A.A.A. Cercasi Consiglio di Sicurezza riformato

Articolo pubblicato il 13 settembre 2004
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Articolo pubblicato il 13 settembre 2004

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Tutti sono d’accordo: il Consiglio di Sicurezza va riformato. Ma come? E soprattutto: quale sarà il ruolo dell’Unione Europea?

Il dibattito sulla tanto necessaria riforma del Consiglio di Sicurezza è rimasto acceso per tanti anni, eppure l’unica riforma possibile è avvenuta nel lontano 1965, quando il Consiglio venne allargato da undici a quindici membri. Negli attuali quindici, vengono ricompresi i cinque paesi che detengono il potere di veto (Usa, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) e i dieci non permanenti (attualmente Cile, Germania, Pakistan, Filippine, Romania, Spagna, Algeria, Angola, Benin, Brasile) eletti per un periodo di due anni. Una ulteriore riforma deve risolvere i problemi relativi a rappresentanza, potere di veto e efficienza delle risoluzioni.

Secondo quanto dichiarato dal professor Chris Reus-Smith della Australian National University alla CNS News, “le grandi potenze “storiche” non rappresentano più i paesi più importanti”. Gli analisti sostengono che la nuova forma di partecipazione dovrebbe esser garantita sulla base di una bilanciata rappresentanza regionale, tenendo conto delle maggiori potenze economiche e militari, ed infine, ove possibile, rispecchiando l’equilibrio tra i paesi più progrediti e quelli in via di sviluppo. Gli Usa hanno proposto una rappresentanza “regionale” ponendo ad esempio il Brasile come membro permanente per l’America Latina, la Nigeria per l’Africa ecc.. Tutto ciò ha trovato risposte negative da vicini gelosi quali Argentina, Sudafrica, Egitto e un Pakistan poco incline a perder terreno rispetto all’India.

Un modello di riforma

Nel novembre 2003, Kofi Annan ha annunciato infine la creazione di un “High-Level Panel on Threats, Challenges and Change” per realizzare una valutazione completa sui principali organi delle Nazioni Unite. In agosto il Panel, comprendente sedici personalità di spicco provenienti da tutte le regioni, ha reso nota la proposta preliminare di creare un Consiglio di Sicurezza a tre cerchi, aggiungendo un ulteriore schiera di sette-otto membri “semi-permanenti” senza diritto di veto, eletti ogni cinque anni, lasciando intatta l’attuale composizione dei membri pemanenti, con grande soddisfazione di questi ultimi.

L’Europa, come singoli paesi membri e come Ue nel suo insieme, non è rimasta silente su tutto ciò. Nel marzo di quest’anno il cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha detto chiaramente ai media che il suo paese spera di ottenere un seggio come membro permanente in qualità di terzo maggior contribuente netto dell’organizzazione e secondo maggior fornitore di truppe nelle missioni svoltesi sotto l’egida Onu. Certo, in base al nuovo piano, le possibilità tedesche non sono molto alte. Manuel Fröhlich della German Association for the UN ha dichiararto alla Deutsche Welle il 20 agosto scorso che il piano a tre cerchi rappresenta una “soluzione di ripiego” che infastidirà una gran parte di stati membri. In particolare quelli che mirano ad ottenere un seggio permanente.

Anche l’Italia ha formulato una proposta in cui i venti o trenta paesi che contribuiscono in modo significativo ai compiti di sicurezza e di pace dell’Onu, dovrebbero trovar posto all’interno del Consiglio di Sicurezza, Italia inclusa. Il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, ha inoltre scritto una lettera a George W. Bush per chiedere il sostegno di Washington onde ottenere un seggio al Consiglio. Eppure, le più rilevanti discussioni interne all’Onu, disegnano un quadro ben diverso.

L’Europa a caccia del seggio unico...

L’idea di una rappresentanza regionale include la questione relativa alla possibilità di una rotazione del seggio dell’Unione Europea, rimpiazzando i posti oggi occupati da Francia e Bran Bretagna. Lo scorso settembre nel corso di un’uscita pubblica il ministro degli esteri austriaco, Benita Ferrero-Waldner ha affermato che un’Unione Europea in grado di ‘parlare con un’unica voce, significa aprire la strada verso posizioni comuni nelle materie relative al Consiglio di Sicurezza’, e che questa strada, ‘un giorno, potrebbe portare la Ue ad avere un seggio unico in seno al Consiglio di Sicurezza’.

Inoltre, il rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza Comune, Javier Solana, ebbe a dichiarare, lo scorso anno, che un unico seggio permamente Ue avrebbe aiutato a risolvere la querelle politica europea relativa alle divergenze d’opinioni tra Francia e Regno Unito come membri permamenti da un lato, e Spagna e Germania come membri non permamenti dall’altro. Per Solana il problema è legato anche al ruolo dell’Europa nella politica mondiale: ‘Immaginate quale influenza l’Europa potrebbe esercitare se riuscisse a parlare con una sola voce?’

... e gli Stati membri di un seggio permanente

E’ ovvio che in Europa, alcuni cambiamenti in termini di rappresentanza andranno effettuati: come sostenuto da Marcel H. Van Herpen della Cicero Foundation, la Ue è già sovrarappresentata. Un seggio Ue a rotazione darebbe un’opportunità alla Germania, la cui richiesta di un seggio permanente non può esser accolta. Del pari, tuttavia, è difficile pensare che Francia o Gran Bretagna siano ben disposte ad abbandonare i propri seggi.

Il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, sostiene un seggio Ue anche se si tratta di una scelta poco praticabile nell’immediato, come dichiarato all’Agenzia Giornalistica Italia il 27 agosto. Frattini è cauto sugli aspetti giuridici correlati: lo statuto dell’Onu non prevede ancora una rappresentanza a livello regionale e teme che il seggio Ue venga considerato “inaccettabile” da altri organismi regionali come l’Unione Africana e l’Organizzazione degli Stati Americani. Le preoccupazioni di Frattini sono comprensibili, dato che si mostra favorevole ad un seggio a rotazione entro un contesto regionale in cui l’Italia sia in grado di competere per il seggio europeo insieme alla Germania e, ove possibile, anche alla Spagna.

In molti sostengono che una situazione in cui ormai dal 1945 non si mette mano ad una seria revisione, non dovrebbe persistere. Per questo, ogni modello dovrebbe esser sottoposto a revisione almeno ogni 15-20 anni. Il Panel Onu dovrebbe presentare la sua prima proposta ufficiale nel dicembre di quest’anno, lasciando, nel frattempo, spazio libero alle discussioni e ai negoziaziati.