Alain Keler e Didier Lefèvre, fotografi della terra

Articolo pubblicato il 16 maggio 2005
Articolo pubblicato il 16 maggio 2005

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Autori di un reportage fotografico sull’agricoltura dei Paesi membri dell’Unione dal 1° maggio 2004.

A tamburo battente. È così che inizia l’intervista. Ma non come io la pensavo: è Alain Keler –fotoreporter francese– a porre a me la domanda fatidica: “allora, la Costituzione si fa o no?”. I camerieri del Café Hugo, dei gentili parigini del Marais, si voltano non appena si lancia in una vulcanica arringa sul Trattato costituzionale, nella quale ne ha per tutti. Ivi compresi i dieci nuovi paesi membri dell’Ue. È perché Keler sa di cosa parla. Lui e il suo collega Didier Lefèvre -seduto di fronte a me- hanno realizzato nel 2003 un documentario fotografico sui giovani agricoltori dei dieci paesi all’epoca candidati a entrare nell’Ue.

In presenza di un gruppo di otto fotografi, l’associazione “Les Yeux de la Terre” (gli occhi della Terra ndr) è emersa silenziosamente. “All’inizio volevamo solo riunirci tra amici su un tema simpatico. L’idea dell’agricoltura è emersa alla fine di un pranzo abbondante e gustoso” – racconta Didier Lefèvre – “dopo aver lavorato un po’ in Francia, uno di noi si è ricordato delle prossime scadenze europee. Quindi abbiamo creato il progetto “Gente della Terra – La Nuova Europa” a proposito dell’agricoltura dei paesi candidati all’allargamento Ue 2004, un po’ perché ci sembrava un soggetto interessante ma anche per raccogliere dei finanziamenti”. L’idea era di testimoniare –prima e dopo l’allargamento – sulla situazione degli agricoltori di questi paesi. Il sito internet dell’associazione “Les Yeux de la Terre” non lascia dubbi a proposito: esso proporrà un reportage fotografico dal 2003 al 2013.

Pepa il ceco e la giacca di flanella

Didier Lefèvre ha scelto di andare, tra l’altro, in Repubblica Ceca. Che cosa riferisce dei suoi tre viaggi a Sasov (150 km a sud di Praga)? “Prima dell’allargamento, Pepa – il mio contatto ceco – era moderatamente entusiasta riguardo all’Ue. Oggi non ha cambiato idea. Mi ha mostrato una montagna di scartoffie che ha compilato, ma finora tutto ciò che ha potuto comprare con le sovvenzioni Ue è una giacca di flanella per l’inverno. Quindi lui ha investito molto per mettere tutti i suoi allevamenti in ordine secondo le regole biologiche di Bruxelles. Allo stesso tempo, vede Carrefour e Renault costruire fabbriche enormi, perché la mano d’opera è a buon mercato in Repubblica Ceca. E il Carrefour rifiuta di comprare la sua carne bio a tariffe ragionevoli… Pepa non è abituato alla libera concorrenza, alle leggi del mercato”.

Mietitura polacca

Dopo aver inveito contro il cameriere che ha difficoltà a portargli il cappuccino dei suoi sogni (“vorrei un caffè normale con una tazza di latte schiumoso a parte, non è complicato!”), Alain Keler mi racconta della sua esperienza polacca: “non ho potuto fare quello che volevo. Ero ospitato a Tatras da una famiglia di quattro persone. L’agricoltura era soprattutto un’attività di contorno in questa azienda, loro vivevano anche di altre cose. Sono arrivato in tempo di mietitura, quindi sono riuscito comunque a fare delle foto simpatiche, ma non so se ci ritornerei. In inverno, è più difficile: l’attività agricola è praticamente assente. In più, la maggior parte dei viaggi li abbiamo fatti a nostre spese, e questo frena un po’ la dinamica del progetto”. Vedendo la mia aria stupita, mi spiegano che la coordinatrice del gruppo e presidente dell’associazione, Catherine Baduel, non è riuscita a strappare nessuna sovvenzione sufficiente per il loro lavoro, malgrado pressioni feroci. Effettivamente, pagare otto fotografi professionisti, su un progetto di 10 anni, presuppone una bella somma di denaro. “circa trecentomila euro annui, per dieci anni”, stima Didier lefèvre, tra logistica e stipendi. Ciononostante, il progetto s’iscrive completamente in un’ottica europea, “e l’agricoltura rappresenta una grossa parte del budget Ue (circa il 45% del budget totale dell’Europa ndr), merita in pieno che ci si interessi a essa”, aggiunge Alain Keler. “siamo rimasti ancora più sconvolti quando Catherine Baduel è riuscita a ottenere dei finanziamenti per un progetto di cui sempre lei si occupava, sui diritti delle donne. L’ipotesi più probabile per noi, era che l’argomento agricolo poteva essere di disturbo a qualcuno”. Effettivamente, non è simpatico mostrare il quotidiano delle popolazioni a cui si prelevano delle materie prime a buon mercato e ancora naturali (mano d’opera e mancanza d’inquinamento), che le aziende francesi esportano e rivendono con un grande valore aggiunto. Ma il costo del progetto ha anche di che spaventarsi.

Terre scottanti

I membri della squadra, un po’ dispersi, sono passati ad altro, anche se l’avventura di “Gente della Terra” resta in testa a tutti. Dopo una breve pausa Alain Keler che apostrofa il suo collega: “perché non riprendi il lavoro che avevi cominciato in Francia, quello sul reinserimento dalla terra?”. Didier Lefèvre precisa: “è un lavoro che ho svolto in Francia, tra Vannes e la regione di Parigi, sugli orti sociali. Era evidentemente un progetto europeo, improvvisamente ho lasciato perdere tutti i miei contatti, è difficile riprendere le fila adesso”. Ed è quasi con un tono di rimprovero che il suo amico si complimenta: “era comunque molto bello e semplice”. Alain Keler, da parte sua, ha provato a riavvicinare il suo lavoro al tema dell’allargamento: “un’agenzia di produzione mi ha proposto di partecipare a un film sulla vita di un piccolo villaggio polacco. Ma la televisione franco-tedesca Arte ha rifiutato il progetto”. Nessuno di loro, ciononostante, è carente di idee. Didier Lefèvre è sotto i riflettori: è lo sceneggiatore e il protagonista di un fumetto edito in Francia: “il Fotografo”, in tre volumi di cui l’ultimo deve ancora uscire. Vi è raccontato dei suoi ricordi dell’Afghanistan nel 1986, quando era fotografo per Medici Senza Frontieree. Alain Keler, ottenuta nel 2004 una borsa, prosegue il suo lavoro intitolato “Il paese della terra che brucia”, tra Israele e la Palestina.

I due fotografi mi salutano e se ne vanno, immersi nella loro conversazione. Il cappuccino, clessidra dell’intervista, è terminato.