A chi interessa il consumo di suolo?

Articolo pubblicato il 03 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 03 dicembre 2014

Il problema del consumo di suolo, per quanto urgente, è ancora spesso ampiamente ignorato dall'opinione pubblica. Eppure l'incontenibile avanzata del cemento è la principale causa degli ultimi avvenimenti in Toscana e Liguria nei mesi scorsi.

Le catastrofiche alluvioni che hanno interessato la provincia di Massa-Carrara e la Liguria nell’ultimo mese non sembrano stupire più, sembra quasi pacifico che con l’arrivare dell’inverno e con il conseguente aumento delle precipitazioni, una città finisca sommersa dall’acqua; un’accettazione della realtà quasi da uomo medievale che non può che rassegnarsi di fronte alla furia della natura. In realtà, non c’è nulla di naturale negli esiti disastrosi che le forti piogge hanno avuto in numerose zone dell’Italia; Carrara, Genova, come vaste porzioni del Gargano a fine agosto, sono il risultato della miope azione umana nei confronti della natura. Da come la questione è stata affrontata di recente dai mass-media sembrerebbe che l’alluvione e l’esondazione del fiume siano solo conseguenze di manutenzione ordinaria fatta male, ma pulire il letto del fiume e costruire argini più solidi aiuta in questo caso a limitare i danni, non elimina la vera causa del problema.

Se ormai è senso comune preoccuparsi della qualità dell’aria e dell’acqua, fatica ancora nel nostro paese la consapevolezza che bisogna preoccuparsi anche del suolo, il quale al pari  delle altre risorse esauribili, assicura la vita degli ecosistemi terrestri. Il suolo è una risorsa tanto preziosa quanto delicata, le caratteristiche che rendono un suolo fertile e capace di assorbire le acque piovane hanno impiegato tempi lunghissimi a crearsi, con l’azione umana vengono eliminate invece in un battito di ciglia. Solo in pochi di fronte a questi avvenimenti puntano il dito contro l’avanzata del cemento sul nostro paese e quando lo si fa sembra che ci si dimentichi che quel cemento in parte lo abbiamo voluto noi.

Quanto suolo ci resta da vivere?

La Carta del Suolo del 1972 è il primo documento di matrice europea che si occupa della risorsa suolo e della sua fragilità, dopo di questo si sono susseguite numerose direttive sul tema, da ultimo ci riferiamo alla “Strategie tematiche per il contenimento del consumo di suolo” del 2006, nel quale vengono previste azioni di monitoraggio del suolo consumato, misure preventive (concentrarsi sul riutilizzo e sul recupero del patrimonio immobiliare esistente per evitare l’utilizzo di nuovo suolo), incentivi economici per la riqualificazione urbana, e di contro tassazioni onerose per il rilascio dei permessi di costruire su nuovo suolo. L’obiettivo di tutte queste azioni è di arrivare alla quota zero consumo di suolo per il 2050, l’Italia come membro dell’UE ha sottoscritto questo obiettivo, ma quanto è davvero il nostro paese vicino a raggiungerlo?

I dati ISPRA sul consumo di suolo tracciano un quadro allarmante, si perdono 8mq di suolo al secondo, un dato per niente giustificato dall’aumento demografico: se nel 1956 erano irreversibilmente persi 170 mq per ogni italiano, nel 2010 il valore raddoppia, passando a più di 340 mq, nonostante un tasso di crescita della popolazione sia quasi 0. Una delle conseguenze più devastanti dell’impermeabilizzazione del suolo è la perdita di ritenzione idrica del suolo, non solo ma l’eccessiva cementificazione comporta il così detto “effetto isola di calore” intorno agli aggregati urbani, che fa da concausa all’aumento della quantità e dell’intensità precipitazioni .

Il suolo diventato moneta

Rigenerazione urbana, riqualificazione, recupero, compensazione ecologica, sono tutte locuzioni che rimarranno tali e non avranno nessuna conseguenza significativa se non si cambiano le norme che regolano l’attività edilizia.

L’urbanizzazione selvaggia è un fenomeno che interessa il nostro paese fin dagli anni del boom economico e già allora ci si rese conto che la situazione stava creando poteva avere effetti insostenibili. Ricordiamo a tal proposito il film- documentario di Francesco Rosi Le Mani sulla Città che nonostante sia stato girato nel 1963, è ancora sorprendentemente troppo attuale.

Nel 1977 con la c.d. Legge Bucalossi si cercò di razionalizzare e aggiornare l’urbanistica alle nuove sfide che la società poneva, i principi sui quali si basava la Bucalossi erano: la separazione dello jus aedificandi (il diritto di costruire su una proprietà) dal diritto di proprietà;la riserva al potere pubblico della decisione se trasformare o meno il territorio; la concretizzazione di questa decisione in un provvedimento concessorio; l’onerosità della concessione. Già negli anni ’80 ci fu chi ravvisò un mutamento della legge nei suoi principi, a cominciare dalla Corte Costituzionale che ritenne illegittimo separare il diritto di costruire da quello di proprietà, questa conclusione ha in sostanza limitato lo Stato nel garantire l’utilità sociale della proprietà privata (opinione dell’autrice, forse non condivisibile) . Diverse parti della dottrina giuridica ritengono a proposito che si dovrebbe riproporre la separazione dei due diritti, abbracciando il concetto del “suolo come bene comune”, così che si anteponga l’interesse della collettività a quello del singolo, poiché il vasto regime di vincoli urbanistici non sembra che abbia compiuto pienamente il suo dovere nell’assicurare alla società un suolo sano, principalmente perché la stessa società non si è interessata alla salute del suo suolo, preferendo costruire, costruire , costruire, raggiungere il sogno piccolo-borghese di avere tutti una villetta in campagna, senza preoccuparci del deturpamento del paesaggio o delle disastrose conseguenze della perdita di suolo agricolo. Chi non ha mai sentito qualcuno sperare che il tanto odiato piano regolatore comunale cambi la destinazione d’uso di quel terreno ereditato dai nonni in campagna per costruirci una bella villetta bifamiliare? Solo che il sogno di alcuni diventerà l’incubo di molti, anzi lo è già. Riguardo al valore degli oneri si notava a pochi anni di distanza dalla legge, come i valori base non fossero stati aggiornati, per cui anno dopo anno l’onere veniva ridotto di valore pari al tasso di inflazione, perdendo la sua forza di deterrente.

La situazione è definitivamente scivolata di mano quando è stato reso possibile utilizzare i proventi degli oneri per finanziare la spesa corrente dei Comuni. I motivi per cui non è opportuno che i proventi delle concessioni finanzino la spesa corrente sono a dire il vero abbastanza intuitivi, soprattutto se si contestualizza tale previsione in un ordinamento come il nostro in cui la finanza locale è ancora una finanza derivata: dare ai Comuni la possibilità di finanziarsi attraverso le concessioni edilizie equivale a trasformare il suolo in moneta, o anche ad esporre i Comuni ai ricatti di interessi forti. Probabilmente in un contesto economico più favorevole le conseguenze perverse della monetizzazione del suolo sarebbero quanto meno più attenuate, ma allo stato delle cose non si può non imputare al cambio di destinazione delle concessioni parte dell’incremento del consumo di suolo. Per primo fu il TUEL del 2000 a rendere possibile l’utilizzo delle concessioni edilizie per finanziarie le spese correnti, a patto che si reintegrasse l’ammontare utilizzato nel fondo vincolato di origine. L’esistenza di tale fondo vincolato viene poi meno con la legge finanziaria del 2005, la quale prevedeva la possibilità di usare fino ad un massimo del 75% gli oneri delle concessioni per finanziare la spesa corrente. Le due successive leggi finanziarie non hanno modificato tale previsione, arrivando poi con l’abolizione dell'ICI a sollevare il legittimo dubbio che il suolo sia uno dei pochi se non l’unico strumento rimasto ai Comuni per finanziarsi.

Le conseguenze di questo orientamento sembrerebbero piuttosto rischiose: la crescita urbana sembra sempre più svincolata dal tasso demografico della popolazione; specie nelle cinture periferiche dei Comuni avanza la costruzione di grandi centri commerciali, multiplex, multisala, sale giochi, spesso secondo una logica poco rispondente alle reali necessità demografiche, sociali ed economiche dei territori. La destinazione degli oneri di urbanizzazione del contributo di costruzione è una questione da affrontare il prima possibile, se i proventi degli oneri rimarranno uno strumento di finanziamento dei Comuni, e se la stessa collettività non si porrà il problema del corretto uso del suolo, come possiamo pensare che la situazione migliori? Molte delle proposte presentate nella scorsa legislatura per una legge quadro sul contenimento del consumo di suolo prevedono il ritorno ad un fondo vincolato, ma il rischio è che rimangano tutte previsioni sulla carta.

Le questioni sul piatto sono molte e complesse, c’è inoltre un’importante lacuna culturale che non scatena nella popolazione interesse per la questione suolo. E’ facile vedere la collettività mobilitarsi contro la costruzione dell’inceneritore, ma chi si preoccupa del suolo? Se il consumo di suolo in Italia rimarrà un problema solo per l’accademia, allora il cittadino che indignato nel fango urla contro tutto e tutti, verso chi dovrebbe indignarsi?