Aids, la nuova emergenza è combattere il silenzio

Articolo pubblicato il 01 dicembre 2009
Articolo pubblicato il 01 dicembre 2009
Quasi sette nuovi sieropositivi ogni 100 mila abitanti. Sono le cifre, relative al 2008, che il Ministero della Salute ha reso note durante la campagna italiana 2009 a favore del test per l'Aids.
Nei paesi più avanzati il rischio maggiore risiede proprio nella sottovalutazione del virus: in Italia si stima che un sieropositivo su quattro non sappia di esserlo, e diventi così inconsapevole veicolo di contagio. La giornata mondiale contro l'Aids è un'occasione in più per ricordare l'essenzialità della prevenzione nella lotta ad un virus che continua, silenziosamente, ad uccidere. 

Una campagna pubblicitaria censurata dal governo "Ci si unisce contro il terrorismo, bisognerebbe farlo contro l'Aids", dice una campagna censurata dal Governo americano. americano recita: «2863 persone sono morte nell’attentato contro le Torri gemelle. 40 milioni di individui infetti dal virus dell’Hiv sono morti nel mondo intero». La lotta contro l’Aids, forse vittima del suo proprio successo, sembra perdere forza in Europa occidentale. Ovunque si constata un aumento delle pratiche sessuali non protette. Tale tendenza è particolarmente evidente presso la popolazione omossessuale, nella quale risorgono massicciamente pratiche “bareback”, ovvero volontariamente non protette, fra partner che hanno lo stesso status sierologico o che semplicemente mostrano totale indifferenza al riguardo. Ma la recrudescenza delle pratiche sessuali non protette è in crescita anche fra gli eterosessuali: «Molti considerano avere dei buoni comportamenti e si credono quindi, a torto, al di sopra di ogni possibile rischio», ci confida il Dottor Lanzmann, che continua: «L’Hiv non è sensibile alle argomentazioni morali». E infatti, la fascia più colpita dal virus è quella delle donne eterosessuali al di sotto dei trent’anni.

Il mito del “cancro dei gay”

SIDACTION: nel mondo una persona muore di Aids ogni 10 secondi. Una delle principali cause di queste condotte a rischio è legata ad un fatto storico abbastanza semplice: le giovani generazioni non hanno assorbito la percezione della sessualità basata sulla paura del contagio e hanno spesso dovuto accettare i mezzi di contraccezione (il preservativo innanzitutto) come uno status quo. Al contrario, quelli che hanno avuto a che fare con i primi contagi, la scoperta del virus e, qualche anno dopo, i decessi di massa dei sieropositivi, si proteggono perché hanno preso completamente coscienza del pericolo al sono scampati. Ma queste due generazioni, separate da due o tre decenni, hanno solo raramente avuto la possibilità di scambiare opinioni sull’Aids. Dopo la sua comparsa negli Stati Uniti all’inizio degli anni Settanta, i ricercatori hanno avuto bisogno di un pò di tempo per capire che si trattava di un virus. Questa incertezza (si pensava allora che la malattia fosse legata all’inalazione del popper), associata al fatto che i primi ad esserne colpiti furono gli omosessuali, favorì la tesi del “cancro dei gay”. In molti ci vedevano un castigo divino, soprattutto nell’America tradizionalista alle prese con le prime lotte per il riconoscimento dei diritti civili, soprattutto degli omossessuali, dei quali Harvey Milk fù il precursore. Due comportamenti contraddittori presero allora piede: una parte della popolazione fù presa da una vera e propria psicosi verso questa malattia sconosciuta e reagì mettendo immediatamente fine ai comportamenti promiscui ed alle altre pratiche a rischio o, addiruttura, optarono per la totale astinenza: «Ero ancora vergine a quell’epoca», confessa Franjo (Croazia), «ma l’Aids ha ritardato di dieci anni la mia iniziazione alla vita sessuale». Dall’altro lato, invece, una parte della popolazione non cambiò minimamente le sue pratiche sessuali, rifiutando addirittura d’utilizzare il preservativo.

Più morti che le Torri Gemelle

Neglia anni Ottanta, varie campagne hanno cercato di proporre una via intermedia: «Si spiegava alle persone che non era pericoloso tenere la mano ad un sieropositivo», spiega Caspar (Danimarca), «ne di bere dal suo stesso bicchiere». Nel 1983, dei ricercatori francesi dell’Istituto Pasteur, sotto la direzione di Luc Montagner, scoprirono il retrovirus considerato l’agente scatenante dell’Aids e riuscirono a mettere a punto un test di diagnosi sierologica. Nonostante i progressi medici, i trattamenti avanzavano solo parzialmente (la triterapia) e intervenivano spesso troppo tardi. Moltissime persone morirono a metà degli anni Novanta: «Ho perso parte dei miei amici fra il 1995 e il 1996, tutti morti d’Aids», racconta Benoît (Belgio), «e tuttavia non erano omosessuali…». Léon viveva in Auvergne con due altri ragazzi: «Di noi tre, io sono l’unico ad essere sopravvissuto.

In quel periodo, nel nostro ambiente, si contava almeno un funerale a settimana». Oggi il rapporto con l’Aids è diventato ancora più complesso. Benché la malattia continui a mietere vittime, la triterapia ha aumentato la speranza di vita fino a 35 anni. «Sono sieropositivo dal 1986, mi sono curato e oggi il virus non si vede più», confida il bulgaro Vacliz, «ma il mio compagno è morto di Aids nel 1998». La grande avanzata delle cure consiste nell’aver fatto quasi completamente sparire le manifestazioni cliniche della malattia. L’Aids è diventato una pandemia invisibile ma il rispetto dei diritti dei sieropositivi resta una questione di centrale importanza. Una minoranza conserva tuttavia comportamenti negazionisti o addirittura apertamente criminali. Su Facebook, il gruppo «Io trasmetto l’AIDS ad almeno uno dei miei partner (ma la colpa è loro, non dovevano far altro che insistere sull’uso del preservativo)» raggruppa più di ottocento persone, suscitando l’indignazione e la collera degli altri internauti.

Tuttavia, i piccoli progressi medici danno l’impressione che la messa a punto di un vaccino terapeutico sia vicina, suscitando così l’entusiasmo della stampa (Alla fine arriva il vaccino per i malati d’Aids, in Le Parisien del 12 febbraio 2009). Ma gli effetti di questi annunci sono pericolosi poiché inducono ad un abbassamento della guardia: «Non morirai più d’Aids se farai la cura adeguata», sfotte il tedesco Marcus. Eppure l’Aids uccide ancora 5700 persone al giorno e la consegna del Premio Nobel ai ricercatori dell’Istituto Pasteur che lavorano sull’Hiv ne conferma tutta la sconcertante attualità.