24 aprile: giorno della commemorazione del genocidio armeno

Articolo pubblicato il 24 gennaio 2003
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Articolo pubblicato il 24 gennaio 2003

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La storia, il silenzio, il ricordo del primo olocausto del secolo.

Métz Yeghérn, “il Grande Male”, è con queste parole che gli armeni ricordano, il 24 Aprile, il loro olocausto, una delle pagine più aberranti e, al tempo stesso, più trascurate della nostra storia.

L’Armenia, situata fra l’Eufrate e il Caucaso, è stata da sempre una zona di fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione tra Oriente ed Occidente ed il suo possesso fu a lungo conteso dalle maggiori potenze militari dell'epoca. Gli armeni videro perciò passare sulle loro terre persiani, greci, romani ed arabi ma, anche grazie alla rivalità esistenti tra le varie potenze, riuscirono a sopravvivere e a non fare la fine del “vaso di coccio tra i vasi di ferro”.

Tra il IV ed il VI secolo il popolo armeno definì le caratteristiche che lo identificheranno in futuro, abbracciando come religione di stato il cristianesimo (primi al mondo nell'anno 301) nella loro particolare visione monofisita e fissando come propria lingua l'armeno. Queste particolarità contribuiranno al mantenimento della propria autonomia culturale e politica, soprattutto nei riguardi dell'Occidente e della Chiesa Romana, ma, al tempo stesso isoleranno l'intera nazione dai paesi confinanti arabi di fede musulmana.

I primi eccidi della popolazione armena iniziarono già sul finire del XIX secolo, infatti, il sultano Abdul Hamid II, preoccupato dell’imminente sviluppo economico di questo popolo, fece uccidere tra il 1894 e il 1896 più di 200.000 armeni. Questo fu solo l’inizio di una serie di massacri che dureranno per almeno 30 anni sotto ben tre regimi politici differenti.

Ancor più terribili furono le azioni politiche del partito “Unione e Progresso” (Ittihad ve Terakki) dei “Giovani Turchi”, che, imbevuti dell’ideologia del panturchismo e del turanismo, in un congresso segreto tenutosi a Salonicco nel 1911, decisero l’eliminazione della popolazione armena residente in Turchia. Di lì a poco, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale avrebbe fornito l’occasione ideale e “imperdibile”per l’attuazione integrale del genocidio. La “grande retata”, il cui inizio resta a segnalare la data commemorativa dell’olocausto, ebbe luogo ad Istanbul: all’alba di sabato 24 Aprile 1915 vennero arrestati i maggiori esponenti dell’ élite armena; dopo la liquidazione dei notabili fece seguito l’ordine generale di deportazione per tutta la popolazione, in poco più di tre mesi 1.500.000 armeni (circa i 2/3 della popolazione) vennero eliminati nelle maniere più atroci.

Il trattato di Sèvres del 1920 che sancì l’esistenza di uno stato armeno indipendente e di un Kurdistan autonomo sembrò riaccendere una nuova speranza per il futuro; così non fu. Mustafà Kemal riprese in mano il vessillo del nazionalismo turco e continuò nell’opera di eliminazione della popolazione armena, iniziata dai precedenti regimi politici.

In seguito all’incendio di Smirne, che può essere considerato l’ultima tappa di questo processo di liquidazione (Settembre 1922), la comunità internazionale si rese scelleratamente complice di questo genocidio: la conferenza di Losanna del 1923 annullò gli accordi firmati a Sèvres, le nozioni di “armeno” e di “Armenia” furono eliminati; fu così avallata la pulizia etnica magistralmente operata dai turchi.

Neanche il processo di Istanbul del 1919 riuscì a rendere giustizia al martoriato popolo armeno, nei confronti dei condannati, infatti, non vennero mai presentate richieste di estradizione e i deboli verdetti di colpevolezza furono successivamente annullati. Lo scopo del processo evidentemente non fu quello di rendere giustizia al martoriato popolo armeno ma di addossare le colpe dell'accaduto sulle spalle dei “Giovani Turchi” discolpando al tempo stesso la nazione turca in quanto tale.

Ancora oggi, dopo quasi novanta anni, i crimini perpetrati contro la popolazione armena sono in gran parte impuniti, basti pensare che uno dei principali responsabili dello sterminio, Talaat Pascià, ha un viale intestato a suo nome nella capitale Ankara e, ancora più incredibilmente, riposa in un grande mausoleo, sulla “collina dei martiri” a Istanbul.

Le azioni dei governi turchi degli inizi del XX secolo, che hanno avuto come scopo l’eliminazione degli armeni, attraverso massacri di massa, rappresentano la prima “pulizia etnica” di un secolo che vedrà tantissimi altri disumani orrori.

Nonostante la gravità dei fatti compiuti, sembra che su tali crimini sia calato un velo di silenzio. Infatti, questa brutale campagna di eliminazione, che ha aperto il secolo delle grandi tragedie, non ha goduto della giusta attenzione da parte di storici e politologi. La caratteristica di questo genocidio, finora, è stata il silenzio: gli armeni, sfuggiti allo sterminio e rifugiatisi in diversi paesi del mondo, hanno cercato di dimenticare per iniziare una nuova vita, ma il ricordo della propria terra e dei parenti massacrati non si può spegnere; il silenzio è sempre più insopportabile!

Anche molti stati sembrano aver destinato tale follia all’oblio della storia, il motivo è semplice: parlare del genocidio armeno significa evocare un problema che tuttora imbarazza gran parte della comunità internazionale. L’atteggiamento dei paesi europei, alle prese con lo scoppio della Grande Guerra, fu quasi completamente indifferente verso quei massacri tanto abominevoli. Gli Stati Uniti, ancora oggi, non vogliono sentire parlare di genocidio armeno, la Turchia infatti è alleato fedele degli USA e importante avamposto militare nella guerra all’Iraq. Inoltre il negazionismo turco va a braccetto con “l’unicità dell’Olocausto”, sostenuta dalla stragrande maggioranza del mondo ebraico, la Shoah, come la chiamano, dev’essere considerata unica, tutte le altre persecuzioni non hanno lo stesso significato e la stessa intensità di patimento; così ogni volta che qualcuno si azzarda a ricordare il primo genocidio del XX secolo scatta l’interdizione politico-mediatico-culturale.

Credo, però, che il misconoscimento di questo genocidio abbia ribadito quella legge regolatrice della storia secondo la quale “ogni amnesia è in un certo senso un’amnistia”, e proprio perché la rimozione di eventi tragici favorisce la loro ripetizione è necessario condannare ciò che fu patito dagli armeni per mano dei loro vicini turchi. Penso, perciò, che, per fare giustizia a questo popolo martoriato e restituirgli il diritto ad una sua propria storia, non possiamo dimenticare quei tragici eventi che portarono all’eliminazione di 1.500.000 armeni, non è giusto nei confronti delle vittime, dei sopravvissuti e di crede che dalla memoria storica sia possibile trarre insegnamenti per il presente.

Il problema di come superare il tabù del riconoscimento internazionale del massacro armeno non consiste tanto nel convincere turchi o altri, perché chiunque si sia poco o tanto occupato del problema sa che vi fu genocidio. Si tratta, piuttosto, di portare la Turchia al punto in cui la persistenza del negazionismo le procurerebbe più inconvenienti che vantaggi. Le ambizioni europee di Ankara creano tale contesto: l’Europa dovrebbe impegnarsi a includere il riconoscimento del genocidio del 1915, fra le condizioni da imporre alla Turchia per entrare nella Comunità. Siamo ancora lontani, ma i tempi stanno maturando, e un giorno, finalmente, assisteremo alla distruzione del mausoleo di Talaat, che dalle alte colline di Istanbul sfida la storia e l’intera umanità.