Aleppo è la Guernica del XXI° secolo

Articolo pubblicato il 04 ottobre 2016
Articolo pubblicato il 04 ottobre 2016

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Il ministro francese degli Esteri, Jean-Marc Ayrault, parla della crisi siriana alla Scuola di Affari internazionali di Parigi. Aleppo è la Guernica del XXI° secolo.

"La Siria è una nazione martire. La città di Aleppo è diventata il simbolo di questa crisi che non smette di produrre i suoi effetti catastrofici, io per questo la chiamo la Guernica del XXI° secolo.

Quanto al popolo siriano, che opzioni gli restano? La fuga. È ciò a cui i paesi vicini e l'Europa assistono da cinque anni, con quasi la metà della popolazione gettata oggigiorno sulle strade dell'esilio o sfollata.

La morte. E i morti si contano a centinaia di migliaia in questo conflitto che si può paragonare, sulla scala di questo popolo, alla guerra più sanguinosa dell'ultimo secolo.

La radicalizzazione. È ciò che si sviluppa purtroppo in certi gruppi ribelli che, di fonte alla violenza sistematica di Assad, sono portati ad affiancarsi ai terroristi. Questo è un circolo vizioso nutrito dal sostegno consapevole di Damas, al fine di schiacciare la Siria tra due barbarie: quella del regime e quella del terrorismo.

Né il regime di Assad, né Daesh, né al-Nosra (la filiare siriana di Al-Qaida) si fanno alcuno scrupolo ad essere parte di questo barbaro meccanismo di eliminazione di una popolazione che pensa diversamente, che prega diversamente, o che infastidisce semplicemente trovandosi nel posto sbagliato. È l'orrendo spettacolo della peggiore delle crudeltà di cui l'uomo è capace. E si svolge lì, dall'altra parte del Mediterraneo.

Che cosa facciamo noi allora, dopo cinque anni di conflitto? Siamo stati deboli, collettivamente, bisogna avere l'ardire di riconoscerlo, e io lo faccio qui dinnanzi a voi. La pace sarebbe potuta arrivare se avessimo saputo creare - collettivamente, ripeto - una coalizione sufficientemente forte per colpire gli autori degli attacchi chimici della Ghouta, nell'estate 2013. All'epoca la Francia avrebbe ben voluto. Ma alcuni pensavano che questo conflitto era ben troppo lontano e non sufficientemente legato agli interessi ritenuti vitali. Gli Stati Uniti hanno esitato. La Gran Bretagna ha rinunciato. Da allora assistiamo alle conseguenze di questi dubbi. La guerra in Siria ha generato un flusso massivo di rifugiati, che sono diventati un nostro diretto problema. Ha favorito l'emergere di un focolare di terrorismo internazionale senza precedenti, che serve da retrobase o da fonte di ispirazione per attentati ovunque nel mondo.

Oggi questa guerra in Siria serve alla Russia per affermarsi come potenza, per mostrare la sua capacità a tenere testa ad una coalizione che non è affatto indirizzata contro di essa. Dunque la Russia, sostenendo e incoraggiando Assad, non solo si prende il rischio di essere complice di crimini di guerra, ma contribuisce anche ad un impresa che destabilizza il Medio-Oriente, la Turchia, l'Europa e che potrebbe finire per raggiungere anche lei.

A quelli che, fin qui a Parigi, ci dicono da molti mesi che basterebbe mettersi dietro Mosca per risolvere i prolemi siriani, rispondo: vi sbagliate! Guardate il risultato degli sforzi di John Kerry, che ha tentato, instancabilmente e sinceramente, di negoziare una tregua con Sergei Lavrov, in cambio di una cooperazione nella lotta contro Jabhat al-Nosra. Questa tregua non ha tenuto che per qualche giorno, dopodiché il regime siriano ha ripreso la sua marcia verso Aleppo, con l'approvazione e il sostegno della Russia e dell'Iran.

Bisogna quindi avere il coraggio della lucidità, riconoscendo che il mondo si trova, in Siria, a fare faccia ad una delle peggiori situazioni che abbia visto dalla fine della Seconda guerra mondiale. È pertanto davvero necessario rassegnarsi o rinchiudersi - e lascerare Mosca a rinchiudersi - in un nuovo confronto in cui i margini degli imperi siano sacrificati alla volontà di potenza dei più grandi?

La Siria non può più aspettare. Noi non dobbiamo più aspettare. Bisogna che questi combattimenti finiscano, anzitutto ad Aleppo. È ciò che ci sforziamo ora di ottenere dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che si sta riuniendo in questo momento. La settimana scorsa ho proposto, a New York, un meccanismo di controllo per assicurare un seguito collettivo al cessate-il-fuoco, al solo scopo di creare la fiducia che scarseggia così crudelmente. Bisogna che gli aiuti umanitari pervengano alle popolazioni, a volte non approvvigionate per mesi. Bisogna in seguito che riprenda un processo politico affinché la Siria possa darsi le occasioni di un avvenire di pace. Questo avvenire è possibile. Ed è necessario, se vogliamo che la comunità internazionale concentri finalmente tutte le sue forze nella lotta contro il terrorismo.

Con la Siria, il mondo si trova in un momento di verità. L'equilibrio delle potenze mondiali e il futuro del nostro sistema internazionale sono messi in gioco."