do­no a una se­du­zio­ne di tipo ado­le­scen­zia­le, gui­da­ta dal testo, ricca ed ele­gia­ca. Bi­sgonz farsi pos­se­de­re in ma­nie­ra ses­sua­le e for­za­ta”.

Art­ful

La sua pas­sio­ne per la let­te­ra­tu­ra è emer­sa com­ple­ta­men­te con il suo Art­ful del 2012 (ine­di­to in Ita­lia, ndt.): un’im­pe­tuo­sa dose di nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca scrit­ta con ori­gi­na­li­tà e “in fret­ta e furia”, per de­di­car­si anche a delle con­fe­ren­ze sulla Let­te­ra­tu­ra Com­pa­ra­ta pres­so il Saint An­ne’s Col­le­ge di Ox­ford. La nar­ra­ti­va, che al prin­ci­pio si pre­sen­ta come sto­ria d’a­mo­re – o di fan­ta­smi? –, si con­fon­de più volte con ap­pun­ti esu­be­ran­ti e giu­li­vi sulla let­te­ra­tu­ra e fi­lo­so­fia greca. “Quan­do fai una le­zio­ne è come se aves­si un qual­che tipo di au­to­ri­tà”, spie­ga Ali – lei am­met­te di non sen­tir­si per nulla a suo agio in que­sto ruolo. “Par­ti­re per la tan­gen­te nar­ran­do una sto­ria ti per­met­te di met­te­re in se­con­do piano la tua pre­sen­za di fron­te al pub­bli­co. L’ “io” viene, per così dire, messo in di­scus­sio­ne. Si trat­ta di una fin­zio­ne una al­l’in­ter­no di una le­zio­ne il che, al­l’i­ni­zio crea un certo di­sor­di­ne” Ri­dac­chia. La prima volta che ha ten­ta­to que­sta stra­te­gia, “il pub­bli­co ne è ri­ma­sto sor­pre­so –  rac­con­ta Ali, prima di con­ti­nua­re, – ma già dalla se­con­da volta mi sono sen­ti­ta li­be­ra di spe­ri­men­ta­re. Sen­ti­vo l’ap­pro­va­zio­ne del pub­bli­co che aveva cam­bia­to i pro­pri pa­ra­me­tri di com­pren­sio­ne. Si era in­stau­ra­ta una re­la­zio­ne tra me e il pub­bli­co che sot­tin­ten­de­va che tutto era pos­si­bi­le".

Credo che qual­co­sa di quel pro­ces­so abbia avuto un’in­fluen­za­to l’o­pe­ra che stavo scri­ven­do nel frat­tem­po. Que­sto senso di in­con­tro, di aper­tu­ra di uno spa­zio li­be­ra­to­rio, è un filo con­dut­to­re della nar­ra­ti­va di Smith: vi­si­ta­to­ri ina­spet­ta­ti (e spes­so in­de­si­de­ra­ti) sono un tema ri­pe­tu­to sep­pur sem­pre di­ver­so nei suoi libri. “Non è una scel­ta co­scien­te”, pre­ci­sa Ali, prima di la­sciar ca­de­re il suo sguar­do sulla sua tazza di caffè mezza vuota.

Oltre il li­mi­te

"È stata dav­ve­ro una gran­de for­tu­na es­se­re nati in Sco­zia, un luogo dove si ha la sen­sa­zio­ne di ri­tro­var­si al mar­gi­ne, se­pa­ra­ti da un paese molto più gran­de come l’In­ghil­ter­ra. In un certo senso ci si sente per­si­no ai mar­gi­ni della sto­ria”, af­fer­ma Ali, che ora parla più len­ta­men­te: “In Art­ful ho de­di­ca­to un in­te­ro ca­pi­to­lo al  con­cet­to di “li­mi­te».  Lo spa­zio più crea­ti­vo, più ec­ci­tan­te, è quel­lo  ‘li­mi­na­re’; quel luogo dove entra in con­tat­to tutto ciò che non do­vreb­be mai in­con­trar­si. Uno spa­zio di tran­si­to ri­tual­men­te in­te­res­san­te per noi umani in quan­to spe­cie e dove l’in­di­ci­bi­le può es­se­re pro­fes­sa­to.  Ha a che fare con la forza del­l’ar­te: an­da­re nel luogo che con­tie­ne tutto, dalla fol­lia alla sa­ni­tà più in­ten­sa”. Ali pren­de una pausa per cer­ca­re le pa­ro­le giu­ste: “Tutti i no­stri op­po­sti, le no­stre con­trad­di­zio­ni in­te­rio­ri sulle quali la­vo­ria­mo ogni gior­no. Quel­la forza ester­na che ar­ri­va e di­strug­ge tutto: tutto que­sto è l’ar­te. Come po­te­vo non scri­ve­re nien­te a ri­guar­do?”.

Forse è pro­prio que­sto senso del li­mi­na­re che porta la scrit­tri­ce ad avere un’at­ti­tu­di­ne così aper­ta nei con­fron­ti della let­te­ra­tu­ra, a ri­fiu­ta­re i pre­con­cet­ti. C’è una cosa in par­ti­co­la­re che la let­te­ra­tu­ra do­vreb­be fare? “Tutto”, dice sem­pli­ce­men­te: “La scrit­tu­ra do­vreb­be fare tutto”.

Mi versa altro caffè e ac­cen­na un sor­ri­so. Poi mi chie­de: “Così può ba­sta­re?”. Con­ti­nuia­mo  a par­la­re delle ra­di­ci e dei si­gni­fi­ca­ti delle pa­ro­le. Esco da casa sua con la vo­glia di im­pa­ra­re il la­ti­no, di co­no­sce­re tutte le spe­cie di far­fal­le e di tor­na­re a leg­ge­re Lewis Gras­sic Gib­bon.