Alfredo Meschi: 40.000 X vegane per la liberazione animale

Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017
Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017

Alfredo Meschi è un uomo che ha deciso di combattere per la liberazione animale col suo stesso corpo, e di farlo in maniera completa e totalizzante. Dopo aver abbandonato la sua precedente vita “ordinaria”, ha deciso che il miglior modo per far parlare della questione fosse tatuare completamente il suo corpo. Vedere per credere.

«Perché ho quarantamila tatuaggi vegani addosso? Perché questo è il numero di persone non umane massacrate nel mondo ogni secondo, solo per soddisfare il nostro palato».

Sono queste le parole con cui Alfredo Meschi spiega la sua presa di posizione. Semplice, cristallino, lineare. Nato a Livorno, classe 1968, circa trent'anni fa lavorava nel campo dell'information technology, nel settore delle grandi stampanti laser, in collaborazione con grandi marchi come IBM e Siemens. Ma è stato l’ultimo impiego di questo tipo. Dopo, infatti, qualsiasi suo impegno lavorativo ha sempre avuto una vocazione sociale. Oggi oltre ad essere un insegnante di teatro ed uno scrittore di libri su tematiche antispeciste, Meschi è un artista. Ma il cuore del suo impegno consiste nel suo essere un attivista vegano, vicino alla lotta per la liberazione animale. Una causa questa per cui ha scelto di dedicare se stesso, il suo corpo e la sua persona nella totalità, con un gesto definitivo, artistico, ma anche estremamente intenso: tatuarsi sul corpo 40.000 croci nere. Avvicinatosi al mondo del vegetarianesimo prima, e nel 2014 a quello del veganesimo, fa nascere la propria passione per gli animali e la natura proprio da un ambiente totalmente opposto a quello del suo credo: quello della caccia. Suo padre, un cacciatore, era infatti solito portarlo con sé quando era bambino durante i suoi viaggi e le sue battute in Africa. Ed è da lì che nasce la sua adesione alla teoria antispecista (che afferma che l’uomo non ha alcun diritto in più di qualsiasi altro animale), ed il rifiuto per qualsiasi tipo di violenza verso gli animali.

«Viviamo in una società che ci porta a incessanti momenti di amnesia. È come se la corrente che alimenta la nostra consapevolezza dell'ingiustizia, della compassione e dell’empatia, fosse una corrente alternata. All’inizio del mio impegno cercavo quindi un modo per resistere a queste amnesie socialmente indotte, un modo che in ogni secondo della giornata mi riportasse all'urgenza della lotta. Ogni singolo secondo. Ed ogni secondo sono non meno di 40.000 le persone non umane uccise solo per soddisfare il nostro palato. Ho voluto fermare, o forse mantenere sempre pulsante sulla mia pelle, questo secondo, questo numero, questa consapevolezza. La X è stata scelta perché neutro e anonimo "segno di spunta", un simbolo che usiamo quando abbiamo finito di fare una cosa, di contare una cosa, di uccidere una "cosa"».

Metterci tutto se stesso. Dalla testa ai piedi.

La sua scelta è divenuta un progetto e un impegno quotidiano. È trascorso ormai già un po’ di tempo da quando Alfredo ha deciso di impiegare buona parte della sua vita viaggiando, per espandere e far conoscere il più possibile il "Progetto X". Un modo questo utile anche a incontrare il maggior numero di persone possibili, per tentare di sensibilizzare altri esseri umani alla sua causa. Ma attenzione: sensibilizzare non vuol dire convincere qualcuno a seguire il suo gesto, e Meschi ci tiene a sottolinearlo. L’opera progettuale in questione si basa su una mostra, intitolata "Misoteria", durante la quale è possibile osservare alcuni scatti che ritraggono l’artista e attivista nudo o seminudo in ambienti sempre differenti, dove egli mette in mostra se stesso. I suoi tatuaggi, le 40.000 X, sono stati eseguiti con degli inchiostri vegani per distanziarsi dall’utilizzo di sostanze testate sugli animali. La sostenibilità del Progetto X si basa interamente sulla cosiddetta "gift economy".

«Per ogni persona umana che incontro e che guarda la mia lacrima fatta di X tatuate, il mio collo o le mie mani se siamo in inverno, o l'intera mia pelle in estate, diventa come un'opportunità. È l’opportunità di instaurare un contatto, di avviare una conversazione, di trasmettere l'urgenza di questa causa. La risata o la battutaccia ci può stare naturalmente, ma sono davvero poca cosa rispetto all'interesse e alla genuina attenzione che suscitano i miei 40.000 tatuaggi» spiega Meschi.

«Da molti anni esploro il potenziale dei linguaggi non verbali, principalmente attraverso la compagnia teatrale veneziana Teatro Immagine. Rispetto alla questione animale ho sentito la necessità di utilizzare la prima forma di comunicazione non verbale e di scambio con l'altro che abbiamo, la pelle. Il tatuaggio mi è sembrato il mezzo ideale per far passare il mio messaggio, da un punto di vista artistico e comunicativo».

Quello che è innegabile è il fatto che l’enorme quantità di studi, marchi e artisti del mondo dei tatuaggi si sia espansa talmente tanto da aver distorto il concetto di quella che una volta era un'arte, una pratica storica, facendola divenire una semplice moda per tutti coloro che ne usufruiscono come clienti, o un facile business per chi invece ne ha fatto un lavoro. Riempire completamente il proprio corpo con questi tratti di inchiostro è di certo una scelta che appare quantomeno bizzarra agli occhi di molti, ma d’altro canto è innegabile l’impegno che essa implica, insieme con il rispetto che suscita in chi la osserva dall’esterno, conoscendone la storia. Quello che colpisce tuttavia è l’unicità del simbolo ripetuto, che crea una stordente compattezza di immagine, un colpo d’occhio per chiunque. Tutte quelle X che oggi coprono ogni lembo di pelle di Alfredo Meschi danno vita ad un linguaggio, funzionale alla lotta per una causa per cui egli sostiene di voler combattere con ogni mezzo.

La banalizzazione del significato

«Sono sempre più diffusi sul web gli articoli di tatuatori e tatuatrici disperati per la banalizzazione della loro arte» spiega Meschi. «Un "inconveniente" legato alla crescita esponenziale delle persone tatuate nel corso degli anni. Ma sono sempre di più le persone, le gallerie, i musei, i critici d'arte che considerano il tatuaggio come uno dei principali movimenti artistici contemporanei. Personalmente credo che oltre all'aspetto artistico ci debba essere anche quello legato alla possibilità di veicolare messaggi sociali e politici importanti. Sono sicuro che questo aspetto emergerà potentemente nei prossimi anni». La sua scelta artistica d’altronde combacia perfettamente con la sua presa di posizione interiore. Un motivo morale, un atto di coscienza immerso ormai in una sensibilizzazione di massa poco compresa, se non per moda. Una conferma del fatto che vegetarianesimo e veganesimo non nascono come delle semplici diete alimentari, e combattere con la propria vita per questa causa appare essere senza dubbio il risultato di una scelta caparbia, e molto ragionata. È d’altro canto difficile non vedere la tendenza intrapresa da questo tipo di mercato alimentare, più spinta verso la commercializzazione del fenomeno che verso il suo significato originario.

«Accanto alla banalizzazione del messaggio del veganesimo, scelta etica dovuta al boom del veganesimo come motivo commerciale e al "vegan washing", la svolta vegana di aziende e multinazionali, assistiamo all'emergere della dimensione politica della liberazione animale. La gente, quando mi vede o vede le mie fotografie, reagisce con grande entusiasmo o con feroci critiche. Ma la reazione più interessante è, semplicemente, l'attenzione. L'avvicinarsi per informarsi, il chiedere un contatto sui social, queste sono per me tutte preziose opportunità per avviare un percorso di presa di coscienza. Io sono un attivista antispecista, e mi impegno 24 ore su 24, 7 giorni su 7, affinché questo aspetto diventi sempre più forte».

Il ché non significa necessariamente condividere un’idea, ma sapere che essa esiste ed è forte, intensa, importante. Vedere per credere.

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Voglio Vivere Così è una raccolta di 8 storie che raccontano di stili di vita distanti, unici, diversi, uno sguardo su un mondo vicino che non potrebbe essere più distante. 8 storie, per 8 settimane, selezionate dalla redazione di Cafébabel. What else?