Aiuti col freno a mano

Articolo pubblicato il 18 ottobre 2004
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Articolo pubblicato il 18 ottobre 2004

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La politica europea per lo sviluppo attraversa tempi difficili. Lacerata dalle divisioni interne, rischia di compromettere gli obiettivi a carattere umanitario dell’Unione. Analisi.

Il paziente è grave, anzi in pericolo di vita. Ma sul tipo di misure da prendere regna una discordia che autorizza più di un dubbio circa la competenza di certi dottori.

Obiettivo 2015, do you remember?

Dalla Conferenza Onu di Rio del ’92 la comunità mondiale si è mostrata concorde nel sostenere che la Terra non se la passa bene, e che soltanto sforzi comuni potranno mitigare i più seri problemi sociali ed ecologici del pianeta. Nel 2000, in occasione del vertice di fine millennio delle Nazioni Unite, la sessione plenaria ha parlato di obiettivi per lo sviluppo globale tra cui spicca per notorietà il dimezzamento della soglia di estrema povertà entro il 2015. Non è che sia accaduto granchè da allora.

Parole pesanti

“La lotta alla povertà è un punto centrale della collaborazione Ue in tema di sviluppo” ebbe a dichiarare il Commissario agli Aiuti umanitari Poul Nielson il 26 febbraio 2002 davanti al Parlamento Europeo. In effetti però, dopo gli accordi in seno all’Ocse, la fetta degli aiuti Ue agli stati più poveri è scesa dal 70% nel ’90 al solo 41% nel 2000, trovandosi così ai minimi storici. Se dieci anni fa i paesi principali destinatari erano ancora Camerun, India o Etiopia, oggi al primo posto ci son paesi come Bosnia, Kosovo, Marocco ed Egitto. La stabilizzazione degli stati al confine con l’Unione Europea è nell’interesse comune: l’uso di questi strumenti di lotta alla povertà, tuttavia, non ha nulla a che fare con il budget destinato allo sviluppo, tanto più che il capitale impiegato non si tramuta in finanziamento agli investimenti. Le Ue si era già impegnata, nel corso del vertice sociale mondiale di Copenhagen del 1995, a destinare un quinto dei propri aiuti allo sviluppo ai servizi sociali di base. Nessuna azione concreta però è seguita alle parole: nel 2000 solo il 4% di quel budget è stato utilizzato e spacciato per aiuti alla formazione nel 2000, ed il 2% per servizi sanitari. E sugli obiettivi concordati già nel 1970 in ambito Onu, ad esempio impiegare lo 0,7% del reddito nazionale lordo in aiuti allo sviluppo, i paesi Ue sono ancora ben lontani vista la media dello 0,33%.

Velleità e cruda realtà

L’abisso tra le velleità mostrate e la realtà, oltre alla frequente mancanza di volontà politica, va ricondotto soprattutto all’incoerenza della politica Ue. Il budget destinato allo sviluppo è distribuito tra bilancio Ue per gli aiuti esterni (in cui è possibile trovare come strumento, ad esempio, la cooperazione con i paesi industriali) e il Fondo europeo di sviluppo (FES), l’esclusiva collaborazione nel quadro degli Accordi di Cotonù con gli stati di Africa, Caraibi e Pacifico. Questa frantumazione porta con sé punti d’ombra e contraddizioni, ed induce già da subito il Commissario designato agli Aiuti umanitari Louis Michel, ad ammettere innanzi al Parlamento Europeo che la situazione “non è ideale”. Le rivalità personali tra il Commissario designato alle Relazioni esterne Ferrero-Waldner e lo stesso Michel fanno crescere il timore che trovare uniformità di vedute circa le competenze risulterà più arduo del previsto. In secondo luogo, anche la politica commerciale dei commissari appare in controtendenza rispetto alla supposta riduzione della povertà: dal naufragio dei negoziati Wto di Cancun in poi, la Ue tenta di farsi avanti lottando per l’apertura dei mercati dei paesi in via di sviluppo su un piano bilaterale tramite dei “partenariati economici” aspramente criticati dalle organizzazioni non governative, perché d’impedimento agli aiuti. Le contraddizioni in seno alla stessa Ue, così come tra gli stati membri e la comunità internazionale, impediscono oggi un’efficace collaborazione in tema di aiuti e di riduzione della povertà.

Anche le prospettive per l’avvenire sono tutt’altro che rosee: l’allargamento minaccia infatti di accrescere oltremodo questa divisione europea. I nuovi paesi membri preferiscono di gran lunga fregiarsi individualmente dell’alloro di buon samaritano, anziché lasciar il compito a Bruxelles. Inoltre quell’organo autonomo qual era il consiglio dei ministri Ue per gli aiuti allo sviluppo è stato abolito nel 2002, a favore di un nuovo consiglio per le “questioni generali e per le relazioni esterne”, cosa che non semplificherà il coordinamento delle attività. L’agenda globale della lotta al terrorismo rende gli aiuti allo sviluppo – come già ai tempi della guerra fredda – un nuovo strumento di politica estera, finalizzato a punire gli stati canaglia ed a ricompensare gli esempi di buongoverno. Gli interessi economici e la dottrina del libero mercato minacciano di soffocare in modo crescente gli sforzi fatti per gli aiuti umanitari. Di questo, i paesi europei hanno per secoli approfittato con una sfrenata politica volta ad imporre i propri interessi sulle ricchezze mondiali. Per curare le ferite del pianeta, ancora prima di un qualsiasi trattamento terapeutico, si potrebbe dunque utilizzare la massima di Ippocrate: primo, “non arrecar danno e offesa”.