A Lampedusa si vive, non si sbarca soltanto

Articolo pubblicato il 15 luglio 2016
Articolo pubblicato il 15 luglio 2016

È stata chiamata, a turno, isola della vergogna o dell'accoglienza. Degradata o lodata, sempre a turno. Per questo si è cercato di entrare in punta di piedi all'interno di un microcosmo dalle dinamiche molto più complesse di quelle che si leggono dall'esterno, lasciando parlare loro: quelli che Lampedusa la vivono, non la raccontano. Oppure, se lo fanno, la raccontano senza mitizzazioni o cliché.   

Lampedusa ti accoglie coi colori caldi della terra brulla che fiancheggia la pista di atterraggio dell'aeroporto. E con un vento secco, infuocato: sarà scirocco, ma viene subito in mente il ghibli, il vento che soffia dal deserto del Sahara, più umido perché per arrivare attraversa le acque del Mediterraneo. Gli addetti ai transfer degli hotel, che attendono i nuovi ospiti davanti la porta vetrata degli arrivi, te lo spiattellano subito in faccia: «sei venuta a raccontare la bellezza dell'isola o a parlare ancora una volta di migranti?». Sarà questo il leitmotiv dei cinque giorni trascorsi sull'isola. «Siamo stanchi della retorica: Lampedusa è diventata una passerella, una piattaforma di visibilità», dicono in molti. «Politici, giornalisti, gente che viene, "prende" e se ne va, senza lasciare niente, nessun aiuto concreto». È così soprattutto dal 2011, quando Lampedusa è finita al centro del mirino mediatico per gli arrivi in massa seguiti alle primavere arabe: più di 62mila persone provenienti soprattutto da Libia e Tunisia (Rapporto Ocse "International Migration Outlook" – Prospettive sulle migrazioni internazionali 2013). 

Askavusa

Poco distante dalle banchine portuali c'è un luogo che si chiama PortoM, uno spazio espositivo permanente che narra storie attraverso gli oggetti. A crearlo è stato Askavusa ("scalza", in siciliano), un collettivo nato nel 2009, nel periodo delle proteste contro l'apertura del CIE voluto dall'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni. Scarpe dalle suole consumate appese al soffitto, pacchetti di sigarette, musicassette, cd, Bibbie e Corani, in inglese o arabo, con le pagine stropicciate come la carta che si bagna e poi s'asciuga. Sono tutti oggetti appartenuti alle migliaia di naufraghi approdati a Lampedusa, che vengono raccolti e custoditi dai ragazzi di Askavusa. Da quando nel 2005 Giacomo Sferlazzo ha trovato un testo in arabo e  dei pezzi di legno di una barca con cui ha realizzato la sua prima opera, "Verso Lampedusa". «Venire a contatto con quelle cose fu per me l’apertura ad un nuovo alfabeto, un linguaggio muto e senza regole» scrive Giacomo nel blog del collettivo. «Ebbi l’impressione di avere a che fare con qualcosa di molto grande, come se mi fossi messo a tirare dei fili con cui erano collegate migliaia e migliaia di persone».

Ma PortoM è solo uno dei tanti progetti in cui si declina l'impegno di Askavusa: ce li racconta Francesca Del Volgo. Ha gli occhi arrabbiati, perché «Lampedusa è ormai un presidio militare, una piattaforma dalla valenza strategico-difensiva, coi suoi 4 radar e i 450 ufficiali di stanza sull'isola, tra militari, Polizia e Guardia Costiera. La sua posizione geografica l'ha condannata a diventare una terra di confino, fin dai tempi dei Borboni, in epoca fascista poi e infine ora. Sono dei "confinati" i migranti, perché soprattutto in estate "non sta bene" che i turisti li vedano, come fossero degli appestati da tenere in quarantena. A volte mi tocca sentirmi dire: sì tuttu u iornu persa cu li turchi ("stai tutto il giorno insieme con i turchi")», racconta Francesca.

Don Mimmo

Don Mimmo Zambito è il parroco dell'isola. È arrivato nel 2013, poco dopo la tragedia del 3 ottobre 2013, quando a poche miglia dalla costa morirono 366 persone, inghiottite dal mare. «Lampedusa è un luogo di contraddizioni» dice Don Mimmo. E per farci cogliere meglio il concetto racconta due storie: «La prima è quella di una signora dichiaratamente razzista, che per un caso era in barca quella terribile mattina di morte d'inizio ottobre, e si è ritrovata a salvare decine di migranti. Istintivamente, senza alcuna esitazione. La seconda è quella di un militare del nord Italia, un ragazzotto "fascistissimo", le cui posizioni ideologiche crollano quando prende in braccio un bambino appena sfuggito alla morte».

Tranne che in questi casi estremi, «non c'è nessuna integrazione tra i residenti e i migranti» continua Don Mimmo. I migranti escono di rado dal centro di Contrada Imbriacola, un luogo in cui non vorrebbero essere e da cui non vedono l'ora di fuggire. Un gruppo di giovani eritree siede sui gradini davanti alla chiesa: hanno tra i 19 e 21 anni, una di loro è incinta e spera solo di raggiungere presto il marito, che è riuscito ad arrivare in Svizzera. Lampedusa si è trasformata da luogo di rapido transito (come dovrebbe essere un hotspot nelle intenzioni dell'UE) in uno spazio di detenzione a tempo indeterminato. Soprattutto per i migranti che rifiutano di depositare le impronte digitali: questa procedura li condannerebbe a restare in Italia, il paese di primo approdo, mentre la maggior parte di loro ha come unico obiettivo quello di ricongiungersi con i parenti al Nord Europa.

Costantino 

«Raccoglievamo i corpi dei naufraghi uno dopo l'altro. Ho l'immagine nitida dei loro occhi bianchi, sbarrati e terrorizzati, e delle loro braccia che si agitavano in mare». Costantino Baratta, lampedusano acquisito dagli anni '70 e soccorritore per caso, quella mattina d'inizio ottobre si trovava in mare con la sua barca da pesca sportiva in vetroresina, lunga poco più di 5 metri. «Vengo da una famiglia numerosa, da una casa sempre pronta ad accogliere i parenti emigrati in Germania. L'accoglienza è una cosa che fa parte della mia storia» ci confida, quasi giustificandosi di non aver fatto niente di speciale. I migranti soccorsi da questo muratore quasi sessantenne dagli occhi azzurrissimi sono stati chiamati "il gruppo dei salvati dalla piccola barca bianca". Uam è una di loro, ha riconosciuto Costantino durante la cerimonia di commemorazione delle centinaia di vittime, l'ha abbracciato forte dicendo: «E' lui, è lui che mi ha salvato!». E poi c'è Robel, riuscito a fuggire dalla Libia dopo essere stato arrestato e obbligato a trascorrere 8 mesi in carcere, torturato, assistendo a scene di violenza quotidiana: i miliziani che sparavano sugli innocenti, anche sui bambini. Il "ragazzo dagli occhi tristi", così lo chiama la moglie di Costantino. In che modo ti ha cambiato la vita quel 3 ottobre, Costantino? «Adesso ho un po' più fede», risponde. 

"Vogliono rimandarci, chiedono dove stavo prima,  quale posto lasciato alle spalle.  Mi giro di schiena, questo è tutto l’indietro che mi resta" (Erri De Luca, Racconti di uno)

_

Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Palermo.