2771 lapidi per ricordare l’Olocausto, Berlino si interroga

Articolo pubblicato il 10 novembre 2006
Articolo pubblicato il 10 novembre 2006

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Come continuare a ricordare un crimine così indicibile come quello dell’Olocausto nazista? In Germania, dopo 60 anni, il dibattito continua.

Poche città hanno una skyline paragonabile a quella di Berlino. Non ci saranno i grattacieli, ma guardando fuori dalla cupola di vetro costruita sopra il vecchio Reichstag, lo sguardo si allarga su tutta una serie di simboli di quello che è stato il Ventesimo secolo. Da qui si vedono i resti del muro che ha diviso questa città e tutta l’Europa, la torre della televisione e gli altri scheletri di quella che fu l’architettura della Germania dell’Est. Continuando a cercare, si troverà un monumento del tutto nuovo che punta al passato di questo paese, eretto a commemorare l'ora più buia vissuta dalla Germania in tutta la sua storia. Un po’ a sud della Porta di Brandeburgo, incastrato fra le fondamenta della nuova ambasciata americana e le imponenti ricostruzioni della Potsdamerplatz, si trova il Memoriale agli Ebrei Uccisi d'Europa: una specie di ammasso di tombe di cemento proprio nel cuor cuore della capitale. Progettato dall’architetto americano Peter Eisenmann e inaugurato nel 2004, è costato più di 20 milioni di euro. Con le sue 2.771 lapidi è il primo monumento che lo Stato tedesco ha voluto dedicare alle vittime dell'Olocausto nazista.

«Ma il memoriale non è per gli ebrei. È per i tedeschi»

Un crimine della portata dell'Olocausto, con il suo carico di brutalità assoluta, può essere rappresentato in termini architettonici? Si tratta di una questione che non può ragionevolmente avere una risposta univoca. Theodor Adorno, tempo fa, osservò come, dopo Auschwitz, anche scrivere una poesia fosse, in fondo, un atto di barbarie. Per molti qualunque tentativo di commemorare la morte di milioni di persone con un’opera architettonica è quantomeno futile. E non solo: fa emergere tutta una serie di problematiche. Qual è il significato di un memoriale di questo tipo? Venire a patti con il passato o cercarne una facile redenzione? A chi è veramente destinato? Alle vittime o ai discendenti dei carnefici? E poi, i campi di Dachau e Sachsenhausen non sono forse mausolei più autentici? C’è però chi pensa che affinché il passato non venga dimenticato è bene che gli vengano dedicati monumenti duraturi. Se rappresentare l’Olocausto è pur sempre un atto soggettivo, in questo caso è il processo ad avere significato, più che il risultato.

I mausolei in memoria dell’Olocausto non mancano: basti pensare allo Yad Vashem, in Israele. Eppure il caso tedesco è unico, in stile e in tono, perché il monumento ideato da Eisenmann è immune da ogni simbolismo apparente, è un’ammissione esplicita delle colpe di una nazione, il ricordo dell’ora più buia di un paese. In questo senso Lea Rosh, la giornalista che per prima suggerì l’idea, ricorda che il mausoleo non è realmente destinato agli ebrei. È invece destinato ai tedeschi. È questa, più di ogni altra cosa, la ragione per cui si è dovuto attendere per 60 anni.

Rivedere l’eredità nazista

Nel periodo dell'immediato Dopoguerra i dirigenti tedeschi erano propensi a passare un colpo di spugna sulle atrocità naziste, impegnati più nella ricostruzione del Paese e della sua economia che ad affrontare i fantasmi del passato recente. Ma se la contestazione del Sessantotto era rivolta contro qualcosa, questa era la riluttanza, il rifiuto assoluto di una generazione di tedeschi di lavare in pubblico i panni sporchi. Adenauer non era l’unico ad auspicare che il processo di Norimberga avesse messo per sempre una pietra sopra l’argomento: anche Helmut Kohl preferì commemorare indistintamente tutte le vittime della guerra piuttosto che soffermarsi sulle vittime del genocidio nazista.

Cosa è cambiato? Non molto, secondo alcuni. Le polemiche sul coinvolgimento nell’Olocausto dell’industria chimica Degusta che, via una filiale, fabbricò i gas usati ad Auschwitz, ha mostrato ancora una volta quanto peso il passato eserciti tuttora sul presente del Paese. Ma la riunificazione dei primi anni Novanta e il ricambio generazionale nella società e nella politica tedesche hanno spinto il Paese ad affrontare un confronto pubblico sugli orrori del suo passato senza dimenticare e senza cercare facili espiazioni.

Lezioni dal passato

Il mausoleo di Eisenmann è un simbolo di questo cambiamento. La sua imponenza è in stridente contrasto con i precedenti memoriali di più basso profilo, come le piccole targhe di bronzo poste fuori dalle case degli ebrei deportati in città come Amburgo. Ma se la mole dell’edificio non ha ancora smesso di far discutere, il processo che esso ha innescato ha probabilmente spinto molti a riflettere su uno dei vincoli più forti che legano la Germania con il proprio passato, e ha riacceso il dibattito sul suo futuro. Una salutare inversione di rotta, se si pensa al disinteresse che in larga misura continua a pervadere l’Europa nei confronti dell’Olocausto.

Ma non c’è solo il memoriale di Eisenmann. Altri progetti cercano di fare in modo che la Germania impari dal proprio passato, affrontandolo invece di ignorarlo. Il Museo Ebraico di Daniel Libeskind, inaugurato nel 2001 a Berlino ovest, è un impressionante monumento al dramma del popolo ebraico e all’orrore che l’Olocausto ha lasciato nella cultura tedesca. Opposto il caso della nuova sinagoga di Monaco, che sarà inaugurata questo mese, a 68 anni di distanza dalla distruzione di quella precedente, durante la Notte dei Cristalli (1938), e che offre invece una risposta positiva a questo vuoto, ospitando al suo interno anche un centro culturale e un ristorante. I tre progetti rappresentano tre risposte profondamente diverse alla stessa domanda, e sono manifestazioni ben visibili della particolare responsabilità che la Germania ha nei confronti della sua comunità ebraica. Spetterà al pubblico decidere quale di queste opere riuscirà a integrare meglio la lezione del passato in una visione positiva del futuro. Ma come testimonia la cupola di vetro sul Reichstag rinnovato, il modo migliore per affrontare la propria storia è quello di costruire al di sopra di essa, non sulle sue rovine. L’oblio non aiuta.