Accelerazionismo: un futuro post-capitalista non è fantascienza

Articolo pubblicato il 18 marzo 2016
Articolo pubblicato il 18 marzo 2016

Immagina di essere ad una festa con un gruppo di persone sconosciute. Cominciate a parlare. All’inizio, ti chiedono come ti chiami, poi dove abiti. Quale sarà la prossima domanda? No, non ti chiederanno del tuo lavoro, a questa gente non interesserà. Invece, saranno molto curiosi dei tuo hobby. Dove si svolge questa scena? Forse in un futuro senza lavoro.

Per viaggiare da Parigi a Londra in Eurostar, ci vogliono circa tre ore. Nel 1930 l'economista inglese John Maynard Keynes profetizzò che ogni giorno i suoi nipoti avrebbero lavorato questa stessa quantità di tempo.

Secondo Nick Srnicek e Alex Williams, autori dell'#ACCELERATEMANIFESTO, sacrificare anche tre ore al giorno per guadagnare è troppo. Nella loro visione di un futuro post-capitalistico, il tempo dedicato al lavoro è ridotto a zero: la società dispone di un reddito di base universale, e il lavoro non è un aspetto determinante per i valori o l'identità dell'uomo. «Tanta gente sarebbe felice in un mondo dove non si deve lavorare o guadagnare soldi per sopravvivere,» sottolinea Nick.

Nick Srnicek e Alex Williams discutono del futuro post-capitalistico (in inglese). 

Ma quanti sono felici nella nostra realtà neoliberista? Pochi. Secondo alcune fonti l’1%, secondo altre lo 0,09%. E gli altri? Secondo gli accelerazionisti, costoro sono condannati dal neoliberismo. La narrazione contemporanea è dominata dal brusio delle catastrofi che incombono, prodotte dalle contraddizioni interne del capitalismo e dalle sue manifestazioni. La sovrapproduzione impone sforzi eccessivi al pianeta, il progressivo esaurimento delle risorse naturali e i cambiamenti climatici minacciano l’esistenza dell'uomo. In più, la crisi economica ha legittimato questo sfruttamento. I politici invece, bloccati nei loro schemi e privi di prospettive, sono incapaci di fronteggiare questa accelerazione distruttiva che non accenna a rallentare. 

Nick e Alex giocano il ruolo delle Cassandre. Nel manifesto accelerazionista, pubblicato nel 2013 come anteprima del loro libro Inventing the Future, scrivono: «Mentre la crisi prende forza e velocità, la politica perde forza e si ritira. In questa paralisi dell'immaginario politico, il futuro è stato annullato».

Il futuro è stato annullato?

Davvero? È difficile da immaginare in una città così dinamica e continuamente in movimento come Londra. In Tottenham Court Road vedo tanti cantieri ponteggi quanti sono gli edifici terminati. È solo gennaio, ma le vetrine dei negozi sono già piene di decorazioni per San Valentino. È solo mercoledì, ma la gente già parla del weekend. Londra assomiglia ad una grande baraonda dova le gente pensa continuamente a quello che verrà. E se non ci fossero le orde di ragazzi in t-shirt con la scritta YOLO, si potrebbe davvero pensare che in questa città sia il presente ad essere stato annullato, e non il futuro.

Quale rimedio a questa situazione propongono gli accelerazionisti? Le criticità intrinseche al capitalismo non sono una novità. Seguendo le orme di Karl Marx, altri teorici contemporanei hanno affrontato il problema, come Slavoj Žižek e Thomas Piketty. Già alcuni leader europei, ad esempio in Svizzera e in Finlandia, così come il polacco Ryszard Kalisz e Bernie Sanders negli Stati Uniti, hanno iniziato a parlare della possibile introduzione di un reddito universale. A quelli che hanno una certa familiarità con l'idea di un «comunismo di lusso completamente automatizzato», le prospettive del futuro accelerazionista ricorderanno certamente qualcosa.

Ma l’accelerazionismo va ben oltre la critica del capitalismo, l'automatizzazione del lavoro e l'utopia di un salario uguale per tutti. Gli accelerazionisti ambiscono a un cambiamento degli stili di vita, per «creare una società unita intorno a qualcosa di diverso dal lavoro».

Il re è morto. Trapiantiamo i suoi organi in un nuovo sovrano.

«Quindi, gli accelerazionisti vogliono annientare totalmente l'ordine attuale per installare un futuro post-capitalistico?» chiedo a Nick Srnicek, quando ci incontriamo in un piccolo caffè nel cuore del quartiere Fitzrovia. La sua risposta: non proprio.

«La realtà post-capitalista crescerà non sulle ceneri ma sui più grandi successi del capitalismo,» spiega Nick. «L’idea non è la distruzione o il rifiuto del vecchio sistema, ma il suo ri-orientamento».

In questo "ri-orientamento" è importante la superiorità della politica sull'economia. E gli accelerazionisti affidano questo compito alla sinistra. Pertanto non pensano alla sinistra contemporanea: arcaica e nostalgica, ancorata al localismo. Quella sinistra che ripropone solo i vecchi schemi politici, priva di una visione costruttiva per il futuro.

Il messia, che porterà l’umanità verso una realtà post-capitalistica sarà rappresentato da una nuova sinistra moderna ed egemonica, la quale sarà in grado prima di consolidarsi e creare una struttura globale, per poi utilizzare le tecnologie esistenti in modo che siano utili alle persone, e che non servano solo a generare un guadagno per i giganti come Microsoft, Apple e Google. Se questa ipotesi diventasse realtà, l’automatizzazione del lavoro controllata dal potere politico esonererebbe la popolazione da molte attività, e permetterebbe ai cittadini di non dover più lavorare per sopravvivere. «La sfida più importante [della sinistra] sta nell'imporre un progetto per il reddito universale di cittadinanza» spiega Nick, «altrimenti la destra continuerà a presentarla come un'idea libertaria».

Come diventare accelerazionista?

Dopo la parte teorica, è arrivato il momento della pratica. Mi sono decisa a diventare accelerazionista. Voglio provare il post-capitalismo e partecipare alla creazione di una realtà senza lavoro. Il problema è che non sono né Jeremy Corbyn né Pablo Iglesias, non ho alcuna influenza sulla sinistra moderna. Quindi, cosa posso fare come cittadina per sostenere l’accelerazionismo?

Se capitalismo è uguale a consumo, la soluzione logica mi sembra quella di gettarsi nel vortice dello shopping. Sarebbe una idea: arrivare con una limousine d’oro in Oxford Street (che ogni anno divora 5 milliardi di sterline), inghiottirmi due menu supersize al McDonald’s, innaffiati da un caffè a Starbucks, per poi arricchire il mio guardaroba da Primark e Topshop. Ripenso sul serio anche alla possibilità di accendermi una sigaretta con una banconota da venti sterline.

Non così veloce. Sembra che non abbia capito bene. «L’idea centrale dell’accelerazionismo non è accelerare grazie ad un consumo eccessivo ed alla produzione di montagne di rifiuti,» ride Nick. Chiunque voglia praticare l’accelerazionismo dovrebbe piuttosto cercare di cambiare lo status quo capitalista. «Si tratta di invertire l'identità consumista. Oggi puoi essere chi vuoi, finché generi ricchezza. L’accelerazionismo richiede anche di annullare questi limiti e restrizioni».

Ma per questo è necessario anche un altro cambiamento. «Dal mio punto di vista, l’accelerazionismo nella vita quotidiana potrebbe generare un vero odio per il lavoro remunerato. Ciò ricorderebbe alle persone quanto terribile è la necessità di guadagnare soldi, e li spingerebbe a riflettere sulle ragioni per cui passano così tanto tempo a lavorare, e sul perché sono così dipendenti da questa attività».

Quando iniziera il futuro?

Se non avessi preso l’Eurostar, da Parigi a Londra ci avrei messo poco più che 9 ore (Megabus, come resistere ai tuoi prezzi?). È la quantità di tempo che londinesi e parigini dedicano al lavoro, inclusi gli straordinari e gli spostamenti per andare a lavoro. In queste città le 3 ore di Keynes sono un'astrazione assoluta. La maggioranza dei colletti bianchi non sarebbe in grado di resistere senza guardare la propria casella di posta elettronica.

Quindi, quanto siamo ancora lontani dal futuro post-capitalistico? Ci troveremmo bene in un mondo senza lavoro? Ho chiesto a due londinesi, Viral e Yolanda, di dare la loro risposta di fronte alla mia telecamera.

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Questo articolo fa parte della serie di reportage EUtoo 2015, un progetto che cerca di raccontare la disillusione dei giovani europei, finanziato dalla Commissione europea.